
Renato Zero è un bravo artista; ha saputo coniugare musica e poesia accompagnando entrambi, nella luce del successo, con un intenso carisma personale, modellato nel tempo a misura dei suoi idolatranti fan. I suoi successi raccontano un mondo onirico, un dolore o una speranza, costruiti con meticolosa puntigliatura per ammaliare il pubblico, farlo proprio sul palcoscenico, identificarlo con l’artista. A me, salvo qualche brano, non è mai piaciuto; gli artisti spesso predicano bene e razzolano male. E Renato mi è parso, sempre più spesso un predicatore che esercita l’arte della musica popolare. Nulla di più! Nulla con l’arte altamente poetica alla De Andrè o Guccini, o persino Antonello Venditti.
Non mi sono mai neppure preoccupato della sua presunta o vera omosessualità, pensando ai tanti ragazzi gay che ogni giorno devono farci i conti con la loro condizione personale e sociale. Non mi piacerebbe neppure che un tipo come Renato Zero si ergesse a icona della nostra comunità, raccontasse il suo amore per i ragazzi, visto come ha trattato finora l’omosessualità. Il cantore dell’amore è lo stesso che cinque anni fa ci paragonò ai bambini down, riuscendo in un sol colpo a offendere categorie “delicate” dall’alto della sua “normalità”; che spiegò come un fervente papalino, che i preservativi erano “maligni”, e persino sull’aborto disse la sua. Contro, ovviamente.
Naturalmente tanta devozione non è mai passata inosservata da parte della chiesa, e così: cantate natalizie in Vaticano e fervide accoglienze. E lui: “Un tempo cantavo per un manipolo di disadattati e parlavo di depressione, disagio, paura di vivere, emarginazione”.
Continua a leggere: Gli approfondimenti di Queerblog: uno Zero in omosessualità

Ecco, fanciullo, io ti ho portato a questo
luogo selvaggio, a notte, per che fare?
Non so. Non posso soffocare io questo
amore della vita. E sotto è il mare.
Lo varcherò. Conoscerò le genti
più disparate. Vedrò quanto è bella
la vita negli occhi di chi ha
quindici anni fanciullo, come te.
Si sa, ai poeti è inutile chiedere, fare domande, persino entrare nel loro lato oscuro frammentato di note o di racconti in versi. I poeti, dicono, se li porta via il mare schiumoso, in una parte dell’universo dove il silenzio è rotto dalle loro grida disperate o dai giochi dimenticati d’infanzia; dai versi poetici che scivolano sull’acqua, ingoiati da strane creature. Probabilmente è lì, Sandro Penna, con le sue liriche quasi appannate dal tempo, “dimenticate” perché spesso scomode, magari insane, piuttosto reali. Cantò amore di ragazzi, con ossessiva levità, scandalizzando ancora oggi una certa ipocrisia farcita a destra e a sinistra. Ma resta tra i più grandi poeti del Novecento. Un poeta omosessuale, non a caso.
Sandro Penna nasce a Perugia il 12 giugno 1906 in una famiglia borghese. La passione per la letteratura è Umberto Saba, altro omosessuale, a fargliela scoprire, anche negli incontri con altri poeti e letterati che eleggono a domicilio delle loro discussioni culturali il “Caffè Le Giubbe Rosse” di Firenze, per molti decenni rimasto luogo di ritrovo dell’intellighenzia fiorentina e della ciurma omosessuale che coniugava spensieratezza e commistione culturale. Penna vive la poesia come valore naturale, confortato da altri vati della cultura che via via conosce e che chiedono di conoscerlo. Pier Paolo Pasolini coniò per lui la cosiddetta “linea sabbiana”, che annoverava anche Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci.
Continua a leggere: Ricordando Sandro Penna, poeta omosessuale, prigioniero d'amore

A poche ore dalla pubblicazione del nostro post riguardante tutte le violenze omofobe registrate in Italia negli ultimi mesi la cronaca ci informava della morte di una transessuale. Si chiamava Roberta. Aveva solo 26 anni.
Nello stesso giorno in cui si è tolta la vita, impiccandosi nuda nel suo appartamento di Tor di Quinto, Natalie è stata gonfiata di botte da un cliente. Natalie è arrivata agli onori della cronaca a causa della sua amicizia intima con Piero Marrazzo.
Da quando si è scoperto che l’ex Governatore della Regione Lazio era solito frequentare prostitute sono già morte quattro persone. Uno spacciatore e tre donne transessuali diventate oggetto di lunghi e interminabili pomeriggi televisivi.
