
Il coro del mondo lgbt italiano è unanime (o quasi): la sentenza della Corte di Cassazione emessa ieri è un passo importante e una vittoria non solo per colui che si era rivolto ai tribunali, ma per tutto il movimento e per le sue battaglie. Probabilmente pesa molto l’attesa del 23 marzo, quando un’altra sentenza, importantissima, dovrà essere emessa sui ricorsi di alcune coppie omosessuali che si son viste negare il diritto a celebrare pubblicamente la loro unione. L’attesa per questa nuova sentenza è molta, fuori e dentro la comunità lgbt italiana, perché da lì, dicono in tanti, può partire una nuova primavera dei diritti o l’arresto e la disillusione che in Italia non c’è spazio per le coppie di fatto omosessuali. E si dovranno trovare nuove strategie politiche e giuridiche.
Intanto quel che è accaduto ieri ha svegliato, in qualche modo, i mass media che, in casi come questi, ci si fiondano come api al miele. Il Corriere della Sera, ad esempio, ha intervistato un uomo di alta dignità come Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela e ora eurodeputato del Pd. Crocetta è sempre stato un uomo che ha difeso e protetto la sua omosessualità, così come ha difeso e protetto la sua politica dagli sgherrami della mafia che lo voleva e lo vuole eliminato dalla terra. Del perché, hanno fatto bene i giudici, si dice assolutamente d’accordo:
“Assolutamente. Ma non solo per una generica difesa degli omosessuali come categoria a diverso orientamento sessuale. Per una questione di rispetto dell’individuo. Io posso essere gay e dirlo a tutti, come ho fatto io, ma posso esserlo e non volerlo dire a nessuno, condurre una vita dignitosa senza sbandierarlo ai quattro venti […] Anche se viene scritto in una lettera privata e si fa riferimento a episodi del passato di una persona si manca di rispetto. È la mia vita privata, siamo nella sfera della privacy. Qui è chiara la volontà dispregiativa. Perché devo essere definito gay se non voglio?”.
Maura Chiulli, riminese, fa parte della nuova segreteria nazionale Arcigay e ha la delega alla scuola, ai giovani e alle politiche di genere. Conosciamo Maura come scrittrice – suo il bel romanzo lesbo Piacere Maria – ed è un vero piacere incontrarla in questa nuova veste istituzionale. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Maura in merito al suo incarico, alle sue speranze e ai suoi progetti futuri.
Domanda che potrebbe essere un titolo per un convegno: scuola e omosessualità - che fare/come fare?
Sono davvero onorata di questa grande responsabilità: la Scuola, un’agenzia formativa seconda solo alla famiglia. La formazione e l’educazione alla “diversità”, il lessico, la cultura, il riconoscimento e la comprensione dei generi, degli orientamenti sessuali, questi sono gli obbiettivi e le finalità dei tanti progetti realizzati da Arcigay nelle e per le Scuole, dal mio predecessore (egregio) Marco Coppola e da un gruppo folto di volontari. Proseguire sulla strada dell’informazione e della cultura è irrinunciabile.
A tuo modo di vedere quali sono le principali difficoltà che si incontrano nel presentare nelle scuole la realtà lgbtqqi?
La scuola non è che lo specchio giovane, e in questo senso forse il più pulito, della società nella quale viviamo. In essa si incontrano le culture e pulsioni diverse, sguardi ed età, colori e le lingue: la scuola è diversità, e questo dato intrinseco può solo facilitarci. Informare, parlare, raccontare, formare gli Insegnanti e i Presidi a fornire risposte coerenti e autorevoli ai ragazzi è tutto ciò che stiamo facendo.
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Verrebbe da dire: cose dell’altro mondo! Secondo alcuni altolocati del Pdl, parlare di diversità non include gli omosessuali e l’omosessualità. In quel seminario che si svolgerà a Verona, venerdì e sabato prossimo e che ha per titolo Diversità come valore, gli omosessuali non devono essere contemplati, figurarsi una loro infausta partecipazione. Ne sono convinti i pidiellini veronesi guidati dall’ex assessore provinciale Maria Luisa Tezza e dall’ex presidente del consiglio provinciale, Massimo Galli Righi, che hanno sollevato un polverone sull’iniziativa protestando vivacemente contro il presidente della Provincia, Giovanni Miozzi, che ha avvallato il programma e concessa la Sala Rossa della Provincia.
Per loro, le diversità erano quelle trattate dalle Acli, del Cestim, della Comunità di Sant’Egidio, del Consiglio Italiano per i Rifugiati e dell’Enar (European Network Against Racism); mica anche quelle di Arcigay. Che fossero anche loro patentati a dibattere di diversità? No, certo che no! E così hanno riempito di mail di contestazione, la posta elettronica del presidente provinciale.
