
Oggi, come anticipato anche dai colleghi di 02blog.it, a Milano gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana festeggeranno la prima sfilata fatta insieme 20 anni fa. In questi giorni dell’evento, e della mostra organizzata per l’occasione, si è scritto spesso.
Qualcuno l’ha fatto ricordando il lavoro fatto dalla coppia. Altri, invece, si sono concentrati sull’evasione fiscale che i due avrebbero fatto ai danni dello stesso. Noi, oggi, vogliamo provare a capire con voi se i due omosessuali dichiarati rappresentino per la comunità GLBTQ italiana un esempio da emulare o un’eccezione che, in quanto tale, non ha senso replicare.
In più occasioni i due, oltre a precisare che il loro voto non era diretto verso la sinistra radical chic, hanno preso le distanze dagli omosessuali italiani che al Governo Prodi chiedevano l’apertura del matrimonio per sopperire alla mancata approvazione dei Pacs.
Continua a leggere: Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono un esempio per i gay italiani?
Immaginate di camminare non in una valle verde ma in un ambiente contornato da falli di tutte le fogge e dimensioni: membri che diventano sagome familiari, coppie di organi genitali maschili che assomigliano ad ali di farfalle o a parentesi di un nuovo sistema di scrittura che riscrive il sesso in una dimensione onirica e giocosa, con una gradazione di vari colori della pelle umana che supera qualunque differenza. Questo, in sintesi, è lo spettacolo che si presenterà agli occhi dei visitatori della mostra personale di Paolo Bielli dal titolo Amore domestico. Tra falli e coltelli, Bielli mette in mostra l’amore che oscilla tra gli opposti poli dell’ironia e del pericolo.
La mostra verrà inaugurata domani, domenica 5 aprile, a partire dalle 16,30 a Roma, presso il Mario Mieli e rimarrà aperta fino al 26 aprile.
In occasione del vernissage ci sarà anche la presentazione del libro Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà di Insy Loan che abbiamo intervistato qui.
Vi ricordate la canzone di apertura del musical Notre Dame de Paris di Cocciante? Tra le altre cose diceva: “E tutto sale su verso le stelle / su mura e vetrate / la scrittura è architettura”. Il titolo della canzone è Il tempo delle cattedrali e il rimando alla vetrata è naturale. Ma non esistono solo vetrate religiose. Ce ne sono anche di queer, come quelle che realizza Diego Tolomelli che abbiamo intervistato per Queerblog.
Raccontaci qualcosa di te
Sono nato il 15 agosto di trentaquattro anni fa nella stretta città di Pavia. Appena ho l’opportunità fuggo a Londra dove lavoricchio col vetro e intanto imparo l’inglese visto che a scuola mi hanno obbligato a studiare il francese. Dopo due anni di permanenza a Londra il colpo di fortuna: mi assumono in un fantastico studio di vetrate a Birmingham. Faccio la classica gavetta ma il capo meritocratico mi fa crescere professionalmente fino a conservare vetro medievale e a realizzare otto vetrate per il Parlamento inglese. Dopo sette anni in Inghilterra, stufo del cielo grigio, decido di tornare in Italia e vengo assunto a Roma in uno studio. Subito vengo spedito in Africa per montare le vetrate della più grande cattedrale del continente, nella capitale della Nigeria, Abuja. Questa è stata senza dubbio la più forte esperienza della mia vita: quella gente, quella terra con tanti problemi e quella chiesa padrona. Chissà, un giorno forse riuscirò a scrivere un libro su quello che ho visto. Tornato da quest’esperienza me ne aspettava un’altra assai pesante: rientrare in un sistema lavorativo italiano. La principale differenza fra l’Inghilterra e l’Italia è che qui il datore del lavoro è il capo e là un collaboratore. La situazione italiana infondeva un’aria di terrore nel laboratorio e portava i colleghi ad azzuffarsi fra di loro e a vedere le abilità altrui come una minaccia. Resisto aggrappato ad un contratto a tempo indeterminato per due anni. Mi licenzio e finalmente divento un artista indipendente.
Certo non c’è la certezza dello stipendio a fine mese, ma sono in uno spazio carinissimo a Tor Pignattara con altri artisti e specialmente realizzo quello che voglio. Se volete passate a trovarmi.
