
Il coro del mondo lgbt italiano è unanime (o quasi): la sentenza della Corte di Cassazione emessa ieri è un passo importante e una vittoria non solo per colui che si era rivolto ai tribunali, ma per tutto il movimento e per le sue battaglie. Probabilmente pesa molto l’attesa del 23 marzo, quando un’altra sentenza, importantissima, dovrà essere emessa sui ricorsi di alcune coppie omosessuali che si son viste negare il diritto a celebrare pubblicamente la loro unione. L’attesa per questa nuova sentenza è molta, fuori e dentro la comunità lgbt italiana, perché da lì, dicono in tanti, può partire una nuova primavera dei diritti o l’arresto e la disillusione che in Italia non c’è spazio per le coppie di fatto omosessuali. E si dovranno trovare nuove strategie politiche e giuridiche.
Intanto quel che è accaduto ieri ha svegliato, in qualche modo, i mass media che, in casi come questi, ci si fiondano come api al miele. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha intervistato un uomo di alta dignità come Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela e ora eurodeputato del Pd. Crocetta è sempre stato un uomo che ha difeso e protetto la sua omosessualità, così come ha difeso e protetto la sua politica dagli sgherrami della mafia che lo voleva e lo vuole eliminato dalla terra. Del perché, hanno fatto bene i giudici, si dice assolutamente d’accordo:
“Assolutamente. Ma non solo per una generica difesa degli omosessuali come categoria a diverso orientamento sessuale. Per una questione di rispetto dell’individuo. Io posso essere gay e dirlo a tutti, come ho fatto io, ma posso esserlo e non volerlo dire a nessuno, condurre una vita dignitosa senza sbandierarlo ai quattro venti […] Anche se viene scritto in una lettera privata e si fa riferimento a episodi del passato di una persona si manca di rispetto. È la mia vita privata, siamo nella sfera della privacy. Qui è chiara la volontà dispregiativa. Perché devo essere definito gay se non voglio?”.
E’ bastato che un candidato alle elezioni regionali lombarde, in corsa con Sinistra Ecologia e Libertà, si presentasse anche col suo nome da artista drag queen, per fare scoppiare la polemica. Prima il candidato presidente uscente Roberto Formigoni, e fin qui nulla da eccepire: si sa che certe cose non stanno nelle corde; poi gli si è accodato il presidente candidato del Pd, Filippo Luigi Penati. Una polemica tutta elettorale, dove il centrodestra ci si è fiondato a man bassa dopo un articolo su quel candidato apparso sul Corriere della Sera, tanto da far scendere in campo il capogruppo di Sel, Mario Agostinelli:
“In queste ore il centro destra sta dando prova del più severo ‘bigottismo’- dice Agostinelli - per nascondere le indecenze di casa propria. Formigoni fa come dice il vecchio detto della polvere e del tappeto: pulisce dove passa il prete. Coprono i loro errori alimentando un clima torbido intorno alle elezioni. Sono orgoglioso di rappresentare la lista di Sinistra ecologia e libertà in cui c’è una candidatura come Rovyna in una Regione in cui vengono discriminati gay e lesbiche anche nella pubblica amministrazione, in cui vengono scoperti laboratori in cui viene praticato l’aborto clandestino, in cui ad essere discriminate sono le donne che affrontano il dramma dell’interruzione di gravidanza nelle strutture sanitarie lombarde. Dove sta la solidarietà e il rispetto dell’essere umano in questa Lombardia?”.
Il candidato finito sulle forche caudine è Stefano Villani, detto Rovyna, di professione drag queen. Come sanno tantissimi di noi, le drag queen sono persone di spettacolo mica di strada; si esibiscono per lo più nelle discoteche dove fanno animazione o spettacoli. La maggior parte di loro è gay e da qui, probabilmente, l’alzata di scudi del responsabile del Sel. Che uno di questi artisti scenda in campo in politica, mettendoci il suo nome d’artista, non dovrebbe creare alcuno scandalo, la cosa che dovrebbe importare è quel che promette e farà se eletto. E invece a dar di contro ci è finito anche il candidato presidente Penati che lo ha tra i suoi sostenitori.
