Anna Paola Concia e Aurelio Mancuso: "Anche la sinistra è omofoba. Possibile che non vi veniamo mai in mente?"


Un consiglio: andatevi a leggere un articolo che la deputata del Pd, Anna Paola Concia e il dirigente e militante di Arcigay, Aurelio Mancuso, hanno scritto sul quotidiano Il Riformista, sul rapporto tra la comunità lgbtq e la sinistra, i suoi militanti, i personaggi pubblici che la fiancheggiano. Un mondo di parolai che si scioglie al primo tepore di sole; si dilegua nel momento delle battaglie, diventa orbo sulle necessità legislative. Non ci dicono, gli autori, se si tratta del Pd o della sinistra nella sua rappresentazione globale. Immaginiamo la cosa riguardi tutti. Coloro che agiscono con coerenza nel sostenere le battaglie lgbtq, pare si possano contare con una sola mano, e (ci fa piacere) pare siano donne come Lella Costa, Ottavia Piccolo, Maria Grazia Cucinotta e qualche altra. Gli uomini? Troppo impegnati ad apparire in concertoni da bandiera rossa, per la difesa della foresta amazzonica, per la libertà di stampa e quant'altro. Si dileguano o si danno impegnati altrove se si chiede loro un atto di partecipazione ai diritti e alle difese delle persone lgbt. Vero, verissimo. E desolante!

“Non sono bastati morti, violenze, aggressioni - scrivono Concia e Mancuso -, campagne d'odio ripetute e costanti anche in questi giorni, per smuovere alcuna anima bella della sinistra, a fare, magari spontaneamente, sì vivaddio spontaneamente, un gesto, una raccolta di firme, una riflessione. Possibile che non vi veniamo mai in mente? Tra la foca monaca ed Emergency, tra la desertificazione dell'Amazzonia e la difesa della Costituzione, della libertà di stampa e della democrazia, vi saremo venuti in mente una volta o no?”

Si attende risposta. Oppure no, perché sappiamo che una certa sinistra ci ha abituati da tempo a non esaudire risposte concrete. Schierarsi con la nostra comunità appare ancora rischioso, inutile e, per certi versi, poco autocelebrative. La sinistra parolaia spunta, accademica e solenne, in tempi di elezioni, di effimeri comunicati stampa, per poi assentarsi nei luoghi deputati alla ragione, alla difesa di coloro che non hanno uno straccio di diritti sanciti nel resto del mondo civile.

È, ahinoi vero: la sinistra in questo paese ha perso sogno ed efficacia, due tra i tanti tasselli su cui costruire una alternativa culturale, politica e di governo. Lo dicono in tanti, non solamente i due nostri eroi movimentisti, ma le cose difficili non piacciono e le si lascia navigare alla deriva in attesa di tempi migliori. Ci sono i distinguo, certo, ma sono piccoli lamenti nel deserto dell'indifferenza. Sono tutti lì, artisti, media, politici, orchestrali, a recitare parole di convenienza e di rito, senza la minima intenzione di conflitti reali, di civismo a favore di gay, lesbiche, transessuali.

“Ma forse anche la sinistra è omofoba - scrivono Aurelio e Paola -. Ce lo possiamo dire? Nel peggior modo, ovvero nel silenzio e nell'imbarazzo. Un silenzio evidente nei talk show come Ballarò e Annozero, che discutono davvero tutto, mai di noi. Del resto, culattone, finocchio, o frocio, sono termini che sentiamo spesso evocare dai tanti comici alternativi di Zelig piuttosto che dai vignettisti di grido. Tutto fa ridere, tanto loro sono i nostri maledetti amici, che guardiamo e ascoltiamo con disgusto”.

Paola e Aurelio dicono di "voler smuovere le acque impantanate della sinistra". E quelle dei movimenti? Quelle dei singoli che oramai hanno coniugato il loro essere omosessuali con il solo gusto della ricerca di un piacere personale, di nudi acrobatici e di sessi consumati? Come sta accadendo tra i cattolici, abbiamo tante cattedrali dove i sacerdoti sono più dei fedeli. Abbiamo così tante sigle movimentiste da far arrossire i nostri omologhi europei, se non fosse che le militanze sono scarse, e quelli che ci mettono la faccia "I soliti noti". Che spesso mirano e aspirano a riconoscimenti pubblici, fuori dalle sigle, e meno male che qualche volta succede.

