Polemiche sui Gay Pride. Servono ancora o ci vuole altro che carrozzoni e nudi?

Confesso che da qualche anno, giro per alcuni Gay Pride nostrani, con minore enfasi e con qualche imbarazzo. Di parate dell'Orgoglio ne ho viste davvero tante, da noi, in Europa, in America, in Canada, riscontrando partecipazioni e spirito di appartenenza diversi. Un giorno - o una settimana - in cui i cittadini lgbt si sentono al centro delle battaglie per i diritti civili, si ritrovano a parlare dei loro problemi e delle loro aspirazioni; si danno ai ridanciani piaceri del divertimento. Da giugno a settembre, i Pride diventano occasione politica, sociale, di movimento. All'estero si danno cifre di partecipazione iperboliche - pensiamo ai 3-4 milioni di persone a Rio; al milione a New York e a Montrèal -, mentre da noi, a raggiungere le 100 mila persone si grida al miracolo.

Ci sono anche parecchi lgbtq che da qualche anno non si sentono più rappresentati da una parata che per loro non è più manifestazione per i diritti, ma semplicemente una rappresentazione del nulla; una inutile scorribanda dove divertirsi, udire slogan obsoleti, sentirsi al centro del mondo per alcune ore e tornare oggetto di disprezzo e discriminazione il giorno dopo, fino al prossimo Gay Pride. Perché accade questo? Perché molti di noi discutono se è ancora utile svolgere la parata, nata per ricordare i moti di Stonewall?

Mentre le associazioni battibeccano se esserci o no, a Roma come a Napoli, su facebook e in altre community si discute sul ruolo che oggi ha il Gay Pride; se non sia il caso di pensare a qualcosa di profondamente diverso; di cambiare la natura stessa della manifestazione. Qualcosa che abbia più spessore della solita, tradizionale parata. C'è anche da dire che in nessun altra parte del mondo civile, si criticano i Gay Pride, ancora prima che avvengano, come da noi. Da una parte i "perbenismi clericali" che mal vedono nudi e derisioni verso la chiesa cattolica; dall'altra politici, destrorsi e omofobi che si sentono in diritto di dire come vanno fatti i Pride, se farli, e tutti in giacca e cravatta.

Ci vado! Non ci vado! Ogni anno, per tanti di noi, il dilemma si presenta e sempre più molti si chiedono il senso di quella partecipazione, l'utilità di sfilare per chiedere qualcosa che non c'è e non è nelle intenzioni dei politici che avvenga. In questi giorni, in Gran Bretagna, ci si prepara al voto. Si attende uno scivolone elettorale dei laburisti. Da alcuni sondaggi viene fuori che la comunità lgbtq inglese è orientata ad appoggiare i Tory. Valgono così tanto quei voti che nei giorni scorsi, David Cameron, ha messo nero su bianco, che proprio oggi pubblicherà una "Carta dell'uguaglianza" dove si affossa per sempre la famosa “sezione 28”, con cui Margaret Thatcher aveva proibito ad ogni istituzione pubblica di “promuovere l’omosessualità”.

Ecco il senso delle battaglie, dei numeri, delle partecipazioni. Non si possono avere diritti contandosi ai Gay Pride in 30 o in 50 mila, quando le persone lgbtq italiane toccano e superano i cinque milioni. Forse le associazioni, le organizzazioni, noi stessi dovremmo iniziare a pensare a dei Gay Pride diversi. E soprattutto a non delegare a quella sola manifestazione il senso pratico delle nostre battaglie.

Ci piacerebbe discutere con voi su quello che si è detto e oltre. Ci piacerebbe capire, nel dibattito che si è aperto, cosa sono per voi oggi i Gay Pride; ci andate? Servono ancora?

Foto | See-ming Lee 李思明 SML

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