
Conosco molti amici gay che spesso escono insieme a ragazze, amiche incontrate nel corso della loro vita, con le quali si sono confidati, con le quali hanno aperto il proprio cuore e si hanno condiviso esperienze, serate, emozioni, lacrime e risate. Tutto questo è la vita, tutto questo è il susseguirsi dei giorni e delle esperienze.
Anche io, parlo in prima persona per non generalizzare, ho sempre fatto amicizia più facilmente con le donne, forse perché erano più disposte ad argomenti comuni ai miei (lo so, sarò un cliché, ma di calcio, auto e motori non ne sono una benemerita mazza). Poi con qualcuna crei un legame speciale, duraturo nel tempo e che solidifica nelle difficoltà della vita. Con altre, invece, rimane solo una superficiale conoscenza, simpatica, divertente, ma sempre, in qualche modo, patinata.
Ma quello che mi è successo è qualcosa che apre interrogativi un po’ particolari e fa riflettere, chiedendoti se sia solo un brutto incontro oppure se sia qualcosa che è (purtroppo) successo a molti altri. Avevo un’amica con cui uscivamo tutti insieme, con cui andavamo a ballare e che spesso si fermava a dormire a casa mia (non abitava a Milano, ma a qualche km di distanza). Ci siamo ascoltati e confortati durante le rispettive crisi o i momenti up&down. Fino a quando, lei non ha incontrato un ragazzo…
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Galeotta fu quel giorno per Memeth, giovane turco residente a Basilea. L’uomo era andato a trovare un suo amico transessuale, Tamilo, conosciuto anni prima in un locale e con cui era diventato amico intimo. E fin qua, nulla di sconvolgente o particolare.
Il problema sorge quando nel primo pomeriggio di lunedì, Memeth si è svegliato dopo una serata trascorso con Tamilo, accorgendosi che l’appartamento era invaso dal fumo e dalle fiamme. Il suo primo istinto? Correre all’esterno, ma siccome si trovava in un palazzo, è uscito sul cornicione, accanto alla finestra. Piccolo dettaglio: ha dimenticato i vestiti all’interno dell’abitazione, per la frenesia e l’agitazione del momento.
E qualche simpatico passante burlone ha approfittato dei minuti, per scattare qualche foto. Morale della favola, in pochi giorni l’uomo, 33enne, è diventato una star del web. I genitori non sapevano nulla dell’intera faccenda, ma lui si consola dicendo “Per fortuna nessuno ha visto il mio viso, ma solo il mio culo“.
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Ecco l’ennesimo resoconto di come l’omosessualità venga vista al pari di un terrificante segreto da nascondere il più possibile. A Napoli, un ragazzo di vent’anni, dopo aver instaurato una relazione con un uomo più grande di lui, un dentista, ha iniziato a chiedergli denaro, in cambio del suo silenzio.
In due mesi, il ragazzo era riuscito a farsi consegnare ben 5.000 euro. Molti soldi per chi ha solamente vent’anni. Ma non per lui. Sabato scorso, infatti, ha chiesto all’uomo altri 200 euro, pretendendo la richiesta che gli venisse regalato anche un nuovo cellulare. E così, esasperato, il professionista ha contattato i carabinieri.
Il ricatto era nato a causa di un video compromettente che il giovane minacciava di divulgare, e nel quale loro due erano in intimità. E così. l’incontro tra i due è avvenuto sotto il controllo discreto delle forze dell’ordine che, dopo aver visto consegnati i soldi, sono intervenuti, fermando il ragazzo. E si è scoperto che non era la prima volta per lui… Già aveva un precedente analogo alle spalle. A 20 anni.
