Che fantasia certi religiosi; quale infausta prosopopea quando intendono darsi di ragione attaccando gratuitamente quelli che per loro sono i nemici. La tanto predicata misericordia vine calpestata ed esorcizzata a propria ragione ed uso. Dicono che i cattolici della chiesa di Roma si occupano dell’anima dei loro fedeli, mai del corpo, men che meno della politica. Falso e con una buona dose di ipocrisia. Sul sito cattolico Pontifex, pare sia un esercizio quotidiano sbeffeggiare omosessuali, transessuali e chi afferma i loro diritti. Intervistato da Bruno Volpe ex vicedirettore di un altro sito cattolico, Petrus, l’arcivescovo emerito di Cosenza, Monsignor Giuseppe Agostino (in foto), sembra un antico Torquemada dei giorni nostri che, se potesse, saetterebbe fulmini e flagelli su noi e su chi osa prendere posizioni positive sugli omosessuali. Domanda Bruno Volpe all’alto prelato:
Va di moda oggi, per divorziati risposati, conviventi e omosessuali praticanti, definirli irregolari, non ritiene che questa definizione abbia attenuato pericolosamente il senso del peccato?
Lo credo. Bisognerebbe chiamare le cose col loro nome e ritengo che questi siano pubblici peccatori. Il medico pietoso fa la piaga verminosa ed oggi si sente la necessità di rimarcare il senso del peccato che abbiamo smarrito.
Che la chiesa cattolica ci ritenga oramai peccatori irredenti è appurato ed è meglio per noi tutti metterci il cuore in pace. Troppo poche e flebili le voci dei distinguo e quelli che credono diversamente dal monsignore cosentino. Ad essere feroci, ma non troppo, ci verrebbe da dire che chiedono a noi una castità per essere accettati che dentro la chiesa sono in molti a non osservare. Tralasciando anche gli squallidi episodi di pedofilia che nei decenni scorsi ha macchiato diverse diocesi che prima hanno negato, poi ammesso ma senza voler dare soddisfazione alla legge degli uomini, e infine sono stati costretti ad aiutare la giustizia umana, a risarcire migliaia di fedeli violati e fare un mea culpa che mai avrebbero voluto recitare.

Non c’è da scandalizzarsi: esiste una televisione intelligente e popolare e una stupida, faziosa, spesso omofoba, altrettanto popolare. Qualcuno come il sottoscritto, rimpiange quelle trasmissioni che dividevano la serata televisiva in due tronconi: la prima e la seconda, senza l’obbligo di vedersi passare sotto gli occhi scene già viste, divani e divani, lacrime che iniziano alle 21 e terminano alle prime ore del nuovo giorno. Un reality, tolte le ripetizioni a favore di non so chi, potrebbe benissimo stare nelle due ore canoniche, per poi magari godersi un documentario sulla storia del movimento lgbt o un programma di approfondimento. Scherzo ovviamente, convinto che la televisione odierna, almeno la nostra, oggi ha l’ingrato compito di renderci tutti un ammasso di avulsi scollegati dalla realtà il più possibile, per farci sentire interpreti di quello che altri fanno o dicono.
Ieri su Canale 5 si è consumato l’ultimo atto della decima edizione del Grande Fratello, genitore di altri reality, seguito da milioni di teleutenti. La sigla iniziale ha svelato il “dietro le quinte”, 300 addetti che si son dati da fare per mesi per la riuscita del programma, sotto l’egida degli autori, dei dirigenti e dei registi. E’ toccato a Maicol, l’omosessuale televisivo di turno, spegnere le luci della casa, in ginocchio, piangente come un abusivo a cui stanno radendo al suolo l’abitazione. Ha vinto un veneto in odore di maschilismo e, dicono tanti, anche di omofobia.
Il salumiere ventinovenne, trevigiano, Mauro Marin, ha battuto il favorito Giorgio, e Alberto e Cristina. Lui, che era piombato nella “casa” come una bomba ad orologeria, con quella sua irriverente enfasi, pose da superbullo, irritante per gli altri ospiti come l’ortica fresca, ha saputo mantenere quello che gli spettatori gli chiedevano: grinta, una certa volgarità e doppiezza dei ruoli, ora dolce ora leone famelico. Di lui, agli esordi, si occupò Gay.it, ipotizzando che il neo vincitore del GF10 fosse un membro del gruppo rock vicino all’estrema destra filo-hitleriana ZetaZeroAlfa. Mah!
