John Amaechi – ex giocatore Nba, che nel 2007 dichiarò la propria omosessualità – afferma di conoscere una decina di calciatori gay ma consiglia loro di non fare coming out, perché non abbiamo bisogno di nuovi martiri:
Ho parlato personalmente con 10-12 calciatori gay attualmente in attività e vi posso garantire che esistono, così come vi posso garantire che nessuno di loro mi ha chiesto se debba fare coming out. Ma se lo facessero, direi loro di non farlo, perché io non sono un attivista gay e non insisto affinché si trasformino in nuovi “Giovanna d’Arco”, perché sarebbe esattamente questo che succederebbe: finirebbero subito al rogo.
Secondo Amaechi “non è compito delle minoranze rendere l’ambiente più sicuro”. Pur riconoscendo che se i calciatori gay facessero coming out si libererebbero di un peso e giocherebbero meglio, Amaechi sostiene che non sia il caso di uscire allo scoperto perché si rischierebbe di rimanere travolti dalla mentalità maschilista del mondo del calcio.
Conosco poco il mondo dello sport, ma certo mi lascia pensare il fatto che uno sportivo che abbia fatto coming out consigli ad altri sportivi di non farlo.
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Richard Boock è una famosa ed autorevole penna giornalistica del Sunday Star Times e in uno dei suoi ultimi articoli ha affrontato la questione dell’omosessualità legata allo sport. La sua opinione non comprende certamente mezze misure.
Broock infatti sottolinea come lo sport sia il luogo meno adatto ad accogliere: non esisterebbe infatti nulla di peggio per un gay. L’ambiente sportivo rappresenterebbe quanto di più intollerante ci possa essere e proprio nelle discipline agonistiche si coverebbe maggiormente la discriminazione e l’esclusione più accesa per il mondo Lgbt.
Il giornalista, che chiosa con un volutamente provocatorio “Lo sport è fatto per gli etero“, parte dall’esempio più emblematico: lo scandalo e l’eco che ha creato il coming out di Gareth Thomas, giocatore di rugby in una squadra del Galles. E sicuramente, le parole dell’uomo non possono non ricordare il consiglio di pochi giorni fa di John Amaechi, che, apertamente, aveva consigliato ai giovani sportivi di non fare coming out, perché tutto quello che era riuscito a costruire nel tempo, non sarebbe mai stato possibile.
Via | SundayStarTimes
Circa due anni fa, John Amaechi ha dichiarato la propria omosessualità, con un clamoroso coming out che ha fatto discuter il mondo del basket e dello sport. E in questi giorni, ha voluto specificare quanto gli allenatori e i proprietari delle squadre sono incolpati dell’omofobia nello sport. Ha risposto così al direttore Pr Max Clifford quando ha dichiarato in settimana che “i pericolosi fan omofobici sono la vera ragione per cui pochi gay sportivi decidono di annunciare la propria omosessualità. Non ci sono figure esemplari nel football: l’unico e il solo è stato Justin Fashanu, poi schernito ferocemente, e che alla fine si è ucciso“. Così è intervenuto Amaechi, che si è opposto alle parole dell’uomo:
“Non sono i commenti di compagni di squadra e fans poco illuminati a frenare i coming out, ma sono le azioni di allenatori, dirigenti e proprietari che cospirano nel creare gerarchie di guida che sottilmente, ma intensamente, istigano ad essere ostili verso la diversità - messaggio che lanciano forte e chiaro, spesso in maniera subliminale, ma sempre e comunque quotidianamente”
Ha inoltre ricordato che quando lui ha fatto coming out, solo il 10 per centro di chi ha commentato era ostile, un misero numero era aperto e positivo verso quello che aveva appena dichiarato: il resto della società l’ha semplicemente ignorato. Infine lancia un amaro ma sincero appello: