Mancano alcune, poche settimane, al pronunciamento della Corte Costituzionale per il 23 marzo, giorno in cui sapremo se il nostro Stato intende far vivere in legalità le coppie omosessuali che si sono rivolte alla giustizia per vedersi riconoscere i propri diritti. La battaglia sul matrimonio omosessuale rappresenta un importante strumento per la crescita sociale e culturale del nostro Paese, e non solo l’ottenimento di un diritto negato ad una minoranza. Bisogna che entriamo in prima persona, con coraggio e determinazione, in questa civile battaglia che può anche non riguardare noi come soggetti, ma è per noi tutti un passo di grande civiltà e democrazia.
Per questo è nato, per la generosa volontà di Sergio Rovasio di Certi Diritti e di Ivan Scalfarotto, Vice Presidente dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, il Comitato Nazionale per il riconoscimento del diritto al matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. Per questo, ora, subito, serve l’appoggio di tutti, se davvero vogliamo cambiare qualcosa in questo paese che ci tratta da merce, da apolidi, da persone senza nome. Scrivono a buona ragione i due promotori:
“Questa è una occasione fondamentale per portare il dibattito sul diritto al matrimonio fuori le mura di Tribunali e Istituzioni. Tutto ciò è un compito importante e impegnativo. Ora è giunto il momento di fare il salto di qualità: dobbiamo unirci e attrezzarci per i prossimi mesi in vista dell’imminente pronunciamento della Corte Costituzionale, previsto per il 23 Marzo, affinché vengano colte nel modo migliore tutte le opportunità di parlare all’Italia e alla sua classe dirigente su questo tema. Per questo sono necessarie risorse umane ed economiche consistenti, che vanno molto al di là delle forze di ogni singola organizzazione”.

Il mese prossimo, il 23 marzo, la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla legittimità del rifiuto delle pubblicazioni matrimoniali ricevuto da alcune coppie di persone dello stesso sesso che avevano avuto dal loro Comune il diniego. Lo ha annunciato al Terzo Congresso Nazionale di Certi Diritti, conclusosi ieri a Firenze, l’avvocato Antonio Rotelli. Sarà un momento importante per le coppie che in questi anni e mesi si sono recati nei propri comuni di residenza e hanno chiesto al loro primo cittadino di avere pari dignità delle altre coppie che possono accedere all’istituto matrimoniale. E sarà un momento importante per tutte le organizzazioni glbtq che si battono per i diritti civili negati agli omosessuali in questo paese.
Probabilmente, se la Corte non dovesse dare un responso positivo, la parola passerà all’Europa, ma è meglio attendere serenamente il giudizio del 23 marzo. Intanto prosegue lo sciopero dell fame della coppia gay di Savona che ha chiesto il riconoscimento della loro unione e prosegue la battaglia di altre coppie gay e lesbiche che non si sono arrese al diniego dei propri sindaci. Una battaglia di civiltà quella intrapresa da questi nuclei familiari, favorita dall’ultimo Rapporto Eurispes.
I giudizi positivi sul riconoscimento giuridico per le coppie di fatto, cominciano a entrare nella cultura del nostro paese, troppo spesso intasato e bloccato da quel che vuole la gerarchia ecclesiastica e mai dalle giuste aspirazioni di molti suoi cittadini.
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Capita spesso che ci sia enorme confusione tra matrimoni civili – sia etero che gay –, religiosi, civil partnership, PaCS, DiCo, DiDoRe, unioni civili e via dicendo. Per cercare di fare un po’ di chiarezza abbiamo chiesto all’avvocato Francesco Bilotta, co-fondatore di Rete Lenford, impegnato in prima linea nella lotta per i diritti delle coppie gay.
Quando si parla di unione fra persone dello stesso sesso spesso si fa confusione: c’è chi parte subito con il discorso matrimonio religioso, chi si batte per quello civile, chi vuole le unioni civili all’inglese, chi lotta per i PaCS e via dicendo. Potresti spiegarci le differenze principali tra i vari istituti?