Giovanni Miozzi, eletto lo scorso anno nelle liste Pdl, non si è fatto intimidire dai suoi colleghi politici; tra le tante competenze istituzionali ha anche quella sulle Pari Opportunità e, a quanto è dato sapere, i gay in questo diaframma di discussione ci possono stare benissimo. A trattare di diversità, verrebbe a chiunque l’idea di invitare qualche esponente del mondo omosessuale. Chissà cosa avevano in testa i contestatori del seminario, cosa pensavano si dovesse discutere in un tema sulle diversità.
Fonti di informazione televisiva avvisano che la miliardaria Ivana Trump è già in Nicaragua e domani sbarcherà sull’isola dove in questi giorni i concorrenti non si son fatti mancare nulla in liti e dissapori. Curioso che a fare gli onori di casa sarà proprio il muscoloso Rossano Rubicondo, ex partner della Trump con cui è in corso una causa di separazione. La biondissima signora Ivana Marie Zelníčková, mentre lotta per mantenere il nobile cognome dei Trump si è data parecchio in televisione. La cecoslovacca sessantunenne ha partecipato all’ultima edizione del“Celebrity Big Brother” (il “Grande Fratello Vip” inglese), riuscendo a piazzarsi al settimo posto. In qualche modo è già allenata a sopportare le furiose liti che si consumano quotidianamente nel fazzoletto di terra nicaraguense della Wild Cane Cay.
Top secret il compenso che spetterà a Ivana, ma di certo non sono briciole di monetine. Farà un po’ quello che è toccato nella passata edizione alla showgirl Valeria Marini: se ne starà per un po’ tra i naufraghi e poi se ne tornerà senza colpo ferire alle sue vicende librarie e ai suoi atelier. Farà comunella con la “Venere” di Milo, come l’ha recentemente battezzata Aldo Busi, o con lo stesso, iroso, ironico scrittore? O, a beneficio delle telecamere, si immergerà nei panni della miliardaria “de noantri” e troverà irresistibili i bicipiti di Davide e le discussioni in puro dialetto romanesco alla Belli? Vedremo!
Intanto a far discutere - ma già succede dall’inizio di questa settima edizione - è sempre lui, Aldo delle irosità e dei dinieghi. Umanità verso se stesso e poca comprensione verso gli altri concorrenti. A farne le spese, per ultimo, ma non ultimo, il giovane Roberto Anselmi, fregiato del cognome del cantautore Renato Fiacchini “Zero” che lo ha adottato davanti al presidente della Prima sezione del tribunale civile di Roma, nel marzo del 2003.
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Per fortuna ci sono giovanissimi che cercano di tutelarsi nei rapporti sessuali e chiedono di fare il testo dell’Hiv. Ma per la maggioranza di loro, quando intendono agire da soli, senza l’aiuto dei genitori, sorgono dei problemi. Secondo una ricerca promossa dall’Istituto superiore di Sanità e dalla Consulta delle associazioni per la lotta all’Aids, un gruppo di ventinove organizzazioni tra le quali Arcigay, Circolo Mario Mieli, Gaynet, un centro diagnostico su cinque apre loro le porte per sottoporsi al test. Il problema per le strutture sanitarie è che, essendo minorenni, serve il placet dei genitori. Si restringe a un centro su tre, l’anonimato ai minori, ovvero eseguire il test senza l’ausilio della ricetta medica o un documento di identità.
Con questa spada di Damocle, molti minori si scoraggiano e, con molta probabilità si allontanano da una prevenzione che dovrebbe stare a cuore a tutti. Dovrebbe pensarci il Ministero della Salute e magari fare in modo che ogni minore possa accedere alle strutture sanitarie per sottoporsi al test, garantendo anche l’anonimato o accogliendoli tranquillamente senza mettere di mezzo cavilli e burocrazia.
Da parte dei ricercatori, intanto, continua la ricerca per debellare il terribile virus. L’equipe di Kathleen Collins, dell’università del Michigan, ha scoperto che il virus dell’Aids, può nascondersi nel midollo osseo, al riparo dai medicinali antiretrovirali. Negli anni i “nascondigli” del virus scoperti sono stati tanti, nel midollo ma anche nel sangue periferico, nella milza o nel’intestino. Anche le cellule progenitrici del sistema immunitario sono state individuate recentemente come probabili rifugi del virus Hiv. Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine.
