Paola Cortellesi è una fuoriclasse. Piace a tutti. Nel 2004 Mina la proclamò vincitrice morale di Sanremo. Quell’anno la kermesse fu vinta da Marco Masini. La conduzione fu affidata a Simona Ventura.
Paola Cortellesi è sempre stata snobbata dai siti glbtq anche se rappresenta la vera icona gay. L’attrice passa dalle fiction impegnate, in Le cose che restano interpretava Nora, al cabaret che tanto ricorda le drag queen più ricercate.
Paola Cortellesi è l’erede di Franca Valeri, unica icona gay del passato secondo Angelo Pezzana. Sulle persone glbtq ci ride senza la presunzione delle colleghe promosse a principessa da alcuni omosessuali italiani. Fa il suo lavoro e non prende posizioni gay-friendly per convenzione.
Paola Cortellesi ha portato sul palco di Zelig l’umorismo gaio. Nella terza puntata del programma ha cantato, con Claudio Bisio, Un uomo. La canzone è la parodia di One, hit degli U2. Mentre su RaiDue e RaiTre si ride, ancora, dei femminielli (qui la caricatura di Alfonso Signorini) su Canale 5 si sfottono le trans. L’emancipazione passa anche da questi momenti. Qui il video.

I luoghi comuni sono duri a morire. All’estero così come in Italia dove il ministero per le Pari Opportunità è sempre stato affidato a delle donne. A destra così come a sinistra ancora si pensa che solo una signora possa legiferare nell’interesse delle cittadine. Perché mai un uomo non dovrebbe tutelare tutti cittadini, donne comprese?
Dei luoghi comuni analoghi persistono anche se si ragiona di gay. In Italia c’è ancora chi crede che il riconoscimento delle coppie omosessuali così come una legge contro l’omofobia siano provvedimenti patrimonio dei gay. Non è certo un caso che Paola Concia, lesbica dichiarata, si stia occupando per il Pd di un disegno di legge contro i crimini d’odio.
Su Queerblog di questo luogo comune dibattiamo spesso. L’abbiamo fatto qui quando è stato aggredito un giovane omosessuale a Roma. Il padre, eterosessuale, della vittima aveva chiesto una legge contro l’omofobia a Berlusconi attraverso il Tg3.

Per chi legge Vanity Fair non è una sorpresa trovare, in fondo al giornale, molte lettere di omosessuali dirette alla regina della musica italiana. Del resto, per chi ancora crede alle icone gay, Mina è una delle più amate e potenti. Nelle missive pubblicate si legge spesso di gay con il cuore infranto per una storia d’amore impossibile oppure in crisi per quello che sono e non riescono a dire alle persone che li circondano. Ma, spesso, ci sono anche uomini innamorati, felici e desiderosi di lasciare la propria testimonianza. Ecco uno di questi esempi:
“Cara Mina, volevo renderti partecipe del mio 12° anniversario di fidanzamento. Il vero amore eterno esiste davvero. Non ti ho detto una cosa: siamo entrambi uomini!”
Ed ecco la risposta magnifica e sincera di Mina alle parole di Roberto di Parma:
Continua a leggere: Mina su Vanity Fair e una coppia gay fidanzata da 12 anni

Per i molti giovani lettori di queerblog.it che si chiedono perché il compleanno di Mina debba essere festeggiato anche dalla comunità GLBTQ abbiamo deciso di spiegarvi il perché cercando accuratamente di evitare tutti i cliché che Fabio Canino puntualmente sfodera quando parla di Raffaella Carrà.
Davanti Mina, Platinette si scioglie. Sempre. Poco importa chi sia a farle le domande sulla sua artista preferita. Platinette si illumina discostandosi dal trash televisivo che sovente rappresenta.
In uno speciale mandato in onda da Lei la più famosa drag queen italiana spiegava che l’amore per la tigre di Cremona è nato dopo aver capito che la voce della cantate è talmente potente da essere nello stesso momento angelica e demoniaca.
