Riconoscere le coppie libere o di fatto. L'altra Conferenza sulle famiglie gay

Amore al plurale, diceva negli Anni '80 il Movimento delle donne. Una rivalsa non solo contro un maschilismo che permeava sinistra e destra, ma anche una voglia di riscatto. Il movimento omosessuale italiano di allora seguiva questa linea senza ancora mettere in campo le rivendicazioni odierne rivolte al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Non esisteva neppure il PaCS. Ieri, alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano, docenti, avvocati, donne e uomini del nostro movimento si sono trovati a discutere sulle famiglie al plurale.

Fallace per tutti la definizione della famiglia tradizionale come la disegnano e vogliono molti politici che guardano più volentieri ai desideri del Vaticano che non a quelli dei cittadini italiani pronti a dare maggiore cittadinanza, in termini di diritti, alle coppie omosessuali.

“Le persone lesbiche, gay e transessuali italiane – dicono in coro le maggiori associazioni lgbtq – non chiedono molto: solo di riconoscere alle nuove tipologie di famiglie, come quella fra persone dello stesso sesso, gli stessi diritti che i parlamentari di tutti gli schieramenti hanno già concesso per legge come privilegio a se stessi, nel caso vivano in famiglie non tradizionali”.


Insomma il Diritto di Famiglia deve essere cambiato e valere per tutti. Di ingiustizie in questo senso, ha affermato Chiara Lalli, docente di Logica e Filosofia della Scienza e di Epistemologia delle Scienze Umane, lo Stato non può non tenerne conto perché si finirebbe per avvallare una discriminazione.

Alla Conferenza organizzata da Certi Diritti si parla di uno Stato assente, silente e disinteressato ai nuovi diritti, nonostante la maggioranza dei cittadini italiani sia favorevole a una nuova scrittura di diritti che riguardano le persone lgbtq.

È una vergogna, dice Giuseppina La Delfa di Famiglie Arcobaleno, che le nostre famiglie non siano tutelate per nulla; manca in modo drammatico una risposta legislativa.

Il modello di famiglia tradizionale, spiegano in tanti, è obsoleto. Secondo recenti statistiche si attesta intorno al 48 per cento e quindi non più prevalente.

Emma Bonino, vicepresidente del Senato, torna a parlare sulla recente battuta omofoba del premier precisando che si è trattato non solo di un'offesa ai gay ma a tutte le donne. Voluta o scivolata per caso, poco conta, quell'insulto fa parte di una strategia elettorale di un centrodestra manovrato da un leader che ributta l'Italia in un nuovo oscurantismo culturale.

Forse alla fine sapremo quanto è costata la Conferenza governativa sulle famiglie - dice Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay -, che non ha saputo e voluto raccontare un pezzo di società. Si sono spesi milioni per coprire di nuovi finanziamenti le associazioni cattoliche. È questo il vero scopo della Conferenza governativa milanese?

Quel che serve, credo, è continuare la battaglia perché il progetto d'amore delle coppie omoaffettive corrisponde al progetto alla vita. Il diritto alla vita, come quello alla sessualità è essenziale e non negoziabile. Forse possiamo ben affermare che a essere illegittima è oggi l'inerzia parlamentare verso un riconoscimento che che le unioni libere o di fatto pretendono. A buona ragione.

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