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Sabato e domenica, a Bologna, sede nazionale di Arcigay, si è riunito il gotha dell’associazione lgbt che ha celebrato nelle settimane scorse il suo Congresso Nazionale a Perugia. È la prima riunione ufficiale dopo l’elezione del nuovo presidente e segretario nazionali. Il maggiore organo politico dell’Associazione dopo il Congresso, ha dibattuto le priorità per la prossima primavera, ricca di nuove battaglie per la richiesta di diritti. Prioritaria resta la battaglia sul matrimonio civile tra persone dello stesso sesso. Non la sola, certo, che impegnerà Arcigay e il resto del movimento lgbt italiano, ma il tema delle coppie omoparentali resta centrale e irrinunciabile al raggiungimento della piena eguaglianza giuridica e sociale di ogni cittadino.
Per questo, gli organi dirigenziali di Arcigay hanno deciso una piena adesione a tutte le iniziative promosse dal Comitato nazionale Sì, Lo Voglio. Una adesione quella di Arcigay parecchio importante e utile a farsi ascoltare dai media e soprattutto dai politici. Da qui al 23 del mese, giorno in cui la Consulta dirà la sua sul tema, movimenti e singoli cittadini dovranno e potranno fare molto per far sentire la loro voce e iniziare un nuovo percorso di solidarietà e democrazia per le coppie omosessuali. La questione riguarda tutti, anche coloro che del matrimonio non sanno che farsene.
Nella prima assise del Consiglio nazionale di Arcigay si è tornati a parlare del Gay Pride di Napoli, occasione di cultura e visibilità nella capitale del nostro meridione, ma anche di una importante iniziativa che si svolgerà nel prossimo luglio a Vienna, la Conferenza mondiale AIDS. Il movimento, si è scritto parecchie volte, deve trovare anche un nuovo volto che guardi oltre l’Italia, che sia in sinergia con le altre realtà europee ed estere. L’appoggio dell’Europa, sui temi a noi cari e assenti in patria, può essere importante e determinante.
Una linea immaginaria che colleghi Palermo a Giarre, dove il 31 ottobre del 1980 Antonio Galatola e Giorgio Agatino Giammona, di 15 e 25 anni, omosessuali, finirono la loro vita senza che ancora oggi si sappia se furono uccisi o si suicidarono. La decisione di portare le battaglie per i diritti delle persone lgbt dentro un movimento più grande e complesso (l’Arci, di cui l’Arci Gay era di fatto una estensione della Commissione Diritti Civili).
Un atto politico dirompente e rivoluzionario che, per le conseguenze prodotte ed il significato simbolico oggi ancora più forte, merita di essere celebrato dall’intera comunità Lgbt proprio nella città in cui ha avuto origine. Per questo e per una voglia di riscatto da certi luoghi comuni, Palermo, attraverso un documento del Coordinamento Stop Omofobia, propone la celebrazione del Gay Pride regionale 2010 nel capoluogo siciliano.
Da quella disperazione di Antonio e Giorgio, dalla volontà subito dopo di Marco Bisceglie di dar luogo ad Arcigay per difendere da ogni satrapia gli omosessuali isolani e poi nazionali; la Sicilia e Palermo, come Catania, sono diventati città dell’ascolto, sono nate organizzazioni e comitati lgbt, molte istituzioni locali si sono rese conto che tutto quello era un patrimonio di civiltà e che andava ascoltato e difeso. E molte cose sono accadute.
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Passato il Congresso nazionale Arcigay di Perugia e passate le consegne al nuovo presidente Paolo Patanè, Aurelio Mancuso aveva una sola cosa in testa: raggiungere il suo compagno e stare qualche giorno in casa con lui a riposarsi e pensare a come continuare ad essere utile alla comunità LGBT. Il triennio da presidente, immagino, ha pesato molto con tutte le critiche e gli errori che hanno investito tutto il gruppo dirigente in Arcigay. Mancuso ora lancia una sfida, credo importante per tutti. In un editoriale che sarà pubblicato venerdì su Gli altri, l’ex presidente chiede a tutta la comunità omosessuale di aprire un tavolo di confronto con le gerarchie ecclesiastiche e i cattolici.
Non con il Vaticano – precisa Aurelio – ma con la chiesa, soggetto religioso e sociale che gioca un ruolo dirompente rispetto alla cultura politica del Paese. Dobbiamo muoverci. Non possiamo essere timorosi nel proporre una sfida positiva ai vertici della CEI e a tutta la chiesa, aprendo un confronto franco e diretto, magari partendo dalle considerazioni della Commissione di Bioetica dei Gesuiti pubblicate due estati fa dal mensile “Argomenti sociali”.
Su come possa avvenire questo confronto, Mancuso lo dice chiaramente: attraverso convegni, riflessioni, incontri fra le esperienze più avanzate della comunità lgbt e le gerarchie, le diocesi, gli ordini religiosi, le parrocchie. Certo i dubbi sono tanti sul se e come verrà accolta la proposta da parte dei cattolici e da parte del movimento LGBT. Gli scontri, in questi anni, sono stati duri, a volte feroci, da una parte e dall’altra. Ne è uscito sempre penalizzato il movimento che non possedeva armi di contrasto ai mille no della chiesa cattolica che abiura le coppie di fatto, la fecondazione assistita e tutti quei finti dogmi che sembrano essere stati creati per offendere la dignità e la cittadinanza degli omosessuali.