Possiamo per semplicità dividere in due grandi insiemi i modi per regolare la vita di una coppia: il matrimonio e gli strumenti alternativi al matrimonio.
Nel nostro Paese dobbiamo distinguere il matrimonio regolato dal diritto civile da quello regolato dal diritto canonico (dello Stato Città del Vaticano) che in base al Concordato con la Chiesa cattolica ha effetti anche per lo Stato italiano a certe condizioni. Anche altre confessioni religiose hanno stipulato accordi simili con il nostro Paese, ma non sono questi matrimoni che ci interessano.
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Sabato 30 e domenica 31 gennaio si terrà a Firenze il III Congresso Nazionale dell’Associazione Radicale Certi Diritti. In questi anni di laborioso lavoro a favore delle coppie di fatto e degli amori omosessuali non riconosciuti dal nostro ordinamento giuridico, l’Associazione guidata da Sergio Rovasio, segretario, e dal presidente Clara Comelli, è riuscita a essere una spina nel fianco contro molte forme di discriminazione; contro coloro che hanno satrapizzato la vita, i diritti civili e la libertà dei cittadini omosessuali. Un magnifico lavoro, spesso accompagnato dall’aiuto efficace dei fondatori e dei militanti della Rete Lenford.
Sarà per questo un appuntamento molto importante per fare il punto sulle iniziative svolte e il tanto lavoro che vedrà ancora impegnati gli amici di Certi Diritti. La matrimonialità o il riconoscimento legislativo delle coppie di fatto omosessuali in Italia è un tema vivo, presente, eppure ignorato dalla politica e ostacolato dalle gerarchie ecclesiastiche. Restiamo in Europa il bieco silenzio della laicità e dei diritti negati alle minoranze sessuali: una vergogna spesso richiamata e mai ascoltata dal Parlamento Europeo.
I lavori della terza assise nazionale di “Certi Diritti” si apriranno sabato mattina con la presentazione, a cura di Giacomo Cellottini del libroAmore civile, dal Diritto della tradizione al Diritto della Ragione (MIMESIS - Quaderni Loris Fortuna). Il volume è frutto di quasi due anni di lavoro dei parlamentari radicali e di Certi Diritti sulla proposta di riforma del Diritto di famiglia.
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Una bella iniziativa che ora necessita del sostegno di tutti: coppie e singoli, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali. L’ha lanciata il portale gay più conosciuto in Italia, Gay.it che, dopo che il Sindaco di Torino ha annunciato di voler sposare simbolicamente due concittadine, ora chiede a tutte le coppie di scrivere ai propri sindaci per chiedere loro la celebrazione della propria unione. L’iniziativa si chiama Mille Chiamparino e così viene spiegata da Alessio De Giorgi:
“Chiediamo alle coppie gay e lesbiche delle altre città di chiedere altrettanto al loro Sindaco. Il gesto non ha alcun valore legale, come è ovvio, ma ne ha sicuramente uno culturale. La legge non prevede il matrimonio per le persone omosessuali, ma nulla vieta loro di celebrare una festa nuziale e nulla vieta che sia proprio la massima autorità cittadina a presenziare a tale cerimonia”.
Come sapete in questi mesi, forti dell’appoggio di organizzazioni come Certi Diritti, molte coppie di gay e di lesbiche hanno chiesto al loro Comune di poter accedere alle nozze civili. C’è stato chi, come il sindaco di Bologna, si è detto contrario e chi si è rimesso nelle mani del giudice, visto quel che recita la attuale legge. Ma la questione dei diritti e del riconoscimento delle coppie di fatto, è un tema caldo e sentito, nonostante il Parlamento non riesca mai a esaudire i desideri di migliaia di suoi cittadini.
