
C’era una volta un bambino che amava leggere e colorare. Aveva quasi dieci anni e in classe non aveva molti amici. Durante l’intervallo, invece di correre in cortile o inseguire qualche compagna, preferiva estrarre dalla sua sua cartella un giornalino e sfogliarlo, sulle scale che conducevano all’esterno. Non si sentiva solo, perché gli era sufficiente alzare la testa, ascoltare il vociare dei suoi coetanei intorno a lui e tornava esattamente dove si trovava. Ma a volte, gli piaceva volare altrove, spaziare in altri mondi o semplicemente perdersi tra le avventure delle storielle che leggeva: non voleva essere lì.
Ogni tanto, qualche ciocca gli scivolava pigra sulla fronte e con la mano se la spostava, passandola dietro alle orecchie. Ormai era abituato a quei capelli un po’ lunghetti, per lui rappresentavano anche uno scudo, una cuffie esterna che avrebbe volentieri usato per sentire solo ciò che voleva udire, e a volte ciò che non faceva male. Se li legava quando diventavano ribelli oppure li teneva lontani dagli occhi con un semplice cerchietto nero e poco visibile. A lui piaceva anche. Ma non ai suoi compagni. A loro non piaceva affatto.
I giornali, i fumetti e i libri che amava sfogliare, purtroppo, per il bambino non racchiudevano solo un mondo o una fantasia in cui potersi rifugiare quando tutto intorno non appariva più così puro e semplice. Tra le pagine, oltre a storie fantastiche e paperi parlanti, spesso trovava dei biglietti, infilati dai suoi compagni di classe. E non erano inviti per feste o dichiarazioni di compagne timide che non riuscivano a confessargli la loro prima cotta.
Lo scorso week end (scusate il ritardo) sono andato a vedere Breakfast On Pluto. Del film me n’ero già occupato. Le aspettative erano alte. Difficile riassumere la bellissima pellicola irlandese in uno spazio veloce, tanto quanto un click. Ci provo, descrivendo due degli aspetti che maggiormente mi hanno colpito: il colore e la favola.