
Salutata nel 1956 come la Francoise Sagan d’America, Pamela Moore a soli 18 anni divenne dalla sera alla mattina un clamoroso caso letterario. Cioccolata a colazione, questo il romanzo che le portò subito la notorietà, fu un vero e proprio succes de scandale. Nelle sue pagine la giovanissima scrittrice affrontò, con la giusta dose di disincanto, argomenti considerati allora tabù come l’omosessualità, l’eccessivo uso di alcol, il suicidio giovanile.
Per sfuggire alla curiosità ossessiva dei mass media, Pamela Moore visse quei “mesi caldi” in Europa, lontana dalla madrepatria. Così mentre il suo romanzo d’esordio sulla gioventù dorata di New York e Los Angeles vendeva milioni di copie ed i giornali si interrogavano su questa studentessa di buona famiglia che scandalizzava l’America ma conquistava l’Europa, l’autrice si dedicava, anima e corpo, ai suoi serissimi studi di storia medievale a Parigi. Un successo che non venne però replicato dai successivi romanzi e l’interesse dei giornali andò inevitabilmente scemando. Sposatasi con un giovane avvocato, Pamela Moore, sofferente, a quanto pare, di bipolarismo, si tolse drammaticamente la vita nel giugno del 1964 con un colpo di carabina. Non aveva ancora 27 anni.
Da anni sto cercando questo romanzo, da quando per la precisione morì Giuseppe Patroni Griffi e mi trovai a leggere un bell’articolo su Pride che rievocava i due romanzi “gay” del regista teatrale napoletano: “La morte della bellezza” e, appunto, “Scende giù per Toledo”.
Mentre il primo testo, pur con qualche difficoltà, venne fuori dal fondo di qualche libreria, grazie anche a un amico premuroso, il secondo romanzo - pubblicato per l’ultima volta da Garzanti - era davvero introvabile; e col passare del tempo mi arresi e in qualche modo rinunciai a trovarlo, salvo sbirciare ogni tanto sulle bancarelle di libri vecchi e usati.
Adesso, sempre leggendo Pride ma nella versione online, trovo un bell’articolo di Francesco Gnerre che dà la lieta notizia: l’editore Bcd ha finalmente deciso di stampare una nuova edizione di “Scende giù per Toledo”.
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Il suo nome non era noto ai più. Le sue opere letterarie non comparivano mai nelle liste dei libri più venduti del mese o dell’anno eppure il suo talento non aveva uguali quando si trattava di scrivere di amori ossessivi e non corrisposti, di omosessuali intrappolati o di emarginati respinti. James Purdy nato nell’Ohio nel 1915 e morto vecchissimo a New York nel 2009 fu uno scrittore singolare, dalla fonda cultura classica e che visse sempre lontano dai salotti letterari. Il suo stile povero ed asciutto si attagliava perfettamente agli amori spesso ossessivi (ed omosessuali) delle sue storie. Storie a tinte forti che affascinarono sia Edith Sitwell, la grande aristocratica delle letteratura inglese che l’esigentissimo Gore Vidal. Lo stesso Purdy amava spesso citare le parole di un illustre critico che una volta paragonò le sue opere ad un fiume sotterraneo che attraversava, non visto, terre e panorami d’America.

Acuto, velenoso e terribilmente snob, Evelyn Waugh fu essenzialmente un uomo pieno di contraddizioni. Contraddizioni che lo portarono a scrivere romanzi indimenticabili, vivere intense relazioni omosessuali durante gli anni spensierati e frivoli di Oxford (dove non godette mai di buona fama) ed infine procreare una caterva di figli (la conversione al cattolicesimo giocò in questo caso un ruolo fondamentale). Qui da noi il suo nome è indissolubilmente legato a romanzi come Ritorno a Brideshead da cui è stato tratto l’omonimo film incentrato sull’amore che l’aristocratico e disinvolto Sebastian prova per Charles, suo compagno di studi. Ma i personaggi omosessuali nei romanzi di Waugh sono sempre numerosissimi, tra i più memorabili, Ambrose Silk, un esteta dall’intensa vita sentimentale che accusato di fascismo, abbandona l’Inghilterra, inziando una piacevolissima esistenza da nomade (Sempre più bandiere).