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In un’intervista a Chi, Platinette parla a 360 gradi della sua intimità, dei suoi gusti sessuali e dell’opinione che ha del mondo omosessuale. L’immagine che ne esce è sicuramente quella di un uomo disilluso, che non perde tempo ad inseguire la storia in romanticismi inutili. Ecco alcuni passaggi chiavi:
“I baci tra uomini sono cosa molto rara, è molto più facile che un uomo ti porti a letto”
Nessun imbarazzo e nessuna ipocrisia a parlare anche di sesso a pagamento:

Accompagnato dal cast di “Mine vaganti“, Ferzan Okpetek ha parlato della situazione omosessuale in Italia, ma spiegando che il suo film amplia lo sguardo anche al semplice rapporto tra un padre e il proprio figlio:
“Non bisogna mollare, non si deve dare per scontato quel che ci pare di aver conquistato. Noi viviamo in un mondo ovattato, dove tutto è carino e piacevole e tutto è tollerato. Ma fuori non è così. Fuori ci sono figlie lesbiche rifiutate dalle madri, figli gay osteggiati dai padri, se non uccisi, come è capitato qualche anno fa a Siracusa. Un fatto di cronaca che mi impressionò fortemente. Ci sono violenza, intolleranza, ci sono le ronde, i picchiatori, ci sono i bulli che tormentano i ragazzini. Ma il mio non è un film sui gay, è un film sul rapporto tra un genitore e un figlio”
Ferzan confessa anche che in molti, quando lo incontrano, gli chiedono quando farà un film slegato dai temi Lgbt:
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Daniel Radcliffe ha girato un video pubblico con la Trevor Project, associazione che si occupa di lottare contro i suicidi giovanili nell’ambiente Lgbt. Fin da ragazzino, cresciuto in ambienti “artistici” (i suoi genitori sono entrambi attori), ha conosciuto molte persone gay e lottato contro ogni forma di discriminazione, a partire da quando era studente:
“Ho sempre odiato chiunque non tolleri le persone gay lesbiche o bisessuali, adesso mi trovo in una posizione fortunata e posso essere utile per aiutare davvero qualcuno”
La Trevor cerca di aiutare giovani ragazzi gay ad affrontare la propria omosessualità: nel video si racconta la vicenda di un ragazzino appena adolescente che pensa al suicidio, fino a quando incontro un altro ragazzo con cui condividere emozioni e sensazioni:
“Ritengo di essere una persona speciale, fortunata e diversa dalle persone comuni giusto perché ho avuto un’influenza diversa durante la mia crescita rispetto gli altri ragazzi della mia stessa età. Credo che sia importante per qualcuno protagonista di un grande film commerciale come Harry Potter poter essere un’icona rappresentativa. Il fatto che non sia gay o bisessuale o transessuale, non fa differenza ma mostra che le persone etero possono essere interessanti e si prendono cura di queste cose”
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So che la notizia sembra falsa, talmente assurda, ma è davvero accaduto: un dormitorio di una scuola nel Sud Africa è stato chiuso a causa di eccessive relazioni lesbo. La decisione è stata presa dopo che due ragazze sono state sorprese a baciarsi. Ma in realtà, le lesbiche “identificate” sarebbero all’incirca 27… e tutte sono state espluse. Un duro colpo per un paese che, come molti altri del resto, soffre ancora fortemente l’omofobia.
Gli educatori stanno indagando sull’accaduto e sul perchè la scuola sia stata chiusa. Sihle Mlotshwa, educatore, ha ribadito che le scuole non devono poter espellere alunni solo perchè ritenuti gay. Esponenti di gruppi per i diritti gay hanno bollato la notizia come qualcosa di sconvolgente, sopratutto perchè la discriminazione è avvenuta all’interno di una scuola, luogo che dovrebbe essere, per eccellenza, paritario.
Alcune delle 300 ragazze che albergavano in quel dormitorio sono ospiti di altri centri in zone vicine, mentre altre sono state costrette a fare ritorno a casa.
Foto | Uloah
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Quando finisce il mio turno, tiro un sospiro di sollievo. La mia responsabile oggi è particolarmente insofferente e cerca di interrompere chiunque da quello che sta facendo per spedirlo a qualche nuova mansione. Nell’arco delle mie quattro ore di turno, ho servito i tavoli, gestito la cassa, preparato i caffè e pulito i tavoli (compreso quello in cui 4 Emo discutevano animatamente sulla migliore canzone dei 3 seconds to Mars, urtando le proprie tazzine di caffè e di the). Rebecca invece l’ha presa bene: per 3 volte ho pensato di vederla scagliarsi contro Lavinia, armata di strofinaccio umido. Poi ha resistito. Quando saluto per uscire dal locale, lei mi viene incontro “Lo sai che sarai responsabile delle mie azioni per le prossime 4 ore, vero? “. Le sorrido e, senza farmi vedere dalla responsabile, le strizzo l’occhio: “Se superi questa giornata, le altre non potranno che migliorare… credimi“. Lei sbuffa e annuisce. “Che fai adesso?” mi domanda, arrossendo leggermente. “Vado a casa a studiare… Fra qualche settimana ho un esame molto complicato“. Lei sorride. “Una di queste sere potremmo vederci per bere qualcosa, se ti va. Ovviamente lontano da questo posto…“. Le sue parole mi sorprendono e allo stesso tempo mi lusingano (anche se nei mie sogni migliori, è un tipo moro occhi verdi a chiedermelo…). “Più che volentieri… Ora scappo o rischiamo tutti e due di essere ripresi. A domani…” Ed esco dal locale, lasciando che la porta si chiuda alle mie spalle. Poi mi dirigo verso casa.