Se in Turchia non esiste alcuna legge che vieti l’omosessualità, l’omofobia è presente e forte nella società, qualche volta persino nei suoi cittadini omosessuali, e in chi governa il paese. Nel giorno della festa della donna, ahinoi, è una donna a decretare pensieri oscurantisti e discriminatori verso i suoi cittadini omosessuali. Non una donna qualsiasi, ma la ministra di Stato turca responsabile degli affari femminili e della famiglia, Aliye Kavaf. A quanto è dato sapere, non è la prima volta che dichiara una certa, visibile avversione verso la comunità omosessuale turca, sfiorando un fragile bacchettonismo permeato di facile perbenismo.
L’ultima sua dichiarazione secondo cui io, voi, gli omosessuali d’Europa, e quelli che lei governa, siamo tutti malati da curare, sta facendo il giro del mondo creando stupore e, ovviamente, indignazione proprio perché detta da un esponente del governo di Ankara che da qualche anno si batte per entrare a far parte a pieno titolo dell’Unione Europea. Chiaro che con questi intenti e altri problemi di democrazia, la strada diventa più difficile e lontana per l’annessione. La Kavaf, evidentemente , è una donna dal cuore arido, in questa sua dichiarazione. Ha detto Kavaf in un’intervista apparsa sul supplemento domenicale del diffuso quotidiano laico Hurriyet:
“Ritengo che l’omosessualità sia un disturbo biologico, una malattia. Penso che l’omosessualità sia un qualcosa che debba essere curato e per questo motivo non ho una buona opinione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso”.
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L’argomento trattato al consiglio comunale di San Giovanni in Croce (Cr) è stato l’omofobia. Risultato? I tre consiglieri di minoranza della Lega Nord, Simone Galli, Roberto Trinchera e Luciano Visieri, si sono alzati e se ne sono andati, abbandonando l’aula.
Il tema era l’allarmante aumento degli atti di omofobia nella città, un invito ad approvare norme adeguate per contrastare questi atti di violenza in crescita. Ma i tre non hanno accettato la cosa, allontanandosi. E hanno spiegato così il gesto:
“Non contestiamo il contenuto di quell’ordine del giorno, ma il fatto che un argomento di questo tipo, di interesse così generale, debba essere portato in consiglio comunale a San Giovanni, come in altre piccole realtà. Avremmo fatto la stessa cosa se si fosse parlato di altri temi che a nostro avviso esulano dalle nostre competenze”
Foto | KeGroup
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Una linea immaginaria che colleghi Palermo a Giarre, dove il 31 ottobre del 1980 Antonio Galatola e Giorgio Agatino Giammona, di 15 e 25 anni, omosessuali, finirono la loro vita senza che ancora oggi si sappia se furono uccisi o si suicidarono. La decisione di portare le battaglie per i diritti delle persone lgbt dentro un movimento più grande e complesso (l’Arci, di cui l’Arci Gay era di fatto una estensione della Commissione Diritti Civili).
Un atto politico dirompente e rivoluzionario che, per le conseguenze prodotte ed il significato simbolico oggi ancora più forte, merita di essere celebrato dall’intera comunità Lgbt proprio nella città in cui ha avuto origine. Per questo e per una voglia di riscatto da certi luoghi comuni, Palermo, attraverso un documento del Coordinamento Stop Omofobia, propone la celebrazione del Gay Pride regionale 2010 nel capoluogo siciliano.
Da quella disperazione di Antonio e Giorgio, dalla volontà subito dopo di Marco Bisceglie di dar luogo ad Arcigay per difendere da ogni satrapia gli omosessuali isolani e poi nazionali; la Sicilia e Palermo, come Catania, sono diventati città dell’ascolto, sono nate organizzazioni e comitati lgbt, molte istituzioni locali si sono rese conto che tutto quello era un patrimonio di civiltà e che andava ascoltato e difeso. E molte cose sono accadute.
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I clichè sono sempre quelli; anche i paragoni e soprattutto la cattiva informazione che parte da una leggerezza come è ogni reality e finisce per colpire le sensibilità e il rispetto verso gli altri. Pare sia scoppiata una bagarre mediatica per un articolo apparso sul sito Panorama.it. La giornalista, che afferma di occuparsi di tivù da più di venti anni, ha dato di corda e di bastone contro il reality più in voga di Canale 5: il Grande Fratello, giunto alla decima edizione. Accade all’estero come in Italia: gay, lesbiche e transessuali si son viste aprire uno spazio televisivo, più personale che di comunità, ma certamente importante. La televisione crea mostri come eroi, comunque rende famosi. A scatenare le ire di molte persone che hanno inondato di messaggi e mail la redazione di Panorama.it, una frase della giornalista:
“Ma che tipi di messaggi sta lanciando il GF quest’anno? Non bastano le risse, le relazioni omosessuali, i trans, le lesbiche, le parolacce e le bestemmie, adesso va a farsi benedire anche il salutare no smoking”.