Vi sono talenti che nessuno sembra ricordare, pagine bellissime che muoiono sul far dell’alba, romanzi straordinari che misteriosamente si dimenticano come non fossero mai esistiti. Un destino che si abbatte più frequentemente sulle donne e le loro opere. La storia della letteratura è del resto piena di libri relegati negli scaffali più alti ed irraggiungibili, dove titoli, una volta salutati come assoluti capolavori, sbiadiscono o si dissolvono per l’improvviso, ma costante disinteresse di critici e lettori. Fausta Cialente e il suo appassionato romanzo Natalia né sono un fermo esempio. Pubblicato per la prima volta nel 1929 e vincitore del premio dei Dieci, presieduto da Massimo Bontempelli, Natalia racconta, tra slanci lirici e rapimenti vertiginosi in cui sogno e realtà, menzogna e verità si rincorrono fino a farci perdere in un colpo solo fiato ed orientamento, dell’amore di due giovani ragazze. Un amore che riserverà più sorprese e capovolgimenti, aprendo alla protagonista nuove ed inaspettate strade.

La vita di Ivy Compton-Burnett fu segnata da morti improvvise e suicidi inattesi (due sue sorelle si uccisero ingerendo del Veronal il giorno di Natale del 1917, scosse forse dalla morte del giovane fratello avvenuta in battaglia poco tempo prima). Anche l’inizio della sua carriera come scrittrice fu del resto difficile e travagliato. Leonard Woolf rifiutò addirittura di pubblicare uno dei suoi libri, giudicandola del tutto incapace di scrivere. Fu sicuramente più lungimirante il critico del prestigioso New Statesman che riconobbe in lei, senza esitazioni, il marchio sicuro ma bruciante del genio.
Scampata alla morte per miracolo (fu vittima della terribile influenza spagnola), la Compton-Burnett si legò allora per la vita alla compagna Margaret Jourdain con cui visse fino alla morte di quest’ultima avvenuta nel 1951. Tutti i suoi romanzi (inclusi quelli a tema omosessuale) sono essenzialmente formati da dialoghi e conversazioni che si muovono per sentieri obliqui, in un chiaroscuro di suggestioni che le sue parole, pur non rivelando apparentemente nulla, riescono misteriosamente a creare prima sulla pagina, poi - veloci come un falco - dentro di noi.

Da alcune settimane è uscito in Inghilterra l’ultimo romanzo di Alan Hollinghurst “The stranger’s child”. Un romanzo poderoso, fitto di pagine e vicende, che ci fa attraversare, tra nascite e morti, capovolgimento storici e sociali, un intero secolo di vita. Tutto ha inizio in uno splendido giardino, alla vigilia della Grande Guerra (siamo infatti nel 1913), dove Cecil Valance, giovane e aristocratico poeta in visita dagli Sawles, seduce ed affascina tutti i componenti della famiglia. Alla fine di quella giornata memorabile, dove tutto accade, Valance scrive sul libro degli ospiti, una poesia; poesia che assurgerà a simbolo di un’intera generazione falciata via dalla guerra e che si scoprirà essere dedicata non ad una donna ma ad un uomo. Naturalmente il romanzo di Hollinghurst ha molti più strati e chiavi di lettura, una complessità che non può certo essere riassunta qui in poche righe. L’unica cosa certa, nell’attesa di una buona traduzione in Italia, è che in Inghilterra se ne parla già come un vero e proprio evento.

