
Da oggi nel distretto federale di Washington sono possibili i matrimoni omosessuali ed è probabile che già in giornata verranno concesse le prime licenze matrimoniali. Il Religious Freedom and Civil Marriage Equality Amendment Act autorizza le coppie dello stesso sesso a sposarsi, mentre consente ai ministri di culto di non celebrare unioni di questo tipo.
Fino a ieri sera gli oppositori si sono dati da fare presentando ricorsi vari. Ma John Roberts, giudice capo della Corte suprema, ha respinto le richieste allineandosi alle decisioni della corte suprema cittadina e ricordando che il Congresso USA aveva già approvato l’entrata in vigore della legge.
Si allargano sempre più, negli USA, le possibilità degli omosessuali di veder riconosciuti i propri diritti. Chissà se queste decisioni influenzeranno anche l’Italia, prima o poi.
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Douglas F. Gansler (in foto), procuratore generale del Maryland, ha affermato che non esiste alcuna obiezione a che i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati in altri stati siano riconosciuti anche nel Maryland.
La raccomandazione di Gansler non ha valore di legge, ma serve come guida di attuazione per giudici e funzionari dello stato nel solco della non proibizione del riconoscimento delle nozze gay. Le affermazioni del procuratore generale, poi, giungono a poco meno di un mese dalla bocciatura di un progetto di legge (presentato dalla democratica - eppure omofoba – Emmett C. Burns) che intendeva proprio vietare il riconoscimento di tali matrimoni.
Piano piano i diritti di noi gay si aprono la strada. E di questo non possiamo che rallegrarcene, sperando che, prima o poi, riescano a trovare qualche tratturo per infiltrarsi qui da noi…
Foto | Maryland Attorney General
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Poco importa se avete già scelto le mete dove andare a trascorrere le vacanze natalizie e di fine anno; di certo ci sono luoghi dove sarà possibile andare in un futuro prossimo, da soli o il lieta compagnia. Partire è l’inizio di nuovi sogni, di nuove conoscenze e incontri, probabilmente un amore o una passione fugace o semplici amici che entrano nei nostri affetti più cari. Viaggia la popolazione gay e lesbica; parecchio in quelle nazioni che hanno saputo dare risposte legislative ai diritti; luoghi dove il divertimento gay notturno è sfavillante o dove la comunità glbt ha un suo alveolo di rappresentanza nella democrazia delle istituzioni. La Spagna ne è un esempio, ma anche l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, l’Austria, la Francia. Più in là gli States, il Canada, il Brasile e persino il Sudafrica.
È così vero che gay, lesbiche, transessuali e bisessuali amino viaggiare che questo particolare segmento è diventato da qualche anno molto appetibile per le agenzie di viaggi e i tours operator come per gli Enti del Turismo che hanno un settore parecchio vivace che si occupa proprio del mercato vacanziero glbt. Sono loro a studiare offerte sempre più mirate, disporre di servizi di una certa qualità, alberghi e strutture capaci di esaudire le “folli” richieste del cliente omosessuale. Nei paesi dove tutto questo avviene, il cliente glbt usufruisce delle stesse attenzioni riservate alle coppie tradizionali, così se due uomini si presentano alla reception di un hotel riceveranno una matrimoniale senza altre stupide e imbarazzanti domande.
Una interessante realtà, molto giovane per questo mercato in espansione è Quiiky, tour operators capace di esaudire ogni richiesta che arriva dai suoi clienti glbt: dalla vacanza più lussuosa a quella low profile, capace di gareggiare con chi oggi, online, ha prezzi con pochi zeri. Per aiutare le agenzie di viaggio a confrontarsi meglio con i loro clienti glbt, si sono riuniti in seminario a Roma e Milano, creando un certo interesse tra gli operatori del settore poco avvezzi al mercato gay. Loro lo slogan “Libero di viaggiare come sei“.

Nel conservatore Texas la città di Houston ha eletto come proprio sindaco una lesbica dichiarata: Annise Parker che ha vinto con il 53% delle preferenze.
La campagna elettorale è stata molto accesa senza esclusione di attacchi omofobici rivolti alla Parker. Annise Parker, infatti, non ha mai nascosto la propria omosessualità e questo ha fatto sì che lo sfidante, Gene Locke, sostenuto da attivisti antigay e gruppi religiosi conservatori, condannasse la “condotta omosessuale” della rivale (anche se, a dire il vero, Locke – che si candidava come il secondo sindaco nero di Houston – si è tenuto abbastanza ai margini della polemica). Dall’altro lato gruppi e associazioni gay di tutto il paese si sono uniti e hanno appoggiato Annise, raccogliendo fondi per la campagna elettorale.
Houston diventa così la più grande città USA con un sindaco omosessuale. Chissà se le associazioni lgbtqqi italiane riusciranno mai ad unirsi per sostenere un/una candidato/a gay dichiarato?
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New York non sarà il sesto stato USA dove gay e lesbiche potranno sposarsi. Con 38 voti contrari e 24 favorevoli il Senato dello Stato di New York ha votato contro la legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso. Il governatore David A. Paterson aveva fatto sapere che avrebbe firmato la legalizzazione se il testo all’esame dell’Assemblea avesse superato lo scoglio del voto.
Al momento attuale la situazione per il matrimonio tra gay e lesbiche negli USA è la seguente: è legale in Iowa, Connecticut, Massachusetts, New Hampshire e Vermont.