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Franco, che significato politico e associativo diamo a questi 25 anni di vita di Arcigay?
Innanzitutto dobbiamo dare una collocazione precisa sulle date e sugli anniversari. In realtà, noi avremmo dovuto celebrare il trentesimo anniversario di Arcigay.
Un po’ i conti anche a me non tornavano.
Infatti il primo circolo dell’Arcigay nasce a Palermo nel dicembre dell’80; quindi, come mi fai notare anche tu, c’è un doppio anniversario che è il 25° della nascita di Arcigay nazionale; l’organizzazione strutturata a livello nazionale. Viceversa, per i cinque anni precedenti - qui ti parlo del 1985 - erano esistiti 4, 5, 6, forse addirittura 7 circoli dell’Arcigay. In questo Giampaolo Silvestri te lo può confermare perché c’era prima di me. Tra l’altro è lui l’inventore del simbolo di Arcigay, il Pegaso, quindi stiamo parlando dei “preliminari” dell’associazione. Nell’84 io proposi l’entrismo.
Fino ad allora, scusami, erano situazioni locali.
Sì. Esistevano circoli Arcigay a Brescia, Venezia, a Roma, a Palermo e via dicendo. Già nell’84 il circolo di Palermo non esisteva più, perché come tu ben sai, in quegli anni c’era una volatilità; era difficile organizzarsi. Non è come ora che hai le sedi, i finanziamenti pubblici, spesso si viene finanziati dal circuito ricreativo e quindi i circoli hanno una certa stabilità, sia come struttura che come dirigenti. Allora era tutto volontariato puro; se uno, ad esempio, doveva cambiare città, si chiudeva il circolo venendo a mancare la leadership. Sostanzialmente le cose andavano così.
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Arcigay, da oggi, apre una nuova pagina della sua storia, concluso il Congresso Nazionale di Perugia. Paolo Patanè traghetterà l’associazione fino al prossimo congresso insieme al nuovo segretario e alle nuove dirigenze che rappresenteranno Arcigay nel territorio. Probabilmente, a molti che non conoscono l’impegno militante, o chiosano su Arcigay per pura spura personale, Arcigay rappresenta il potere litigioso, la rappresentazione del nulla. Con i suoi peccati e le sue reali battaglie, l’organizzazione nata da una costola di Arci, è, nonostante tutti i limiti, una realtà che incide sul tessuto sociale e sulle battaglie passate e future. Senza di essa, senza i militanti di area Arcigay e delle altre associazioni, oggi potremmo biasimare meno il lavoro altrui, impegnati come saremmo, a scansare i tanti pericoli e le tante acrimonie che la realtà ci butterebbe addosso. Se le organizzazioni LGBT saranno forti col nostro appoggio, le vittorie saranno sicure. Altrimenti il lamento diventa un esercizio inutile e anche fastidioso.
Paolo, gli auguri miei personali e quelli di Queerblog, per questa tuo nuovo, importante, incarico. Da oggi, quale dovrà essere il primo impegno di Arcigay?
Grazie a te e a Queerblog per gli auguri che servono sempre. Il primo impegno sicuramente è un impegno morale verso questa associazione che ha vissuto un congresso molto complesso, ed è inutile nasconderselo. E che adesso ha bisogno di capire che la fase del confronto tra due mozioni diverse è un fatto inedito per la nostra storia. Questo ha creato un grande disorientamento in una associazione impreparata a questo tipo di confronti congressuali. Il primo impegno è dimostrare a noi stessi che confrontarsi tra due mozioni non significa spaccare l’associazione. Significa sottoporla ad un processo a un processo di crescita democratica. Dopodiché, chi amministra l’associazione di dialogo deve farlo per tutta l’associazione, non per una parte.
Un impegno e un intento importante visto come, a volte, questo Congresso non è riuscito a trovare convergenze comuni. Ma poi?
Quello detto prima è il primo impegno, importante. Sul piano politico, ovviamente, i nodi sono tantissimi; ci sono delle urgenze: attendiamo questa sentenza della Corte Costituzionale del 23 marzo (sulle istanze presentate da alcune coppie di fatto ndr.) e rispetto a questo bisogna immediatamente trovare un tavolo di incontro con le altre associazioni; immaginare delle iniziative e preparare anche la reazione del movimento a quella che sarà la sentenza della Corte. Qualunque essa sia; molto serenamente, consapevoli del fatto che, quando anche sarebbe negativa, non sarà la pietra tombale di nulla.
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