Un nome quello di Sylvia Townsend Warner che a molti forse suonerà sconosciuto o magari lascerà con la vaga, remota impressione di averlo già sentito o letto da qualche parte, ma senza ricordarsi bene dove o in quale occasione. Del resto, dalla sua morte nel 1978 la sua fama di scrittrice è progressivamente sbiadita, inghiottita da un lungo e persistente cono d’ombra. Eppure i suoi romanzi sono tutti dei piccoli e squisiti gioielli. Capolavori che alla loro uscita furono indistintamente acclamati dai critici e largamente premiati dal pubblico. Da Lolly Willowes che racconta di una donna di mezza età, non interessata nel sesso maschile e che decide così di diventare una strega a Mr Fortune’s Maggot incentrato sulla storia di un missionario che nel corso delle sue tante peregrinazioni si innamora follemente di un giovane indigeno, perdendo d’emblée la fede. Sentimentalmente legata alla poetessa Valentine Ackland per lunga parte della sua vita, la Townsend riposa ora insieme alla compagna (le loro ceneri sono state tumulate sotto la medesima lastra di pietra) nel cimitero di Chaldon Herring in Inghilterra.
Avete letto Angeli da un’ala soltanto e siete ancora legati alle vicende di Chicco? Vi siete commossi e avete regalato e distribuito quel romanzo ai vostri amici e fidanzati? Adesso Sciltian Gastaldi, che ha passato un bel po’ di vicissitudini legali con il suo primo editore, sta per mandare in libreria un altro romanzo, però tutt’affatto diverso rispetto ad Angeli. Lì si piangeva e ci si commuoveva, la lacrima era sempre dietro l’angolo; qui si ride, si sorride almeno o ci si intenerisci, almeno a leggere il primo capitolo di questo romanzo.
Tutta colpa di Miguel Bosé (Fazi editore, 398 pagine, 16 euro) uscirà nelle librerie italiane il 21 ottobre e c’è da scommettere che più di uno tra i lettori affezionati di Angeli correrà a comprarlo. Intanto, però, si può già leggere il primo capitolo, che è disponibile online a questo indirizzo e in cui possiamo fare conoscenza con il piccolo protagonista: un ragazzino romano nato negli anni Settanta e influenzato dalla cultura popolare veicolata dalla televisione.
Da qui il titolo Tutta colpa di Miguel Bosé, con un omaggio a quella vera icona gay degli anni Settanta che era il giovane cantante italospagnolo, avvolto in una strettissima tutina che già solleticava gli ormoni del piccolo protagonista. La storia “di un bambino metrosessuale”, come scrive lo stesso Sciltian, cui mi lega un’antica amicizia: per cui appena avrò il libro in mano (spero in anteprima) vi racconterò qualcos’altro. Ma senza rivelare troppo.

Continua la storia a puntate, romanzata, a volte ironica, a volte malinconica e triste, di un gruppo di amici. Nella prima parte, Riccardo è a disagio nella sua prima serata in un locale gay, dopo molto tempo. Con lui, l’amico Stefano, non ha di questi problemi. E dopo essersi messo in gioco per l’ennesima volta, inizia a bere, cercando così di trovare un modo per ‘reagire’. E, cocktail in mano, si butta nella mischia…
“I want your love and I want your revenge, You and me could write a bad romance, oh oh oh ohhhh” mi grida Lady Gaga, mentre, con gli occhi ancora chiusi (e la testa che pulsa come ci fossero le ballerine del video che vi danzano dentro), allungo il braccio meccanicamente, e rispondo al mio cellulare. Mi schiarisco la voce, faticosamente, mentre sento la voce di Stefano che, con tono da complice, mi domanda: “Come vaaaaa…?“. “Bene, ma che ora è?” domando, stropicciandomi gli occhi. “Le dieci di mattina.. Dove sei? Come è andata ieri sera?” Quella domanda, mi lascia un po’ impacciato. Come era andata effettivamente la sera prima? Ma, mentre rifletto, mi torna alla mente la parte iniziale della frase: Dove sei. “A casa mia, dove vuoi che sia…”. Apro gli occhi e vedo davanti a me, su una poltrona, un gatto grigio che mi fissa, con la stessa espressione che avrei io se vedessi uscire un cammello dall’ascensore del mio palazzo. E sopratutto, io non ho mai avuto un gatto… “Ti richiamo” concludo, chiudendo il telefono e guardandomi intorno, lentamente.
La stanza è una camera da letto ben arredata, con al muro qualche quadro appeso e un armadio con le ante socchiuse. Volto la testa di lato e vedo che l’altra metà del materasso è libera. Ma le coperte sono disfatte. Il cuore inizia ad accelerare vertiginosamente. Mi volto verso il gatto di prima, come potesse improvvisamente parlare e spiegarmi la situazione, ma ovviamente non lo fa e mi fissa con gli occhi socchiusi. E sono certo che sta pensando di me che io sia una sgualdrina. Mi mordo le labbra e sento dei passi avvicinarsi alla porta: lentamente si apre ed appare un ragazzo (nemmeno male, lo ammetto) che mi sorride, e nota che ho gli occhi aperti. “Buongiorno, ti sei svegliato…“. Annuisco, avvolgendomi col lenzuolo come una vergine illibata. “Vuoi un caffè?” mi chiede, passandosi una mano tra i capelli spettinati. Indossa una tuta scura. “Sì, grazie…ma prima, posso… chiederti il nome?”. Lui sorride: “Andrea“. Mi sento un cretino. Mi alzo, lentamente, mi tolgo un pigiama (non mio) e infilo jeans e maglia.
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