Quando Stefano si alzò, era quasi mezzogiorno e casa sua era, come sempre, deserta. Si diresse in cucina, aprendo il frigorifero e bevendo una lunga sorsata di aranciata. E si guardò intorno, rendendosi conto che non aveva programmi per la giornata. Gli esami erano lontani, lui non lavorava e non aveva fissato alcun incontro per il pomeriggio. Fuori, il cielo era grigio, e le insinuava una malinconia opprimente. Guardò all’esterno e poi prese il cellulare che aveva in tasca. Scorse la rubrica e poi chiamò. “Ciao… sono io… Che fai oggi? Hai tempo per vederci?“.
Andrea non si sarebbe definito un tipo particolarmente socievole. Nemmeno avrebbe usato la parola “solitario” per descriversi. Eppure, quel giorno, non aveva voglia di pranzare con i colleghi che aveva appena conosciuto. Aveva imparato sulla propria pelle che spesso esporsi troppo in prima persona era solo segno di futuri guai. Rimase nel suo ufficio, inventando un mal di testa inesistente e scambiando qualche battuta per rifiutare gli inviti di aggregazione che gli erano arrivati. Tamburellò qualche minuto con la penna sulla scrivania, chiedendosi se avesse fatto la scelta giusta nel trasferirsi a Milano. Poi ricordò… e tutto svanì, decidendo di agire. Compose un numero di telefono e attese la risposta dall’altro capo del cellulare…
Continua a leggere: Vite da gay: Il coraggio di mettersi in gioco (Puntata 4)

Nelle puntate precedenti: Riccardo, dopo una serata deludente, si sveglia a casa di un ragazzo che non conosce. Lui lo rassicura: tra loro non è successo niente… Ma quando lui se ne va, Andrea ricorda di quando, lui, la notte prima, l’ha visto piangere, fuori dal locale… Stefano, amico di Riccardo, ha trascorso la notte con un ragazzo appena conosciuto…
Aprendo la porta del mio monolocale, vengo avvolto dal silenzio che lo pervade. Osservo la camicia che, all’ultimo momento, prima di uscire, non ho più scelto, la bottiglia di vino aperta che ho bevuto insieme a Stefano. Il portatile, ancora spento, luogo dal quale è partita la mia intenzione di incontrare quel Gianni che è scomparso in meno di un minuto dalla mia visuale (vederlo mentre limona e ride con altri, non viene classificato). E mi torna, appunto, alla mente qualche scena della sera precedente, mentre lo vedo baciarsi un ragazzo a pochi metri da me. I suoi occhi incontrano e i miei. Io abbasso lo sguardo a mando giù qualche altra sorsata di long island, ballando (se così si possono definire i miei movimenti), mentre decido di allontanare la delusione e di dare il benvenuto ad una serata leggera e indolore. E mi torna alla mente Andrea, quel ragazzo da cui mi sono svegliato questa mattina e di cui non ricordo assolutamente nulla. E del quale, mi accorgo solo adesso, non ho nemmeno il numero di cellulare.