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Con tutto quello che in questi giorni sta accadendo intorno alle liste per le elezioni regionali, verrebbe voglia di mandare al diavolo tutto e tutti; credo mai si era vista una cosa simile, con i tribunali a redimere tra i contendenti e il governo che decreta, i politici che si scagliano contro la presidenza della Repubblica, le piazze e il disastro. Che baillamme; che paese dei campanelli. Ma il voto è un diritto-dovere da esercitare; è il fondamento democratico di ogni paese civile, il suo alfa. Le regole devono valere per tutti e tutti i cittadini devono poter esercitare il loro diritto di voto. Certo, sibilla qualcuno, chissà cosa sarebbe accaduto; chissà se il governo si fosse speso così velocemente a decretare se il guazzabuglio sarebbe venuto dal centrosinistra. Chissà!
Noi, intanto, teniamo ad informarvi su quelli che sono i candidati dichiaratamente lgbt che troverete nelle liste. Sono diciotto, pochi ma buoni. Capofila di queste candidature non poteva che essere Nichi Vendola, unico omosessuale candidato alla presidenza di una regione, la sua, Puglia. Come è nelle cose è il partito di Marco Pannella ed Emma Bonino ad avere il maggior numero di candidati a marchio lgbt: Chiara Bonora e Paola Montermini in Emilia Romagna, Sergio Rovasio con la Bonino nel Lazio, Roberto Mancuso nella regione di Vendola, il bravo Enzo Cucco in Piemonte, in Lombardia Aldo Gufanti, Francesco Poirè, Luca Piva; Riccardo Cristiano e Marco Marchese in Calabria, Francesco Zanardi in Liguria.
Il resto è spalmato in altri partiti, di centrosinistra. Per l’Italia dei Valori, la presenza del militantissimo Franco Grillini, capolista in Emilia Romagna e responsabile per i diritti civili nell’Idv. Per lo stesso partito, Daniele Casagrande che corre per il consiglio comunale di Venezia. Il Pd pare avere l’orticaria, tanto da aver inserito nelle proprie liste una sola candidata lesbica, Cristiana Alicata, che se eletta andrà in Regione Lazio.
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Era prevedibile che la dichiarazione di Antonella Clerici sui gay( sì matrimonio, no adozioni) scatenasse un piccolo putiferio chi la pensa come lei e chi si sente nuovamente “tradito” (citofonare Lorella Cuccarini) . E Franco Grillini, presidente di Gaynet, interviene sulla vicenda, direttamente rivolto alla conduttrice di Sanremo 2010:
“Sugli omosessuali non siamo d’accordo con le parole di Antonella Clerici, anche se in materia di diritti delle coppie omosessuali ha fatto affermazioni positive. In particolare non condividiamo le affermazioni su matrimonio e adozioni, perchè si tratta di stabilire se lesbiche e omosessuali sono cittadini come tutti gli altri e quindi se hanno gli stessi diritti dei cittadini eterosessuali. Non è tanto la questione adozione che è in discussione, quanto il diritto degli omosessuali di essere considerati buoni genitori ne‚ piú, ne‚ meno di tutti gli altri”
Infine, un consiglio alla Clerici:
Continua a leggere: Franco Grillini ad Antonella Clerici: " I gay sono buoni genitori"
Franco, che significato politico e associativo diamo a questi 25 anni di vita di Arcigay?
Innanzitutto dobbiamo dare una collocazione precisa sulle date e sugli anniversari. In realtà, noi avremmo dovuto celebrare il trentesimo anniversario di Arcigay.
Un po’ i conti anche a me non tornavano.
Infatti il primo circolo dell’Arcigay nasce a Palermo nel dicembre dell’80; quindi, come mi fai notare anche tu, c’è un doppio anniversario che è il 25° della nascita di Arcigay nazionale; l’organizzazione strutturata a livello nazionale. Viceversa, per i cinque anni precedenti - qui ti parlo del 1985 - erano esistiti 4, 5, 6, forse addirittura 7 circoli dell’Arcigay. In questo Giampaolo Silvestri te lo può confermare perché c’era prima di me. Tra l’altro è lui l’inventore del simbolo di Arcigay, il Pegaso, quindi stiamo parlando dei “preliminari” dell’associazione. Nell’84 io proposi l’entrismo.
Fino ad allora, scusami, erano situazioni locali.
