
Quando inizia il servizio con la canzone “Macho man” sono tentato di immergere il portatile nell’amuchina. Alla frase “cos’è cambiato oggi nell’era dei trans” di Sabrina Salerno, che pare abbia imparato le date a memoria come per le interrogazioni di storia, mi sembra di stare in un’era storica diversa, nel periodo degli pterodattili o dei mammut. Ma sono “i” trans. Alè.
E ovviamente poteva iniziare diversamente lo speciale raccontato da un omicidio di cronaca nera, foto in bianco e nero e titoloni da giornali e musichetta inquietante degni del mostro di Firenze? No, a quanto pare. Poi qualche intervista di quegli anni, quando non si sapeva il significato della parole transessuale e l’inizio dell’orgoglio omosessuale. La parola spetta ad Eva Robin’s che racconta la sua vita e parla dei cambiamenti avvenuti in quegli anni e del suo rapporto speciale con Amanda Lear e Renato Zero.
Inoltre interviste a gay, lesbiche, trans, il caso Marrazzo e la testimonianza dell’omofobia in una città del sud dove un uomo gay viene insultato, di giorno, da coloro con cui farà sesso di notte.E sopratutto, mentre oggi ancora si ha paura a pronunciare la frase “matrimonio gay in Italia”, nel 1975, Don Marco Bisceglie, sacerdote omosessuale, veniva sospeso per aver volontariamente unito in coppia di uomini innamorato. Nel 1975. 35 anni fa. Oggi questa azione coraggiosa è impensabile. E, onestamente, sebbene non sia stato nulla di rivoluzionario, personalmente, ho preferito questo servizio ai mille dibattiti da salotto televisivo. Dopo il salto, i video di ieri.
Grazie a SuperPopTv per la segnalazione!
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Si è soliti pensare che un film sia interessante per la comunità GLBTQ italiana solo se basato sulle storie di personaggi gay dimenticandosi di quell’estetica che rende una pellicola più interessante di un’altra.
Non me ne vogliano i fans, GLBTQ, di Ferzan Ozpeteck che venerdì prossimo organizzeranno dei veri e propri pulmini per assicurarsi la prima visione di “Mine Vaganti” ma la grandezza del regista la si è potuta vedere in film non gay-friendly. Su tutti “Un giorno perfetto”.
“Alice in Wonderland” pur non basandosi su vicende “omosessuali” dovrebbe diventare uno di quei film riconducibili ad un pubblico queer. L’estetica del regista, Tim Burton, è gloriosamente drag.
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Torna Alessandro Cecchi Paone e parla del suo coming out, del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei gay nascosti che ci sono in tutte le redazioni televisive. Ai microfoni di Klaus Davi afferma che Berlusconi non è affatto omofobo:
Berlusconi non è un omofobo, nella maniera più assoluta. Quando feci coming out, fu il primo a chiamarmi e a dirmi: “Hai fatto bene, grazie”, dopodiché provvide a far stampare ancora più manifesti e volantini in cui io ero ritratto con lui accanto.
Poi, dopo essersene uscito con una delle sue scientifiche affermazioni (Non ci dimentichiamo che Mediaset, già negli anni Ottanta, sdoganò i travestiti, facendo lavorare Amanda Lear) ha svelato il segreto di Pulcinella: RAI e Mediaset sono pieni di gay e bisex!
“Rai e Mediaset sono piene di conduttori gay e bisex, ma sono dei veri e propri vigliacchi perché non fanno coming out. Tutti ne parlano nei corridoi delle televisioni e non è un segreto per nessuno, ma poi, a telecamera accesa, diventano vigliacchi e codardi. Non è machismo, secondo me è vigliaccheria, hanno paura. Sono il contrario del machista, hanno una paura tremenda. So di conduttori gay e bisex che non lo rivelano. Ci sono delle persone che fanno finta di essere qualcosa che non sono. Ma nel mondo omosessuale è inutile negare, si viene a sapere subito, frequentano certi ambienti e la gente parla. Detto questo, non credo che in tv questi cripto gay o bisex facciano rete”.
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“Si definisce icona gay un personaggio pubblico con ampio numero di ammiratori appartenenti alla comunità LGBT, un punto di riferimento per l’immaginario della cultura LGBT. Il fenomeno delle icone gay fa parte dello star system ed è anche oggetto di studi di marketing, in quanto la comunità LGBT è spesso riconosciuta come “trend setter” per i beni voluttuari e “opinion leader” per quelli culturali”.
Recita così la nostrana wikipedia, per raccontare uno o più personaggi che entrano tra i favori di un pubblico designato.
Sull’ultimo numero di Babilonia, Amanda Lear si schernisce quando le si chiede se si ritenga una icona gay, mentre altri fanno a gara per diventare un’icona al servizio degli utenti glbt. Forse ne va del loro successo e comunque di una buona visibilità che mai guasta. Sono tanti, uffici e riviste di marketing che ogni tanto interrogano i propri affiliati e la gente comune su chi per loro si può fregiare del titolo.

E’ uno degli elementi della sua androginia, una delle chiavi del suo successo, uno dei motivi dell’ambiguità del suo personaggio, giocato sull’equivoco del transgenderismo. Il segreto dell’indimenticabile e inimitabile cattiva intonazione di Amanda Lear? Lo spiega lei in persona al quotidiano E Polis:
Ho provato tutto, anche eroina, cocaina, ho fumato, bevuto whisky per avere la voce grossa, così cantavo meglio. Una verà imbecille.
Che gran rivelazione! Che vita sregolata. Menomale che dell’imbecille si dà da sola. Di tutti questi eccessi, comunque, si parla davvero poco nel suo storico libro di memorie, “La mia vita con Dalì”.
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