
Torniamo a parlare di matrimonio e di Manuel Incorvaia e Francesco Zanardi, i due ragazzi di Savona che dall’ottobre scorso conducono una battaglia, a volte solitaria, per il riconoscimento della loro unione. Da mesi Manuel e Francesco cercano di mantenere viva l’attenzione della pubblica opinione e dei mass media sulla loro inderogabile richiesta matrimoniale. Nonostante non abbiano avuto l’appoggio del movimento che cercavano, i due non si sono mai scoraggiati: hanno iniziato uno sciopero della fame; hanno cercato di spronare qualche politico nazionale e locale a stare dalla loro parte, in qualche modo, riuscendoci trasversalmente.
Forse stanchi di una battaglia per molti parolaia e per altri difficile e inattuabile, Manuel e Francesco hanno deciso di giocare una carta originale: si sposeranno a modo loro con una cerimonia civile simbolica. La data è stata fissata per mercoledì 10 marzo a villa Cambiaso, in quel di Savona, con tanto di ospiti e tutto il corollario per chi intende professare pubblico, amore eterno.
Resta la questione che quel matrimonio sarà nullo per la nostra legislazione; i due resteranno quel che erano prima della cerimonia: una coppia come tante, senza diritti. Così hanno ben pensato che la firma degli atti verrà ufficializzato in alto mare, probabilmente in acque internazionali dove lo stato italiano non ha alcuna competenza. Bella e originalissima pensata, certo, ma dopo? Chi riconoscerà quella unione battezzata nel mare di nessuno?
Foto | filippo.salamone

Il mese prossimo, il 23 marzo, la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla legittimità del rifiuto delle pubblicazioni matrimoniali ricevuto da alcune coppie di persone dello stesso sesso che avevano avuto dal loro Comune il diniego. Lo ha annunciato al Terzo Congresso Nazionale di Certi Diritti, conclusosi ieri a Firenze, l’avvocato Antonio Rotelli. Sarà un momento importante per le coppie che in questi anni e mesi si sono recati nei propri comuni di residenza e hanno chiesto al loro primo cittadino di avere pari dignità delle altre coppie che possono accedere all’istituto matrimoniale. E sarà un momento importante per tutte le organizzazioni glbtq che si battono per i diritti civili negati agli omosessuali in questo paese.
Probabilmente, se la Corte non dovesse dare un responso positivo, la parola passerà all’Europa, ma è meglio attendere serenamente il giudizio del 23 marzo. Intanto prosegue lo sciopero dell fame della coppia gay di Savona che ha chiesto il riconoscimento della loro unione e prosegue la battaglia di altre coppie gay e lesbiche che non si sono arrese al diniego dei propri sindaci. Una battaglia di civiltà quella intrapresa da questi nuclei familiari, favorita dall’ultimo Rapporto Eurispes.
I giudizi positivi sul riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, cominciano a entrare nella cultura del nostro paese, troppo spesso intasato e bloccato da quel che vuole la gerarchia ecclesiastica e mai dalle giuste aspirazioni di molti suoi cittadini.
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Torniamo a parlare di toilets con una notizia stavolta nostrana che arriva dalla Liguria. I fratelli Tiranini, fra i vari ambienti innovativi che hanno deciso di inserire nel loro albergo, il Mare Hotel in provincia di Savona, hanno incluso un’inedita novità: nel ristorante della struttura, oltre ai classici bagni divisi per genere è stato inserito un bagno per omosessuali.
Il bagno omosex è segnalato da una porta in cui è stato riprodotto il disegno, per metà uomo e per metà donna, che un bambino aveva lasciato nel guestbook dell’hotel. All’interno sanitari dalle provocatorie forme falliche, giochi cromatici, luci che cambiano colore ed intensità a seconda del calore dell’acqua ed un plasma che trasmette in continuazione “il vizietto“.
“I clienti erano tra l’incuriosito e il divertito. Per noi ripeto, è solo una provocazione. Abbiamo voluto dimostrare che ci sono dei savonesi che vogliono riscattare Savona. La nostra città è un bel posto in cui vivere“
dice Pervinca Tiranini, uno dei due proprietari. Un’idea che, insieme alla creazione di altri spazi unici nel loro genere, senza dubbio sta portando all’hotel tanti nuovi clienti curiosi.
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A Savona un giudice (per caso è una donna) deve decidere se una madre separata è una buona madre e se è in grado di garantire l’educazione del figlio che le è stato affidato. Piccolo particolare: la madre è lesbica e il padre separato sostiene che, proprio per questo, il figlio non dovrebbe essere affidato a lei.
Per fortuna la prima risposta del giudice è “laica” e rispettosa dei diritti civili:
«L’omosessualità di per sé non è una condizione sufficiente per sostenere che una donna non possa essere una buona madre, potrebbe anche essere meglio di un’eterosessuale», osserva il giudice. «Il punto non sono i gusti sessuali del genitore quanto la sua capacità di essere genitore in quanto portatore di valori positivi. È all’interesse del minore che il giudice deve guardare, non agli schemi sociali. Se il figlio è ancora con la madre significa che questa donna dà le garanzie di affidabilità necessarie per mantenerne l’affido. Sono comunque le perizie che devono sciogliere i dubbi sulle conseguenze di tipo psicologico per i figli. Ho nominato un consulente tecnico per questo».
Sulla stessa linea una psicoterapeuta come Maria Rita Parsi, che chiarisce per l’ennesima volta come la questione della mamma lesbica non sia nemmeno da porre: «Se è la sua mamma naturale ed è una buona mamma che problema c’è?».
Appunto, che problema c’è? Forse quello di un ex marito che, come tanti maschi italiani e non solo, non accetta la fine di un rapporto e vuole vendicarsi attraverso il figlio. Ma è questo davvero il bene del bambino?
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