Il consiglio cittadino di Washington ha approvato a larga maggioranza il testo di legge che riconosce le nozze tra omosessuali. Il verdetto finale si avrà tra un paio di settimane quando il consiglio dovrà confermare il voto, a meno che non intervenga in Congresso degli USA.
In tutto il mondo, la strada per conquistare i propri diritti è in salita.
Mentre in Kenia si dà la colpa alle donne per i matrimoni gay, mentre il Vaticano considera noi guai quasi come l’origine di tutti i mali, negli USA, e precisamente a Washington D.C., circa duecento leader di diverse confessioni religiose si uniscono per far parte la Clergy United for Marriage Equality, un’alleanza interconfessionale a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ho utilizzato il termine leader che è onnicomprensivo dal momento che di questa alleanza fanno parte sia rappresentanti di confessioni religiose cristiane che di altre confessioni, come, per esempio, alcuni rabbini. Robert M. Hardies, della All Souls Church, ha affermato:
“È un mito che una persona non possa essere allo stesso tempo per Dio e per i gay. Faremo tutto il possibile per mostrare che nella realtà religiosa di Washington D.C. esiste un solido appoggio all’uguaglianza”.
Quanta distanza con la nostra realtà in cui si viene rimossi dal proprio incarico (ecclesiale, intendo) se si osa affermare che l’amore diverso ha diritto di cittadinanza…
Dopo la notizia curiosa dell’Opus Dei che fa causa all’Opus Gay, eccone un’altra dello stesso livello: l’Associazione Americana per la Famiglia – che vanta due milioni di iscritti – ha deciso di boicottare la Pepsi Cola perché sostiene le unioni omosessuali (finora la Pepsi ha sborsato cinquecentomila dollari a favore della causa glbtqi):
Abbiamo chiesto alla Pepsi di essere neutrale nella guerra culturale e di non supportare l’agenda omosessuale ma ha rifiutato: la compagnia continua a dare supporto finanziario alle organizzazioni omosessuali.
Personalmente ho sempre preferito il chinotto, ma la Pepsi è da sostenere per il suo impegno. Chi volesse supportare la bevanda con le bollicine, trova qui maggiori info.
Foto | loop_oh
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Nel corso di un evento della Human Rights Campaign – il più grande gruppo USA per la tutela dei diritti dei gay – il presidente Barack Obama, fresco di Nobel per la Pace, ha annunciato che porrà fine all’odiosa politica del don’t ask, don’t tell che se da un lato permetteva ai gay di arruolarsi nelle forze armate dall’altro li obbligava a non dichiarare il proprio orientamento sessuale. Obama non ha parlato di tempi né ha fornito date, ma ha preso un impegno con la comunità glbtqi statunitense:
porrò fine al “non chiedere, non dire”. Questo è il mio impegno con voi.
Com’è immaginabile l’affermazione è stata accolta da un’ovazione da parte degli oltre tremila presenti all’incontro. Per una certa stampa italiana Obama sarebbe messo alle strette anche dalla lobby gay. Secondo me, invece, è un uomo coraggioso.
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Aggredire una persona perché non se ne condivide l’orientamento sessuale potrebbe essere un reato federale negli USA. La Camera dei Rappresentanti si è espressa a favore della misura; se anche il Senato la approverà diventerà operativa e non si tratterà solo più solo di una questione dei singoli stati.
Nancy Pelosi, speaker della Camera, ha definito emozionante il tutto, dal momento che da quando è arrivata al Congresso (ventidue anni fa) ha desiderato tale legge. Anche il senatore Edward Kennedy, scomparso recentemente, era a favore di una siffatta legislazione.
I contrari a questa legge si oppongono con una motivazione che, secondo me, è abbastanza particolare: se questa legge fosse approvata i sacerdoti che predicano contro l’omosessualità potrebbero essere messi in carcere nel caso in cui i loro sermoni dessero adito ad atti di violenza. Quindi, libertà di religione sì e libertà di orientamento sessuale no?
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L’amministazione di Obama ha ammesso che il “Defence of Marriage Act (Doma)” è discriminatorio ma ha aggiunto che sarà ancora difeso in tribunale. La legge del 1996 restringe il riconoscimento federale esclusivamente ai matrimoni tra uomo e donna. Significa quindi che le coppie gay sono escluse dai benefici federali, come l’assistenza sanitaria. Inoltre attribuisce agli stati la possibilità di non riconoscere le nozze gay celebrate altrove, dove magari è possibile. Il presidente Obama aveva definito questa condizione “ripugnante” durante la sua campagna elettoriale.
La Stampa Associata riporta la notizia che l’amministrazione vuole abrogare la legge. Tuttavia, lo stesso briefing rivela che il Dipartimento di Giustizia difenderà lo statuto sostenendo che la legge è costituzionale. Ed è responsabilità del Dipartimento di Giustizia difendere le leggi da attacchi costituzionali, come spiega Tracy Schmaler, portavoce:
“L’amministrazione crede che il Defence of Marriage Act sia discriminatorio e debba essere abrogata poichè impedisce eguali diritti e benefici. Il dipartimento è obbligato a ‘difendere gli statuti federali quando ad essi manca qualcosa alla corte. Il Dipartimento di Giustizia non può scegliere quali leggi federali difendere in base alle preferenze di ciascuna amministrazione politica”
Fonte | PinkNews
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