Sì. Esistevano circoli Arcigay a Brescia, Venezia, a Roma, a Palermo e via dicendo. Già nell’84 il circolo di Palermo non esisteva più, perché come tu ben sai, in quegli anni c’era una volatilità; era difficile organizzarsi. Non è come ora che hai le sedi, i finanziamenti pubblici, spesso si viene finanziati dal circuito ricreativo e quindi i circoli hanno una certa stabilità, sia come struttura che come dirigenti. Allora era tutto volontariato puro; se uno, ad esempio, doveva cambiare città, si chiudeva il circolo venendo a mancare la leadership. Sostanzialmente le cose andavano così.
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Paolo Patanè è il nuovo presidente nazionale di Arcigay. Segretario nazionale, in vece di Riccardo Gottardi è stato eletto Luca Trentini. Con loro si sono rinnovati anche gli altri organi direttivi e collegiali dell’associazione. Nulla di nuovo, quindi sotto il bel cielo freddo primaverile di Perugia. La mozione che portava le prime firme del neo presidente e del neo segretario nazionali, Fare Futuro, aveva una tale pletora di appoggio e consensi da non lasciare nessuna p0ssibilità di rivalsa della mozione concorrente.
Per tutta la giornata e la notte inoltrata scorsa, sono proseguite nel loro lavoro le varie commissioni che hanno fatto alcuni cambiamenti allo Statuto e si sono impegnate nelle varie discussioni e iniziative da prendere, sulla scuola, i giovani e altri temi che impegnerà Arcigay nei prossimi anni. Come è nelle corde di qualsivoglia Congresso, le diaspore non sono mancate; qualche incomprensione ha fatto temere il peggio, finché la saggezza di tutti non ha portato alla mediazione e a un riconosciuto risultato.
Stamane, una delle questioni che è riuscita a paralizzare il congresso ha riguardato proprio il presidente nazionale uscente, Aurelio Mancuso. Farlo o no, presidente onorario di Arcigay? In fondo, sussurravano in molti in sala, la cosa era toccata a Franco Grillini primi, e a Sergio Lo Giudice poi. Perché non Mancuso? La domanda per molti era ovvia, per altri no.
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Perugia è una piccola, deliziosa città umbra. Da qui, ogni anno, parte una marcia che raccoglie qualche centinaio di persone che raggiungono, tra dolci pendii e casolari, Assisi. È la marcia per la Pace; la stessa che probabilmente servirà ai congressisti di Arcigay per uscire da un rinnovamento mancato; l’eccesso di burocrazia e poteri che l’ha allontanata da una certa militanza che è diventata solitaria e poco incisiva. Così, mentre l’Italia sta ancora attraversando una trasformazione che riguarda la politica ma anche le idee e le azioni dei cittadini, certi egoismi esaltati dalla Lega, una crisi economica che presto presenterà un conto salato, tutto a scapito dei più deboli; anche i diritti civili omosessuali sembrano aver preso una china in discesa, una frantumazione di tante battaglie che dovevano portare risultati e ci siamo ritrovati invece di fronte a nuove omofobie; a preti che intendono togliere un sacramento ai gay, a nuovi predicatori-psichiatri che inventano cure “riparatrici” contro l’omosessualità; ad una Babele di disinformazione e linguaggi che hanno fatto arretrare i movimenti.
Le due mozioni che si discuteranno a Perugia, iniziano entrambe con un’autocritica alla luce del presente e di tre anni in cui è stato impossibile lo svolgimento di una concreta azione politica. A dirlo non siamo noi, ma la mozione “Essere futuro”, presentata da Paolo Patanè, in quota presidente al posto di Mancuso e Luca Trentini che si candida a sostituire in segreteria nazionale Riccardo Gottardi.
“Arcigay è apparsa incapace di elaborare una strategia politica alternativa, idonea a produrre politica in condizioni di assoluta impraticabilità dei percorsi parlamentari. Abbiamo perduto l’occasione di approfondire le opportunità legate alla strategia giudiziaria per l’affermazione dei nostri diritti, e quelle legate ad un rinnovamento delle caratteristiche della nostra comunicazione, fino a perdere del tutto l’iniziativa sul tema delle unioni e del matrimonio civile. In generale è mancata la capacità di sperimentare modalità e strumenti innovativi di proposta politica, come ad esempio, le leggi di iniziativa popolare […] Il risultato è stato un cortocircuito dei meccanismi di analisi e decisione politica; l’incapacità di elaborare una strategia; l’apertura di una stagione di veleni interna; la perdita di senso di ruolo per il Consiglio nazionale e per la stessa Segreteria. Arcigay è rimasta paralizzata su se stessa, subendo una perdita di consenso; uno scollamento della base associativa”.
