Una linea immaginaria che colleghi Palermo a Giarre, dove il 31 ottobre del 1980 Antonio Galatola e Giorgio Agatino Giammona, di 15 e 25 anni, omosessuali, finirono la loro vita senza che ancora oggi si sappia se furono uccisi o si suicidarono. La decisione di portare le battaglie per i diritti delle persone lgbt dentro un movimento più grande e complesso (l’Arci, di cui l’Arci Gay era di fatto una estensione della Commissione Diritti Civili).
Un atto politico dirompente e rivoluzionario che, per le conseguenze prodotte ed il significato simbolico oggi ancora più forte, merita di essere celebrato dall’intera comunità Lgbt proprio nella città in cui ha avuto origine. Per questo e per una voglia di riscatto da certi luoghi comuni, Palermo, attraverso un documento del Coordinamento Stop Omofobia, propone la celebrazione del Gay Pride regionale 2010 nel capoluogo siciliano.
Da quella disperazione di Antonio e Giorgio, dalla volontà subito dopo di Marco Bisceglie di dar luogo ad Arcigay per difendere da ogni satrapia gli omosessuali isolani e poi nazionali; la Sicilia e Palermo, come Catania, sono diventati città dell’ascolto, sono nate organizzazioni e comitati lgbt, molte istituzioni locali si sono rese conto che tutto quello era un patrimonio di civiltà e che andava ascoltato e difeso. E molte cose sono accadute.
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Tra alcune settimane, a Napoli si riuniranno le associazioni promotrici LGBT per stabilire la data del Gay Pride nazionale 2010. Dopo tanto peregrinare perlopiù nelle città del centro nord, la manifestazione più seguita dalla nostra comunità approda in una città dalle mille sfaccettature, dove i femminielli, gay, transessuali e lesbiche, fino a pochi anni fa riuscivano ad esibire una identità ben accetta alla gente, oggi un po’ oscurata e contrastata. L’omofobia non ha risparmiato neppure Napoli, nonostante la buona volontà di tanti suoi cittadini che continuano nel rispetto delle persone LGBT. Giusto quindi che il Gay Pride si celebri in questa dolce e difficile città.
Più a sud, a Palermo, il Consiglio comunale ha discusso oggi una mozione contro l’omofobia, proposta dalla consigliera Pdl, Stefania Munafò. La mozione nasce come risposta alla recente ondata di violenza omofobica che ha afflitto il nostro paese, ed è stata scritta in collaborazione con il comitato provinciale Arcigay Palermo. Diventerebbe la prima iniziativa istituzionale contro l’omofobia nel capoluogo siciliano e si tratta della prima proposta anti-omofobia che in una città italiana parte dalle file del Pdl.
L’importanza dell’iniziativa palermitana sta in due ragioni ben precise. La prima, duplice, è che sia una donna del centrodestra a sentire la necessità di parlare di omofobia e di proporre una lotta che la azzeri, non solo a Palermo e nel sud, ma su tutto il territorio nazionale. La seconda, non meno importante, riguarda Palermo, ma anche Catania, dove la militanza LGBT in questi anni si è rafforzata; si è usciti da quel simulacro di silenzio e omertà che rendeva l’omosessualità e la transessualità invisibile alle istituzioni e ai cittadini. Oggi, molti suoi cittadini LGBT sono dentro i movimenti, visibili e preziosi per le battaglie che conduciamo.
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A Palermo, un giovane si è rivolto alla Questura e all’Arcigay per essere stato cacciato da un locale dopo aver dato un bacio ad un suo amico. Sabato sera, alla discoteca “Birimbao”, dopo essersi baciati, il ragazzo sarebbe stato colpito alle spalle da un buttafuori, minacciato, spinto fuori in cortile, contro un muro e infine allontanato dal locale. Ecco le sue parole, in seguito all’accaduto:
“Trattato come un delinquente per un bacio come tanti, un bacio e basta, nessuna oscenità”
Ma ovviamente i gestori del locale si difendono e parlano di “atteggiamenti eccessivi” che hanno provocato lamentele di altri clienti.
“Sono stati richiamati un paio di volte e alla terza sono stati invitati a uscire. Ma non c’è stata alcuna violenza. Nella confusione uno dei ragazzi ha fatto resistenza e il buttafuori lo ha preso per il braccio”
Fonte | IlGiornaleDiSicilia
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L’ambiente universitario è discriminatorio: se sei trans non riesci a trovare con facilità delle studentesse che vogliano dividere un appartamento con te. Questa è la deprimente morale della storia che Naomi, ventiquattrenne studentessa alla Facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, racconta al portale Livesicilia.it, a margine di un corteo contro l’omofobia e la transfobia, il primo organizzato nella città, sull’onda della mobilitazione promossa dal gruppo romano “We have a dream”.
Oltre alle difficoltà che Naomi racconta di incontrare nell’ambito specifico del suo percorso di transito, iniziato un anno fa (”Sul piano medico e legale, è complicato l’iter qui al sud. È difficile trovare un avvocato disposto a seguirti fino all’approvazione dell’istanza necessaria per cambiare sesso. Stessa cosa dicasi per l’endocrinologo che deve somministrarti le cure ormonali”, spiega), a diventare ostacoli difficili da superare sono anche le ordinarie mansioni che devono fronteggiare gli studenti fuorisede, come l’affitto di una camera o di un posto letto in una casa e la convivenza con altre ragazze.