Quando Stefano rientra a casa, sua sorella lo accoglie, a braccia incrociate, all’ingresso. “Si può sapere dove sei stato fino ad ora? Anzi no, non rispondermi, meglio che non lo sappia. Io e mamma stavamo aspettando che tu tornassi per andare a pranzo da zia. Ancora un minuto e saremmo andate da sole!“. Lui chiude l’uscio alle sue spalle e posa le chiavi sul tavolo. “Da quando la mia presenza in questa casa è così indispensabile?” provoca, con aria seccata. Veronica alza le braccia in segno di resa, mentre la madre esce dalla sua stanza infilandosi un paio di orecchini. Osserva Stefano con aria di rimprovero. “Hai ancora la camicia fuori dai pantaloni” critica, con aria indignata. Lui abbassa la testa e sorride, certo del doppio senso che la donna gli ha appena sottolineato. “E’ stata una notte molto intensa…” replica, sapendo di infastidire la madre con quelle parole. “Risparmiami i dettagli, non mi interessano. Piuttosto, cerca di darti una parvenza umana se vuoi venire a pranzo con noi. E sei pregato di non dire nulla alla zia, né di fare riferimenti alla tua scelta di vita… e su dove hai trascorso la notte“. Stefano passa accanto alla madre, dirigendosi verso la sua stanza. “Non sia mai che scopra che ha un nipote finocchio“. “Smettila!” lo minaccia lei, voltandosi, con un’espressione contrariata. “Sai cosa ti dico? Andate pure voi, io posso mangiare qualcosa per i fatti miei. Per oggi salto la recita della domenica“. Marina non risponde alle parole del figlio e afferra la giacca appesa. “Veronica, ti aspetto sotto, tuo fratello oggi non viene.”. Poi esce di casa, mentre Stefano entra in camera sua, chiude la porta e si siede sul letto, mentre si guarda intorno, e realizza di essere solo.
Continua a leggere: Vite da gay: Vecchie storie e nuovi inizi - (Puntata 3)

Continua la storia a puntate, romanzata, a volte ironica, a volte malinconica e triste, di un gruppo di amici. Nella prima parte, Riccardo è a disagio nella sua prima serata in un locale gay, dopo molto tempo. Con lui, l’amico Stefano, non ha di questi problemi. E dopo essersi messo in gioco per l’ennesima volta, inizia a bere, cercando così di trovare un modo per ‘reagire’. E, cocktail in mano, si butta nella mischia…
“I want your love and I want your revenge, You and me could write a bad romance, oh oh oh ohhhh” mi grida Lady Gaga, mentre, con gli occhi ancora chiusi (e la testa che pulsa come ci fossero le ballerine del video che vi danzano dentro), allungo il braccio meccanicamente, e rispondo al mio cellulare. Mi schiarisco la voce, faticosamente, mentre sento la voce di Stefano che, con tono da complice, mi domanda: “Come vaaaaa…?“. “Bene, ma che ora è?” domando, stropicciandomi gli occhi. “Le dieci di mattina.. Dove sei? Come è andata ieri sera?” Quella domanda, mi lascia un po’ impacciato. Come era andata effettivamente la sera prima? Ma, mentre rifletto, mi torna alla mente la parte iniziale della frase: Dove sei. “A casa mia, dove vuoi che sia…”. Apro gli occhi e vedo davanti a me, su una poltrona, un gatto grigio che mi fissa, con la stessa espressione che avrei io se vedessi uscire un cammello dall’ascensore del mio palazzo. E sopratutto, io non ho mai avuto un gatto… “Ti richiamo” concludo, chiudendo il telefono e guardandomi intorno, lentamente.
La stanza è una camera da letto ben arredata, con al muro qualche quadro appeso e un armadio con le ante socchiuse. Volto la testa di lato e vedo che l’altra metà del materasso è libera. Ma le coperte sono disfatte. Il cuore inizia ad accelerare vertiginosamente. Mi volto verso il gatto di prima, come potesse improvvisamente parlare e spiegarmi la situazione, ma ovviamente non lo fa e mi fissa con gli occhi socchiusi. E sono certo che sta pensando di me che io sia una sgualdrina. Mi mordo le labbra e sento dei passi avvicinarsi alla porta: lentamente si apre ed appare un ragazzo (nemmeno male, lo ammetto) che mi sorride, e nota che ho gli occhi aperti. “Buongiorno, ti sei svegliato…“. Annuisco, avvolgendomi col lenzuolo come una vergine illibata. “Vuoi un caffè?” mi chiede, passandosi una mano tra i capelli spettinati. Indossa una tuta scura. “Sì, grazie…ma prima, posso… chiederti il nome?”. Lui sorride: “Andrea“. Mi sento un cretino. Mi alzo, lentamente, mi tolgo un pigiama (non mio) e infilo jeans e maglia.
Continua a leggere: Vite da gay: Il regalo più grande (Puntata 2)