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Prima o dopo la Consulta dovrà dire la sua; spiegare ai suoi cittadini se tra i varchi delle unioni riconosciute e celebrate ci possa essere quella tra due persone dello stesso sesso. Grazie all’azione di Certi Diritti, alla ferma volontà delle centinaia di famiglie arcobaleno ma anche di tante coppie singole che intendono non mollare sul riconoscimento della loro unione tanto da desiderarne la celebrazione matrimoniale, i giudici dovranno decidere l’interpretazione che la nostra Costituzione dà del matrimonio e decidere se “nel nostro Paese non c’è alcun divieto per le coppie omosessuali di contrarre matrimonio”, come afferma Sergio Rovasio, militante di punta di Certi Diritti.
L’ultima richiesta di contrarre matrimonio civile è arrivata da due donne di Casalecchio. Le due di 43 e 47 anni hanno anche un figlio avuto da una precedente relazione di una delle due donne e ora sono fermamente decise a far valere le loro ragioni. Così si sono rivolte al tribunale civile di Bologna per sapere dai giudici se possono accedere al matrimonio civile o se è incostituzionale.
Come è accaduto a Trento e a Venezia, pensiamo che anche in questo caso ai giudici non resterà che rimettersi al giudizio della Corte Costituzionale. Di certo viene fuori una nuova Italia dei diritti che comincia a chiedere apertamente il riconoscimento delle unioni di fatto, chiede la matrimonialità tra coppie dello stesso sesso e visto che i legislatori hanno altro a cui pensare, si appellano ai giudici e alla Consulta. Non sarà una battaglia facile, anche se nel caso delle due donne, lo stesso sindaco si è detto favorevole ma ha allargato le braccia di fronte al divieto impostogli dalla legge.
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Si tratterà di un atto privato, ma il gesto di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, avrà senza dubbio un significato politico.
Antonella D’Annibale – operatrice del Servizio contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale del Comune – e Debora Galbiati Ventrella – educatrice professionale, famiglia siciliana valdese, un ex prete operaio come amato padre adottivo – stanno insieme da otto anni e desiderano sposarsi. Così, dopo aver aderito alla Campagna di affermazione civile promossa da Certi Diritti e dalla rete di avvocatura lgbt Rete Lenford hanno scritto al loro sindaco:
Vorremmo incontrarla e parlarle di un desiderio: vogliamo sposarci. E non possiamo farlo. Per questo ci sentiamo discriminate, nel nostro paese, nella nostra città. Sappiamo che gli indirizzi europei sono di eliminare ogni forma di discriminazione, ma del nostro matrimonio non si sta occupando nessuno. Siamo certe che lei vorrà ascoltarci… E vorrà essere d’esempio compiendo un’azione politica e culturale che ci avvii verso il Nuovo.
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I primi anni ‘70 furono gli anni del risveglio, dell’uscita dall’anonimato e dai ghetti della paura. Novella capitale dei diritti omosessuali Torino dava vita al Fuori /a> per sentita volontà di Angelo Pezzana, Alfredo Cohen, Gianni Vattimo, Emma Allais e altri. Tra questi altri Enzo Francone, radicale da sempre, scomparso ieri per una forma di cancro nella sua amata Torino. Quegli “audaci”, legati al Partito Radicale, si erano trovati una sera a casa di Fernanda Pivano per discutere l’organizzazione del nascente movimento che intendeva copiare il Gay Liberation Front inglese e il francese Mouvement Homosexuelle d’action revolutionnaire. Le battaglie dei gay legati a quelle degli studenti, delle donne, delle altre minoranze presenti nel Paese.