Che il GF, quest’anno sia meno seguito, come dicono alcuni, credo sia un fatto endemico: probabilmente i personaggi, probabilmente il solito canovaccio, il biascicamento di regole, giochi e giochetti in una casa dove in attesa di uscire, la maggioranza litiga e sproloquia, non funziona più. Se dai un minestrone uguale tutti i giorni, la nausea è assicurata. Paragonare però bestemmie e parolacce, tabagisti e risse a relazioni omosessuali, trans e lesbiche è però un esercizio che sa di bestemmia anch’essa. E, in qualche modo, manca di rispetto alla comunità gay, lesbica, transessuale.
Ci sono persone che non amano molto il loro nome o il loro cognome. E dall’Inghilterra, arriva la storia di un tale, Tristram Gay (in foto), che ha deciso di cambiare i propri nomi (entrambi!) per due diversi motivi. Il cognome ha deciso di modificarlo per ragioni “omofobiche”:
In certi giorni lontani la parola gay veniva indicata per definire persone “gaie”, felici. Ora non è più così. E nella Marina, le persone vengono chiamate per cognome e io non voglio essere al centro di sberleffi o scherzi per il mio.
Per quanto riguarda il nome, invece, la scelta è ancora più “elementare”:
L’ho scelto dopo aver visto il film di Johnny Depp, “Blow”. Mi farò chiamare Fareel perché le persone mi chiamano Tristan invece di Tristram
Foto | PinkPaper
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Otto Odonga (foto)è un membro del Parlamento in Uganda e, durante un incontro sui diritti umanie sugli orientamenti sessuali, è stato messo di fronte ad una domanda” scomoda” da parte del direttore per i diritti umani del Kenya. Alla domanda su come reagirebbe se suo figlio gli rivelasse di essere gay, se lo ucciderebbe, lui non ha avuto dubbi od esitazioni e gli ha risposto “Sì”.
“C’è qualcosa di profondamente sbagliato in te”
Ovviamente l’uomo è stato poi denunciato per le parole pronunciate, ma anche altri suoi ‘illustri’ colleghi non sono stati da meno. Christopher Kibanzanga, per esempio, ha detto che i bisessuali per lui non contano, non hanno importanza e valore per l’Africa. E Solome Nakawesi-Kimbugwe, a capo di un movimento femminista ha voluto sottolineare l’importanza del problema economico:
“Diamo priorità ai veri problemi: il principale è la povertà. L’omosessualità non è un problema, per noi”
Continua a leggere: Uganda: Membro del Parlamento: "Se mio figlio fosse gay, lo ucciderei"

Nonostante i profondi dissensi mondiali, la situazione nel Malawi non sembra affatto migliorare. Giungono voci, anzi, di aumento dei controlli e di arresti da parte della polizia locale. Un uomo di circa 60 anni è stato denunciato per sodomia, poichè un ragazzo con cui pare abbia fatto sesso, l’ha poi denunciato per violenza e sodomia. La politica di base che si respira nell’aria è “li arresteremo tutti”. L’esempio dei due uomini che si sono sposati settimane fa diventa la chiave di lettura del clima che aleggia nello stato.
Un uomo è stato arrestato perchè ha distribuito volantini a favore degli omosessuali, mentre una donna è stata letteralmente cacciata dalla sua città, perchè accusata di aver fatto sesso con due donne. La paranoia sta diventando contagiosa e se qualcuno è a conoscenza di relazioni sessuali gay deve avvertire la polizia: in caso contrario, se si scoprirà che era a conoscenza del fatto, rischia fino a 3 anni di galera. Okware Romano, sostenitore della politica anti gay, commenta così la situazione in Malawi:
“C’è scritto nella Bibbia, nel Levitico, dice che gli omosessuali devono essere condannati a morte… Sì, sì, lo dice proprio!”
Continua a leggere: La situazione peggiora nel Malawi: gay arrestati e lesbiche cacciate dalle città

Uno studente dell’Oklahoma ha fatto causa alla commissione delle tasse del suo stato dopo il rifiuto alla sua richiesta di mettere le parole “I’m Gay” sulla targa. Secondo il Wall Street Journal, Keith Kimmel sostiene che questa decisione violi i diritti del Primo Emendamento, e rappresenta un controsenso perchè messaggi come “Str8fan” (”Eterofan”) o Str8sxi” (Etero sexy”) erano state approvate nel passato.
La motivazione ufficiale assunta per la bocciatura della richiesta era il l’idea che violasse regole delle etichette, e che quindi potesse essere offensivo per le persone. La comunità del college Oklahoma City appoggia lo studente e chiede che la sua richiesta venga accettata: ritengono che la decisione possa essere giudicata” discriminatoria”
Continua a leggere: Vietata la targa per l'auto personalizzata con la scritta "I'm Gay"