Piangiamo diritti necessari e mai arrivati. Sicuri che sia tutta colpa di politici e clero? Se come dicono i numeri siamo cinque milioni di omosessuali, come mai se ai Gay Pride si presentano in 50 mila, si grida al successo? Quale successo? A voler essere un tantino malvagi, ci si chiede perché gli omosessuali nostrani amino le disco più delle sedi di movimento; interessi di più un gruzzolo di uomini nudi e inarrivabili, piuttosto che una lettura e una discussione su temi difficili che riguardano la vita, le sofferenze e, qualche volta anche di peggio, di omosessuali e transessuali meno fortunati?

Certo sul piano culturale, e anche sociale, i movimenti sono stati necessari e utili; ma sul piano politico le questioni si sono fatte irrisolvibili, col menefreghismo dei politici e la poca voglia di combattere nostra e degli altri. Ci siamo allenati a giudicare negativamente "i soliti noti", le dirigenze di Arcigay o di altre associazioni; ma ci siamo dimenticati che, grazie a molti di loro, è stato possibile parlare di omofobia con le istituzioni, raccontare l'omosessualità nei media. Eravamo più visibili da invisibili, diceva un amico caro, perché oggi siamo più conosciuti per i nostri proclami più che per quello che facciamo per noi e i nostri diritti. Perché la politica dovrebbe interessarsi di questioni affrontate dai "soliti noti" senza che un quinto degli omosessuali italiani si sollevi seriamente e politicamente a dire che quei diritti sono carne, sangue e cuore, per noi tutti? Dove sono le tante decantate lobby finanziarie gay?

A me sembra che non sia la sola sinistra ad essere omofoba, perché dentro questa sinistra ci sono parecchi con cui discutere e ragionare. Più difficile dall'altra parte, semmai. Ma prima di discutere con loro, dovremmo provare a farlo tra noi, svegliando gli omosessuali dal torpore in cui si sono fiondati. Forse è questa la più difficile delle scommesse da vincere.

Intervistato da Gaynews 24 Aurelio Mancuso, alla domanda su come rilanciare il movimento, risponde:

“Non ho proposte definitive…Da tempo sto riflettendo e molte persone tramite Facebook e altri canali mi hanno esternato la loro volontà di farsi protagonisti di un cambiamento vero. In questi mesi in cui ho riconquistato la mia autonomia personale, potendo così esprimere concetti che non vincolano alcuno, ho maturato la convinzione che non si tratta tanto di proporre uno strumento nuovo di ingegneria politica, quanto di far maturare un’onda positiva, di coinvolgimento di tante energie che fino ad oggi sono state a guardare, pensando che le associazioni potevano farcela, o che magari non agivano bene, ma che toccasse in fondo a loro svolgere tutto il lavoro. Invece no, le associazioni così come sono strutturate, così come ci si presenta la fase storica in cui viviamo, non ce la fanno. Sono indispensabili, ma non decisive. È un mondo ancora sommerso, costituito da migliaia di individualità, piccoli gruppi amicali, di aggregazione per interesse e altro, che deve farsi avanti, deve far capire alla politica e alla società che oltre al movimento esiste la comunità. Le associazioni possono farsi protagoniste di questa opportunità, proponendo un messaggio finalmente unitario e comprensibile, altrimenti quest’onda potrebbe nascere per reazione, quindi anche contro l’attuale movimento. Sarebbe un danno per tutte e tutti, perché per vincere c’è bisogno di tanta energia, e le associazioni sono ancora in grado di svolgere un ruolo importante. Non c’è più molto tempo, io spero che dopo la stagione dei Pride sia apra una vera riflessione”.

Buon Primo Maggio.

Foto | See-ming Lee 李思明 SML

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