Enzo Francone, come accade per molti altri che mai abbandonano la battaglia per i diritti negati, chiusa quella stagione e tante altre stagioni, non torna nel silenzio degli egoismi personali ma resta fino al suo silenzio finale tra le fila dei Radicali; entra in Certi Diritti e continua la sua militanza e il desiderio per sé e per gli altri di una vita più dignitosa con leggi di diritti glbtq. Gli uomini che se ne vanno spesso ci lasciano patrimoni narrabili di lotta e di desideri di liberazione, di opera narrata della collettività glbtq. Francone era uno di questi; sicuro che le sue battaglie a fianco dei Radicali, dei movimenti, in un giorno non suo e non nostro, vedranno luce e orgoglio. Le sue lotte, le sue battaglie resteranno di diritto nella storia del movimento omosessuale italiano.
A Milano, ieri, Congresso per il Cig Arcigay, capitanato fino alla nuova elezione di un nuovo presidente e di una nuova segreteria dal bravo e generoso Paolo Ferigo, a cui vanno i miei personali ringraziamenti per le tante battaglie condotte con leale partecipazione in tutti questi anni in cui ha presieduto l’organizzazione milanese legata ad Arcigay. A sostituire Ferigo alla presidenza del Cig, Marco Mori, con un curriculum di grande rispetto e la voglia sua e di altri di svegliare Milano dal torpore in cui da qualche anno vive e vegeta.

Secondo la vigente legge, loro, come tutte le coppie omosessuali che si amano e vivono la loro vita di coppia, non possono accedere all’istituto matrimoniale. Da noi, grazie ad una politica cieca e ipocrita, le coppie omosessuali non hanno alcuna copertura legale, figurarsi l’unione matrimoniale. Ma due donne che da tempo si amano, vivono nella serenità della vita, sono accolte nei rispettivi nuclei familiari, hanno insistito per il riconoscimento della loro unione e si son dette pronte ad affrontare il giudizio, dopo che il sindaco del loro Comune ha negato le pubblicazioni al loro matrimonio.
La vicenda si svolge a Conselve, un comune di circa 10 mila abitanti, in provincia di Padova. Le due donne, di 24 e 28 anni hanno chiesto al loro sindaco di predisporre i documenti per accedere al matrimonio. Ovviamente il sindaco si è rifiutato e loro, quel diniego lo hanno portato in Tribunale. Per le due donne: “Il matrimonio deve essere riconosciuto a qualsiasi persona libera“.
Il 22 gennaio del prossimo anno il caso verrà discusso nel corso di un’udienza civile al Tribunale di Padova, e vedremo come andrà a finire. Dalla loro hanno l’appoggio di Certi Diritti, l’organizzazione Radicale che da tempo ha iniziato una battaglia per aiutare le coppie di fatto omosessuali, apolidi in patria.
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A poche ore dalla morte di Brenda, il mistero si infittisce sempre più e il ritrovamento del portatile nel lavandino porta la polizia a sospettare sempre più di omicidio volontario. E con la notizia di questo assassinio, alcuni personaggi del mondo dello spettacolo e politici affrontano l’argomento, dando la loro opinione.
Tra i primi a parlare, anche Vladimir Luxuria, che ha espresso la sua paura in merito all’avvenimento, oltre a lanciare il quesito su come mai nessuno stesse vigilando su quella testimone oculare così a rischio:
“Temo una escalation di violenze ai danni delle persone transgender, soprattutto quelle più indifese. Spero solo che tutte le persone che hanno ironizzato sulle fattezze corporee di Brenda, possano mordersi la lingua davanti allo scempio del suo cadavere. e indagini seguiranno il loro corso ma sospetto che l’incendio sia stato appiccato da chi temeva che emergesse la verità sul caso Marrazzo. Brenda non era più una persona umana ma una traccia scomoda da far sparire, e non era bastato portarle via il cellulare. come mai nessuno ha pensato di vigiliare su di lei. Si pensa giustamente a dare la scorta ai pentiti, a chi e’ sovraesposto e giustamente deve essere protetto. Ma a dare una protezione a Brenda nessuno ha pensato. Tutti sapevano dove abitava, perché si è lasciato che la ammazzassero?”