Continua a leggere: Scandalo Marrazzo: Roberta muore da donna
Continuare ad essere diversi, rivendicando nuovi diritti. Guardare alla storia, alla nostra storia, per capire non solo il tema dell’omosessualità, dei suoi desideri e speranze, ma anche chi, da omosessuale, guardò la politica, la cultura, la vita degli altri, con gli occhi di un profeta, con la scrittura e i pensieri. Necessitiamo di un passato mai da dimenticare se non vogliamo dimenticare noi stessi. In queste settimane, e lo sarà ancora o per sempre, si torna a parlare di Pier Paolo Pasolini, conosciuto a tanti, da molti dimenticato. Lo fa oggi un grande filosofo, omosessuale anch’egli, Gianni Vattimo, che di Pasolini professa nostalgia e verità fino a concludere che probabilmente quella tragedia consumata all’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975 è presaga di una Italia che si prepara al peggio, togliendo la parola a chi aveva capito il male italiano.
“L’orizzonte di personale diversità [di Pasolini ndr] credo abbia avuto una forte influenza - dichiara Vattimo in una intervista -. Una diversità che non incontrò tanto l’ostilità della cultura collettiva, quanto per esempio quella “istituzionale” del Pci, dal quale è stato duramente discriminato. Penso anche che nel Pci Pasolini vedesse una delle forme di quella struttura istituzionalizzata in cui si poteva proiettare l’immagine dell’Italia del futuro, modernizzata e industrializzata, molto lontana dalla sua personale nostalgia di un mondo altro. Pasolini non sarebbe mai andato a un Gay Pride, ad esempio, e neppure avrebbe invocato le nozze gay. Oggi si rivendicano giustamente questi diritti e io personalmente vado al Gay Pride. Ma si è persa tutta la tensione legata al sentirsi esclusi, crocifissi”.
Ecco il cibo che oggi manca, a me, a voi, alla nostra comunità: “La tensione legata al sentirsi esclusi”. Per questo ed altro il sacrificio è stato compiuto e le verità dimenticate. Per questo ed altro, Pasolini torna sulla scena a cercare di parlare ancora di noi. Il Pasolini cattolico oggi sarebbe un credente senza fede, un’anima inquieta di fronte al “delitto” clericale sulla pedofilia; così come il Pasolini che in qualche maniera sentiamo più nostro, non si riconoscerebbe in questa esacerbata frammentazione di movimenti, di singoli, che hanno preso a prestito le altrui passate battaglie per camparci di rendita.
Continua a leggere: Gianni Vattimo: "Pasolini rappresenta la rivendicazione della diversità"

Alcuni esponenti politici italiani hanno un talento che sarebbe un peccato sottovalutare. Come distolgono loro il punto di vista dai problemi pochi altri riescono a farli. La settimana scorsa, mentre la Corte Costituzionale iniziava il proprio ragionamento sull’apertura del matrimonio alle coppie omosessuali, il Ministro della Giustizia ha deciso di occuparsi della morte di Pier Paolo Pasolini.
Accogliendo la richiesta di Walter Veltroni, che sul Corriere della Sera chiedeva la riapertura delle indagini, Angelino Alfano ha deciso di organizzarsi affinché si possa fare luce sulla morte del pensatore che ha, come molte altre storie italiane di quel periodo, delle zone d’ombra.
Per quanto possa essere lodevole il proposito è innegabile che sia utopistico. Altre vittime, come la cronaca ci ricorda spesso, aspettano che chi le ha uccise paghi per il crimine commesso. Impegnarsi in difesa di Pier Paolo Pasolini potrebbe ridimensionare le storie delle altre persone morte. Declassate per l’amministratore pubblico.
Se davvero il Ministro della Giustizia vuole fare qualcosa per onorare la morte del grande pensatore potrebbe impegnarsi insieme ai propri colleghi affinché di omofobia in Italia non si muoia più.
Continua a leggere: Riaperte le indagini sulla morte di Pier Paolo Pasolini
Dovremmo obbligarci a conservare la memoria storica di uomini e donne di cultura, di scienza, di letteratura e arti, che hanno parlato e vissuto un mondo dove la loro omosessualità era presente, conservata e trasparente. Uomini e donne come altri se non fosse che la loro arte, la loro cultura e scienza non li ponesse nell’olimpo dei grandi; di quegli uomini e di quelle donne che svelavano la loro e altrui vita in un magnifico e sorprendente racconto, irrinunciabile persino a quanti quella loro e altrui omosessualità era invisa, disprezzata, da macello. Pier Paolo Pasolini, era tra questi. Un uomo mite, quasi un tenero pargolo mai cresciuto per la sua dolcezza, ma grande, immenso, geniale, in un compendio dove il cinema, la letteratura, la poesia, la politica, l’arte, si ritrovavano a parlare per bocca di quest’uomo. E ogni volta era un miracolo, uno svelare le umane passioni, le nostre debolezze e le nostre meschinità. Sempre controcorrente Pasolini, ma lucido nel rappresentare il nostro Paese per quel che era, e in qualche modo è rimasto: Un Paese orribilmente sporco.