Ci vorrà qualcuno tra i tanti costituzionalisti, tra i politici e i cittadini, che prenda finalmente a cuore quella Carta approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947. C’è chi la vuole oggi modificare senza accorgersi che poco è stata applicata nelle sue ragioni principali e nei suoi articoli di fondamentale libertà per tutti i cittadini. Che Arcigay abbia scelto per il suo XIII Congresso Nazionale, di richiamarsi alla Costituzione, garanzia di pari diritti per tutte le persone, è un fatto necessario e importante, perché sempre più spesso il cittadino glbt viene estromesso dai diritti che la Costituzione gli assegna e usato ed abusato da una bieca e cieca politica.
“Per Costituzione, io c’entro“, è lo slogan scelto per la più importante assise di Arcigay in cui convogliare desideri e speranze di un paese dove le minoranze sessuali (certo, non solamente loro) vengono trattate da apolidi, derisi nella loro affettività, minacciati ed offesi da altri cittadini cui è stato inculcato il disprezzo verso il diverso. Una diversità che in altri luoghi è vista come ricchezza sociale e culturale, mentre da noi, Arcigay ma anche le altre associazioni glbt, devono difendere da una cultura amorfa, biascicante e spregevole. Spiega il presidente nazionale uscente, Aurelio Mancuso
Lo slogan “Per Costituzione, io c’entro“, scelto per il nostro Congresso Nazionale è un monito alla politica sorda e lontana dai bisogni dei cittadini e della comunità glbt, incapace di tradurre in determinatezza giuridica e sociale le richieste provenienti dalle persone. Un forte richiamo alla nostra Carta Fondamentale, garanzia dei diritti di tutte e di tutti. L’Associazione che compie questo quarto di secolo è una rete dinamica, composta da 46 realtà territoriali, spesso cresciute in provincie remote, ha una forte presenza di giovani e giovanissimi, sa interpretare i nuovi stimoli portando i suoi associati in piazza a rendersi visibili, e organizzare gruppi e attività che raccolgono lo spirito di una comunità lgbt in crescita nonostante l’aria soffocante di un Paese disilluso. Le decine di volontari e volontarie Arcigay che ogni giorno si spendono per realizzare cose e aiutare l’altro, accrescendo la partecipazione, sono l’orgoglio che mi hanno reso fiero di condurre per tre anni un’associazione comunque diversificata e complessa in una situazione sociale che propone continue sfide.
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Ratzinger is back. Sembra molto il secondo capitolo di una saga, anche se in questo caso verrebbe bocciata unanimamente dalla critica per la ripetitività della trama. Come fedelmente riportavano anche i Tg di oggi, il Papa ha indirettamente citato paesi europei e mondiali, come pericoli per il volere di Dio che non deve essere rappresentato dai desideri dell’uomo:
“‘Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana. Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi riferisco, per esempio ad alcuni Paesi europei o del Continente americano. La libertà non puo’ essere assoluta, perche l’Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore’”
Per cui, basta “nascondersi” dietro all’alibi della discriminazione (che poi non sembra essere così importante per lui) e abbasso i matrimoni gay tra persone dello stesso sesso. Insomma, qualcosa di originale, ribadito con la solita eleganza e il solito cristiano rispetto di sempre. E la risposta di Grillini non si è fatta attendere:

Probabilmente qualche scossone arriverà anche a Roma, al governo centrale che più che silente pare ostacolare la corsa democratica verso i diritti civili che riguardano la popolazione omosessuale. Lo scossone lo stanno dando le regioni; così dopo la Toscana e la Liguria, anche l’Emilia Romagna ha varato una legge antidiscriminazione che estende benefici e servizi anche alle coppie conviventi omosessuali.
Una bella vittoria quella incassata dall’Assemblea legislativa di quella regione, tanto da far dire ad Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay:
“Il Parlamento nazionale non può rimanere immobile di fronte a queste svolte che stanno cambiando il nostro Paese, regione dopo regione, ma dovrebbe cogliere il messaggio di dignità e laicità, dando tutele e pari diritti a tutte le persone lgbt italiane. Con questa legge il Presidente Errani e la maggioranza che governa la Regione hanno dato un segnale chiaro e forte di laicità e comprensione della realtà sociale di tutte le famiglie”
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