Continua a leggere: Mina e i gay: Platinette, Gennaro Cosmo Parlato, Manuel Agnelli e Marco Mengoni
Compie 70 anni, il 25 marzo, la Tigre, Anna Maria Mazzini, per tutti un nome breve e intenso: Mina! Con lei sono nate e cresciute generazioni di guerre e di pace, di contestazioni e di serenità. Lei, ha accompagnato l’Italia dal bianco e nero della televisione, al colore, alle nuove tecnologie e, dopo stagioni passate nel suo dorato ritiro elvetico, sceglie il più popolare tra le nuove tecnologie per farsi rivedere dal suo pubblico: il web. Accade nel 2001. La voce è sempre quella che conosciamo; la stessa che potrebbe superare ogni nota e pentagramma nella sua estensione vocale. Brava, bravissima Mina, più di tutte, e lei se ne bea con un brano che sembra un’autocelebrazione facendo sentire davvero quanto è brava. Settantanni in sua compagnia nel mondo e, dal 1958, grazie ad una sfida tra amici, sale sul palco della Bussola di Marina di Pietrasanta in Versilia e da lì parte una carriera strepitosa, scintillante. Ecco come lei stessa si ricorda:
…una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda. Si ricorda che l’abito era blu e bianco. Lucido. Si ricorda che dopo aver cantato la prima canzone, il titolo? no, è troppo, si arrabbiò, perché la gente applaudiva. “Io canto per me. Cosa c’entrano loro?”. Non aveva le idee chiare. O forse era troppo lucida. Si ricorda che alla fine di quella primissima esperienza scappò via perché i genitori non sapevano…non volevano. A diciott’anni era d’obbligo ubbidire. Ma non l’aveva fatto. E doveva correre subito a rimettere l’abito a posto il più in fretta possibile. Si ricorda che poco dopo, dietro le sue insistenze, il padre aveva convinto la madre: “Tanto, cosa vuoi, durerà qualche settimana questa follia. Lasciamola fare”. La lungagnona invece è ancora qui.
È la Tigre (coniato per lei da Natalia Aspesi, ndr) a ricordare sulla Stampa nel 2008. Oggi, Mina rappresenta una certa nostalgia di una indimenticabile televisione firmata da Falqui e altri; il sabato sera, con altri mostri come Walter Chari, Paolo Panelli, Corrado, Raffaella Carrà, Alberto Lupo. Spettacoli impensabili oggi, con deliziosi balletti, ospiti come Totò, Mastroianni, Gaber, Alda Merini. Gli anni Rai di Studio Uno, Canzonissima, Milleluci, Teatro 10. Altro che reality, quei sabato diventavano un miracolo con lei a repertoriare le più belle canzoni italiane e straniere, a duettare con altri, a fare una padrona di casa che entrava con stile nelle case degli italiani.
Di Roberto Bolle e del suo presunto coming out se ne è parlato in tutte le salse. Anche Mina su La Stampa di ieri (1 febbraio) dice la sua, in un articolo dal titolo Caro Bolle, tienilo per te:
Ma siamo ancora lì? Ma veramente a noi che siamo martellati dai media con le storiacce dei Vip interessa se uno è o non è omosessuale? Non ci voglio credere. Non credo che sia una nostra irrefrenabile esigenza filosofica venire a conoscenza dei costumi sessuali del nostro vicino piuttosto che del divo di turno. Chi troverei nel letto di Roberto Bolle se facessi un blitz, una mattina, nella sua casa o nel suo albergo? Potrei trovare la strega di Biancaneve, Brad Pitt, Rita Levi Montalcini, Monica Bellucci, un battaglione di alpini, una squadra di pallavolo femminile, Francesco Cossiga, Simona Ventura con tutto lo staff di X Factor. E allora? Ma lo vogliamo dire un bel chissenefrega? Lasciamolo in pace. Ha altro da fare che smentire i supposti outing apparsi sui giornali francesi o italiani o americani.
Anche lei fa confusione tra coming out e outing. Comunque, continua:
Continua a leggere: Roberto Bolle, Mina, AGeDO: punti di vista sull'omosessualità
Il cosmo secondo Agnetha (Las Vegas Edizioni, 2008) è il romanzo d’esordio di Daniele Vecchiotti e potremo definirlo un viaggio panoramico nel sesso e nelle sue possibili varianti in cui esilaranti (e deliranti) eventi si intersecano a personaggi particolarissimi che riescono a coinvolgere il lettore e invogliano a proseguire.
L’autore ha gentilmente risposto ad alcune domande per noi di Queerblog.
Come mai un libro dal titolo “Il cosmo secondo Agnetha” o, per dirla con il film Priscilla, Sua Maestà Agnetha?
Quando il progetto del romanzo è nato, ho dovuto scegliere un’icona gay da erigere a rappresentante di tutto un mondo, un modo di vivere e pensare, un “cosmo”, appunto. Avrei potuto giocare sul facile, tirar fuori le solite Carrà o Mina (certo commercialmente sarebbe stata un’opzione più astuta); invece ho deciso di puntare tutto sulla bionda degli Abba. In primis perché sono da sempre un fan scatenato dei quattro svedesini d’oro, ma soprattutto perché mi attraeva moltissimo l’assoluto non-divismo della Fältskog, il suo essersi trincerata in una casa di provincia, diventando una specie di ombra cupa e melanconica. Il libro vede continuamente intrecciarsi solitudini e feste pop, luoghi oscuri e riflettori, miserie e splendori, e mi sembrava che il personaggio di Agnetha (a dispetto del nome difficile da pronunciare) con la sua vita struggente e i suoi lustrini fosse il più adatto a riassumere tutta la trama.

Diventare un’icona gay nuova di zecca: Anna Tatangelo lo vuole fortemente. Se non fosse bastata a farcelo capire la tanto vituperata canzone “Il mio amico” con cui la frangetta più famosa del basso Lazio ci ha deliziato all’ultimo Festival di Sanremo, ecco una conferma del suo (peraltro poco velato) proponimento.
La Tatangelo dichiara infatti in un’intervista rilasciata al settimanale Donna Moderna (in edicola domani) di ambire a raggiungere il livello di Laura Pausini o di - udite udite - Mina.
“I sogni sono desideri…”, ci verrebbe da canticchiare. Anna comunque non demorde, dichiara di voler studiare dopo l’estate inglese e spagnolo e ha in cantiere per l’autunno la conduzione di un programma musicale al fianco di Gigi D’Alessio, il suo compagno, del quale dice: “L’amore vero ti riempie la vita”. Buona fortuna, non resta che dirle. E se sono rose fioriranno (basta che non cantino però, eh).
Via | ansa
Valeriano Elfodiluce ha tracciato un convincente identikit dell’icona gay in un articolo su gay.it affermando che, per assurgere a tale oneroso ruolo, la donna di spettacolo deve rispettare i seguenti parametri:
1) Il look, che deve essere camp (nel senso di eccessivo e ostentato), trasgressivo, ambiguo, sessualmente carico o perlomeno audace; 2) Una vita privata difficile, costellata da difficoltà, traversie, amori sfortunati e magari qualche tragedia; 3) La riprovazione e la condanna da parte della società perbenista; 4) Canzoni (o altre performances artistiche) che possono essere interpretate anche in chiave omosessuale; 5) Vicinanza affettiva ed effettiva a persone omosessuali (siano essi fratelli, amici, colleghi o persino “mariti”); 6) Un’esplicita presa di posizione a favore della causa omosessuale.
Considerato che bastano tre parametri per diventare icona, praticamente qualsiasi baraccona sufficientemente cretina può essere accolta dal pubblico gay come degna rappresentante delle sue identificazioni. Tra i sei parametri, infatti, non si menziona affatto la dotazione di talento o d’intelligenza, qualità del tutto irrilevanti. Ma entriamo nello specifico.
Non esistono solo Madonna, Mina, Kylie e compagnia bella. Ci sono molti gay – e il numero è in continua crescita – che annoverano tra le icone musicali personaggi per così dire “alternativi”, se ha un qualche senso il termine. In questo post non parlerò dell’arcinota Bjork, musa delle frocie elettroniche, né dell’eterea Tori Amos, dea delle finocchie folkeggianti, né della sfranta Courtney Love, matrona delle checche ribelli.
La recente uscita dell’album “White Chalk” ha riportato alle cronache il talento affascinante di Pj Harvey, nata sull’onda del clit rock negli anni 90 e poi evolutasi in una personalissima ricerca estetica difficile da etichettare. La sua ultima fatica discografica, in effetti, è così criptica e atipica che qualsiasi definizione sarebbe limitante.
Non volendo tediarvi con recensioni da finto critico musicale, mi limito a elencarvi le immagini che l’ascolto del disco evoca nel mio immaginario: un carillon rotto, un’arpa scordata, un mattino piovoso nella brughiera inglese, un bollitore lasciato sul fuoco, una strega innamorata in trip allucinogeno, Emily Brontë sotto metadone, la protagonista di “Lezioni di piano” ricoverata in una clinica sperduta.
Ammazza che palle, direte voi. Beh, vi invito prima ad ascoltare “White Chalk”. Se siete scettici, vi dico solo che, già più di dieci anni fa, Madonna si era dichiarata fan sfegatata di Pj Harvey. Adesso mi credete?