Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: negare il matrimonio gay non viola diritti


La notizia non è di quelle belle, da far esaltare proprio alla vigilia del Gay Pride nazionale. Anzi è brutta, pur nelle sue edulcorate motivazioni. Ieri, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, ha bocciato il ricorso di una coppia gay austriaca, in materia di matrimonio. Michael Horst Schalk e Johann Franz Kopf, rispettivamente di 48 e 50 anni, non si erano accontentati della registrazione della loro partnership, così come prevede la legge del loro Paese, si sentivano discriminati, chiedevano alla Corte un pronunciamento sul matrimonio a loro favore. I sette giudici, a maggioranza risicata (4 su 7), hanno però sentenziato che non vi è stata nessuna violazione dell'articolo 12 (diritto al matrimonio); e nessuna violazione dell'articolo 14 (divieto di discriminazione).

Gli Stati, affermano i giudici, non sono obbligati, in base alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ad assicurare l’accesso al matrimonio alle coppie dello stesso sesso. Ancora di più: anche quegli Stati che hanno introdotto l'istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso, non sono tenuti a concedere gli stessi favori e diritti che vengono elargiti alle coppie di matrimonio eterosessuale. Un duro colpo per chi pensava che il matrimonio omosessuale potesse risolvere ogni altra diatriba in materia di diritti.

Tuttavia, nella sentenza, i giudici affermano che la disparità di trattamento fondate sull'orientamento sessuale dovrebbe essere giustificato da ragioni particolarmente convincenti. Pur tuttavia, da parte del governo austriaco non è stata ravvisata alcuna violazione, né dell'articolo 12 e 14, e neppure dell'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare). L'esistenza di alcune differenze nei diritti parentali tra unione registrata e il matrimonio in gran parte riflette la tendenza di altri paesi, dicono i giudici. Inoltre, in questo caso, la Corte non deve prendere in considerazione ciascuna di queste differenze.

Che la coppia gay austriaca, avesse poca probabilità di spuntarla, stava un po' nelle cose. I giudici, infatti, hanno riconosciuto la sovranità degli Stati a concedere alle coppie omosessuali istituti che non siano uguali a quello matrimoniale. Poi, nel caso dell'Austria, una qualche forma di tutela è data proprio dalla partnership, introdotta quest'anno.

Ora, la coppia ha tre mesi di tempo per chiedere il riesame del caso alla Grande Camera della Corte. In tal caso, un collegio di cinque giudici potrà stabilire un ulteriore esame. Se la richiesta di rinvio è rifiutata, la decisione della Camera diventa definitiva.

Insomma, pare che si sia dato un colpo al cerchio e uno alla botte. Se da un lato "una coppia convivente dello stesso sesso che vive in un partenariato stabile, rientra nel concetto di 'vita di famiglia', così come per il rapporto di una coppia di sesso diverso nella stessa situazione"; dall'altra la sovranità degli Stati, potrebbe inficiare qualsiasi altro ricorso in materia.

Questo però non dovrebbe far cantare vittoria a eventuali detrattori nostrani, perché i giudici hanno detto chiaramente che l'articolo 9, relativo al diritto di sposarsi, non fa riferimento a uomini e donne.

Ne sono convinti anche quelli di Certi Diritti che in un comunicato, prendono tutto il buono di questa sentenza:

L’Associazione Radicale Certi Diritti - dice Sergio Rovasio - considera molto importanti le decisioni della Corte Europea, poiché rafforzano le iniziative giurisdizionali che ben presto verranno avviate – in collaborazione con Rete Lenford – Avvocatura LGBT e con il “Comitato Sì lo voglio” per continuare le iniziative di Affermazione Civile che ad Aprile hanno portato alla sentenza della Corte Costituzionale 138/2010.

Restano le contraddizioni anche in tema di libera circolazione e di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Una Europa quanto mai disunita sul fronte dei diritti civili per le persone lgbt

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