Naomi infatti lamenta che
da mesi sto cercando una stanza in casa con altre studentesse. Mi piacerebbe trovare un posto da dividere con la mia migliore amica (una ragazza etero, che in altri casi non avrebbe nessuna difficoltà a trovare alloggio, ndr), ma mi sono sempre ritrovata la porta sbattuta in faccia. Una volta la scusa è che ruberei il fidanzato alle coinquiline, un’altra è che le ragazze sono di paese e i loro genitori non condividerebbero. Altre volte dicono di essere cattoliche, oppure che non vogliono ragazzi in casa.
Che ne pensate? Quali consigli dare a Naomi per aiutarla a risolvere il suo disagio?
Fonte | livesicilia.it
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La storia del confessionale in memoria del mafioso Ignazio Salvo è stata ripresa da moltissimi mezzi di comunicazione. In sintesi: a Palermo, nella parrocchia Regina Pacis, su un confessionale fa bella mostra di sé una targa (la cui immagine apre questo post) che indica che quel confessionale – luogo di riconciliazione per antonomasia nelle chiese cattoliche – è dedicato a Ignazio Salvo e “per la maggior gloria di Dio”. Per la serie pecunia non olet (soprattutto ora che l’8×1000 alla chiesa cattolica è in calo). Il sito Resistenza Laica offre una lettura glbtqqi dell’episodio.
Orbene, da quanto si è potuto vedere e comprendere, una cosa è certa, Salvo è salvo ed usufruisce (non proprio gratuitamente) di ogni benedizione divina negata al povero gay al quale, di divina, pare che spetti solo la punizione per il suo amore deviato.
Mafioso sì ma… frocio no! Perché questa Chiesa partorisce, per immacolata concezione, contraddizioni a iosa rispecchiando ancora una volta la propria doppia natura: apparenza ingannevole d’intenti umanitari e realtà occulta (ma non tanto occulta), coercitiva, selettiva e restrittiva degli stessi. Come a dire: amatevi l’un l’altro ma alle mie condizioni.
Foto | Maurizio Silvestri
Accoltellato dal padre perché gay. È successo a Palermo. Protagonisti di quest’ennesimo atto omofobico sono un genitore - 53 anni, pregiudicato - e il figlio - 18 anni. Per il padre era una questione “di onore e di vergogna”. Già da giorni c’erano furibonde liti, ma questa volta “non ci ha visto più” e ha accoltellato il figlio. I carabinieri del Nucleo Radiomobile hanno arrestato il padre violento con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni. Adesso si trova rinchiuso in una cella dell’Ucciardone.
Qualche giorno fa era successa una cosa simile a Pesaro: in quel caso la figlia è lesbica e la madre l’ha accoltellata.
Proprio non ci sono problemi per i gay in Italia. No, non ci sono! E pensare che un “gay medio” in un commento su questo blog ha scritto che sarebbe bene che noi gay venissimo picchiati tutti…
Non bisognerebbe mai abusare delle belle notizie. Non facciamo in tempo a raccontare l’assoluzione di una professoressa (colpevole di aver fatto scrivere 100 volte deficiente ad un proprio alunno omofobo) che il PM ha deciso di impugnare la sentenza affinché l’insegnante subisca la “giusta punizione”.
Secondo il Pubblico Ministero la donna ha sbagliato poiché “I giovani, dai più piccoli ai più grandi, e in tutte le aree geografiche d’Italia sono soliti apostrofarsi reciprocamente e, spesso, semplicemente per scherzo con espressioni omofobiche o che hanno per oggetto i presunti facili costumi delle rispettivi madri”.
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Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, Sono un deficiente, …
La professoressa che aveva fatto scrivere ad un alunno 100 volte “sono un deficiente”, è stata assolta perché il fatto non sussiste. Scommettiamo che i vari media che si sono occupati della vicenda non riporteranno anche la, felice, conclusione?! Io, ovviamente, spero di essere smentito.
Ci sono sentenze che andrebbero recapitate nelle case di ogni cittadino che si considera tale. Questa è una di quelle.
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Non è servito a nulla, evidentemente, il caso di Torino dove un ragazzo di 16 anni si è suicidato a causa della persecuzione dei compagni che lo deridevano in quanto (presunto) gay.
Lì nessuno degli insegnanti intervenne, nonostante l’appello della mamma. A Palermo, invece, un’insegnante ha sanzionato - in modo insolito - un atto di omofobia ed è finita davanti al giudice.
Presto raccontata la vicenda: un ragazzino dodicenne delle medie viene bloccato davanti alla porta del bagno dei maschi. “Sei una femmina - gli dice un compagno - e qui non puoi entrare”. In lacrime si rivolge alla professoressa che discute del fatto con l’intera classe, sulla base di una parola “deficiente”, spiegandone anche il significato di mancante. Alla fine la punizione per il colpevole è scrivere 100 volte sul diario “sono un deficiente”, seguito da un invito a presentarsi a scuola per i genitori.
Per tutta risposta il padre del bulletto scrive a sua volta “Mio figlio sarà deficiente, ma lei è c…”. Segue una denuncia con richiesta di 25mila euro di risarcimento.
Due riflessioni: la lotta all’omofobia non ha molto successo in questo paese. E i genitori stanno distruggendo quel po’ di buono che c’è nella scuola, la credibilità degli insegnanti.
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