Verrà inaugurata martedì 31 marzo prossimo a Roma, presso Il Baretto, la mostra personale di Claudio Evangelista dal titolo What’s your fetish? La mostra presenta al pubblico un trittico di lavori realizzati tra il 2001 e il 2009 (Fetish Party, Fetish Girl e Fetish Boy), sospesi nello spazio espositivo come un punto di domanda che vuole interrogare i desideri e le passioni di chi guarda. Scrive il curatore Francesco Paolo Del Re:
“Non soffermandosi su facili ammiccamenti e orpelli, Evangelista porta avanti il filone di ricerca sul fetish con un’attenzione ritrattistica, che pare immettere la sessualità in una dimensione relazionale, articolata in forma di rituale, teatro, circo, performance. Non solo il sesso è artificio, ma è un gioco anche la nostra intera esistenza, sembra dire l’artista, in un continuo scomporsi e ricombinarsi di relazioni, sfilacciarsi e tessersi di immagini”.
L’occasione della mostra mi ha fatto tornare in mente tutti i vari feticisti – alcuni intriganti altri, un po’ preoccupanti – con i quali ho chattato. E voi? Siete feticisti (sessualmente parlando)?
Continua a leggere: Una mostra sul feticismo. E tu sei feticista?
Una famiglia di Cattolica, moglie architetto e marito designer alla ricerca di personale in vista dell’apertura della propria nuova boutique, ha attirato l’attenzione degli avventori e dei frequentatori della zona del nuovissimo negozio con degli annunci dalle richieste piuttosto…specifiche! Marco Morosini, formatosi mella scuola di Oliviero Toscani, ha infatti lasciato affisso fuori dal proprio locale, la «Bottega Brandina», dove tutti gli articoli sono originalmente realizzati con il tipico tessuto a righe del lettino mare, un avviso di ricerca del personale del tutto inedita:
«CERCASI commesso/a preferibilmente gay»
Il designer, prima dell’inaugurazione di oggi pomeriggio, è sembrato voler anticipare le insinuazioni dei maligni circa la pubblicità che il clamore di questa preferenza molto selettiva avrebbe portato alla sua nuova attività:
«Io credo che sia ora di finirla con tutti questi falsi moralismi. perché stiamo parlando di persone che hanno invece una marcia in più e che io stesso conosco e per le quali provo profonda stima. Io ritengo che per un’idea ed una proposta commerciale come quella di “Bottega Brandina” fosse necessaria una sensibilità di un certo tipo e penso di averla trovata»
Morosini ha inoltre dichiarato che durante l’inaugurazione di oggi sarebbe stato proiettato un video realizzato montando i diversi colloqui di lavoro di quanti, sia etero che gay, si sono presentati per ottenere il posto, non solo a dimostrazione della sua teoria ma anche come messaggio nei confronti dell’opinione pubblica. Mistero, fino alla festa d’apertura di oggi, sulla persona che è stata poi effettivamente assunta per lavorare nel’estroso locale.
E voi cosa ne pensate? Credete anche voi che essere omosessuali costituisca una marcia in più per quanto riguarda capacità intellettive, gusto e creatività? Ma soprattutto vi presentereste mai ad un colloquio allegando il vostro orientamento sessuale al curriculum?
Continua a leggere: Cattolica: quando il commesso gay ha una marcia in più
In tutta risposta a quanti continuano a pensare che l’omosessualità e l’omogenitorialità siano contro natura, al “Festival della Scienza” Museo Civico di Storia Naturale di Genova è presente, direttamente dal mondo scandinavo, una mostra dal titolo «Against nature?».
La mostra, che si inserisce nell’ambito della più ampia rassegna che il Festival indirizza quest’anno ai temi della diversità, come lascia presagire il titolo è dedicata all’omosessualità nel mondo animale. L’esposizione promossa dall’omologo Museo di Oslo, visitabile dal 7 Ottobre al 7 Gennaio 2008, espone studi e foto su oltre 1500 specie nelle quali sono stati osservati rapporti fra individui dello stesso sesso che dimotrano che l’istinto dell’accoppiamento non è dettato esclusivamente da leggi genetiche o dalla necessità di perpetuare la specie dal momento che anche nel mondo animale esistono talvolta relazioni che durano una vita intera.
Troviamo così i fenicotteri gay che, è stato notato, riescono ad allevare una quantità di cuccioli maggiori di una coppia di fenicotteri etero, ma se fra rapporti etero, omo, in due o in gruppo di scimmie, trichechi, lupi, pinguini e balene, di cui gli studi raccontano interesanti curiosità, arriva l’atteso plauso delle associazioni gay e di Franco Grillini…
“Altro che gay contro natura! Rispetto a ciò che riescono a fare certi animali noi siamo educande”

Keith Haring, pittore statunitense famoso per le sue opere geniali, pop, urbane, è una vera icona artistica del mondo omosessuale del secolo scorso. Morto all’età di 31 anni e precisamente nel 1990, è stato un grande sostenitore delle battaglie per i diritti gay e per la lotta all’Aids, di cui ha scoperto di essere affetto nell’88.