Di lui si torna a parlare, in questi giorni, a causa di un suo libro, l’ultimo, incompiuto:Petrolio. C’è un capitolo manoscritto, non inserito nel libro pubblicato postumo nel 1992 da Einaudi, di 70 pagine, che pare sia ricomparso nelle mani di un cultore di libri antichi, Marcello Dell’Utri, conosciuto ai tanti per altre vicende meno nobili. Dell’Utri, annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico ai primi di marzo, che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio. È una notizia forte e se ne occupano tutti i mass media. Poi cala il silenzio accompagnato dai se, dai forse, dai ma. Petrolio non è solamente un romanzo, tanto che Pasolini così lo spiega all’amico del cuore, Alberto Moravia:
“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di “summa” di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. È un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”.
Continua a leggere: Giallo su "Petrolio" l'opera incompiuta di Pier Paolo Pasolini
Il 15 dicembre del 1991, nella casa dei suoi genitori, un modesto appartamento a Correggio, dove era nato, si spegneva Pier Vittorio Tondelli, scrittore, aedo dei vinti, cantore di una generazione marcata dal disagio e dall’incomprensione, omosessuale disincantato e generoso, cupo e sempre più solitario. Ne ricordiamo con affetto il grande scrittore italiano, nell’era di Magic Johnson e in quello terribile dei tanti falcidiati dall’aids. Pier è morto la sera di una domenica dopo che all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, le fievoli speranze di una ripresa si erano dissolte come una candela che ha terminato il suo ossigeno.
Pochi sapevano della malattia del grande scrittore che mi ha onorato della sua amicizia. Lo aveva confidato ad un prete amico chiedendogli di tenere il segreto per sé. Erano anni in cui essere sieropositivi era vergogna che si tentava di coprire col silenzio della disperazione. Una disperazione solitaria, feroce, inguardabile. Da poco era uscito il suo ultimo romanzo – quasi un disperato racconto di sé – Camere separate, edito da Bompiani. Non lo si vedeva più in giro, qualcosa trapelava, si sussurrava ma speravamo in un miracolo impossibile o in una notizia divulgata male, che non riguardava Pier Vittorio.
Dicono che certe vite, certe culture, certi personaggi sono un dono divino perché inimitabili; nessun altro sarà capace di raggiungere le loro verità, la testimonianza che travalica ogni sensazionalismo, ogni conoscenza di noi stessi e degli altri. Pier è uno di questi, mai enfatico, quai pudico di tanta cultura e conoscenza da volersene quasi scusare.

Il cantautore riminese Ciri Ceccarini ha scritto Non scappo più, canzone-manifesto contro l’omofobia, colonna sonora del Mei 2009 (Meeting delle Etichette Indipendenti) in programma a Faenza dal 27 al 29 novembre prossimi. Non scappo più racconta dal punto di vista delle persone gay la paura e l’ondata di aggressioni che si sono susseguite nei mesi scorsi (e una di queste aggressioni ha visto come vittime proprio Ciri Ceccarini e il compagno Daniele Priori).
Ciri Ceccarini, che nella composizione del brano è stato affiancato dal maestro Antonio Patanè, si è intrattenuto con noi di Queerblog per parlarci della sua canzone e un po’ più in generale di musica. Trovate l’intervista dopo il salto, mentre qui sotto potete ascoltare la canzone Non scappo più (grazie all’autore che ci ha permesso di pubblicarla).
Continua a leggere: Non scappo più. Ciri Ceccarini canta contro l'omofobia
Nella notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini veniva ucciso brutalmente. Considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, Pasolini è ancora oggi di un’attualità sconcertante. Ne è prova questo spezzone di una trasmissione della Rai – dal titolo Pasolini e la forma della città – in cui l’intellettuale parla dell’omologazione che la cultura dominante vuole imporre.
Pasolini, in questo video, si trova su una spiaggia. Come nei pressi di una spiaggia è morto. Quasi un voler leggere nelle sue parole contro l’appiattimento culturale un testamento per noi oggi. E un invito a non lasciarsi omologare.
Continua a leggere: Pier Paolo Pasolini a trentaquattro anni dalla morte
Non è che ci sia molto da aggiungere a questo spezzone di intervista di Pasolini al poeta Ungaretti:
Ogni uomo è fatto in un modo diverso, nella sua struttura fisica, fatto anche in un modo diverso nella sua combinazione spirituale. Tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura. E questo sino dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.
Continua a leggere: Domande sull'omosessualità: dialogo tra Pasolini e Ungaretti