Questi due temi sono stati spesso oggetto delle sue opere d’arte e del suo impegno sociale. 250 suoi lavori sono oggi in esposizione a Lione al Museo di arte contemporanea fino al 29 giugno, come segnalato da Travelblog. Qualsiasi ragazzo (omosessuale o non) italiano dovrebbe poter vedere e conoscere il meraviglioso linguaggio della sua arte.
Continua a leggere: Keith Haring: l'artista che ha lottato per i gay e contro l'Aids
Sembra di entrare in una cattedrale sconsacrata, di quelle colorate dai riverberi di tinte primarie e forti. Diego Tolomelli aka Iko, presenta una selezione di opere nella mostra personale “Hot glass. Trasparenze da leccare”, curata da Francesco Paolo Del Re e Antonio David Fiore e ospitata nello spazio espositivo del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli dal 2 al 16 marzo.
E’ con una tecnica classica di lavorazione del vetro, mosaico di vetri legati a piombo con pittura a grisalia cotta in forno, che Tolomelli racconta l’erotismo omosessuale. L’estrema cura del dettaglio resa con linee e ombre che circoscrivono colori brillanti, tatuaggi, accessori sadomaso e baci delicati, anatomie plastiche con cui l’artista esprime la viva intimità dell’eros. Erotismo illuminato da led che richiamano certi linguaggi di tavole underground prodotte dai grandi illustratori americani.
Il curatore Francesco Paolo Del Re “La forma del lightbox retroilluminato delle creazioni di Tolomelli regala al vetro le possibilità di un vero e proprio schermo, vibrante e languido, che si lascia non solo guardare, ma sembra porsi allo spettatore in un modo quasi interattivo, in un invito totale a toccare con occhi-lingue e con tutto il corpo eretto”.

Una delle rare occasioni per vederlo con i suoi lavori sul suolo italiano è il festival Gender Bender di Bologna, che quest’anno si terrà dal 30 ottobre al 4 novembre. Genio riconosciuto del cinema underground queer, Bruce LaBruce è il papà di “Otto the zombie”, il non-morto gay protagonista della sua ultima pellicola di cui abbiamo avuto recentemente modo di parlarvi.
Il profeta del “Raspberry Reich” è ora in mostra in Giappone con un’antologica di foto presso la Vanilla Gallery di Tokyo. Riuscirà a scandalizzare gli abitanti di Tokyo? Noi crediamo di no, consci come siamo dell’alto tasso di creatività dell’immaginari porno gay giapponese.
Via | Vanilla Gallery
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Abbiamo scelto il marmoreo fondoschiena di questo acrobata di colore, scultura in marmo bianco di età imperiale proveniente dall’area archeologica di Villa Patrizi a Roma, per presentarvi la mostra “In scaena. Il teatro di Roma antica”, al Colosseo dal 3 ottobre al 17 febbraio 2008.
Un mondo, quello del teatro, i cui lavoratori erano marchiati dal peso dell’infamia, concetto che originariamente desigava le categorie a cui non era concesso il diritto di parola nelle assemblee pubbliche e a cui quindi era interdetto il curus honorum. Infamia che colpiva irrimediabilmente le donne, per le quali era massimamente disdicevole lavorare nel mondo dello spettacolo (divieto in vigore fino all’Inghilterra del Seicento). Quello dell’attore era un mestiere esclusivamente maschile: gli uomini si travestivano da donne, a Roma come precedentemente in Grecia, per impersonare ruoli femminili. Lo dimostra la statuaria, che ritrae attori con maschera e abiti femminili, con il ‘pacco’ in evidenza tra le pieghe della veste.
La donna che sceglieva il mestiere dello spettacolo veniva considerata una prostituta (spesso lo diventava) e perdeva di dignità agli occhi della società. Allo stesso modo prestavano il proprio corpo come prostituti anche gli attori. Una curiosità: la parola fornicare deriva proprio dai fornici, dalle arcate che reggono teatri, circhi e anfiteatri. Sotto di esse infatti prostitute e prostitui esercitavano la loro professione, coprendo l’ingresso con una tenda e esponendo fuori il tariffario delle prestazioni.
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