Vite da gay: Il regalo più grande (Puntata 2)

pubblicato: lunedì 08 febbraio 2010 da Desperate Gay Guy in: Storia gay

Vite da gay: Il regalo più grande (Puntata 2)

Continua la storia a puntate, romanzata, a volte ironica, a volte malinconica e triste, di un gruppo di amici. Nella prima parte, Riccardo è a disagio nella sua prima serata in un locale gay, dopo molto tempo. Con lui, l’amico Stefano, non ha di questi problemi. E dopo essersi messo in gioco per l’ennesima volta, inizia a bere, cercando così di trovare un modo per ‘reagire’. E, cocktail in mano, si butta nella mischia…

“I want your love and I want your revenge, You and me could write a bad romance, oh oh oh ohhhh” mi grida Lady Gaga, mentre, con gli occhi ancora chiusi (e la testa che pulsa come ci fossero le ballerine del video che vi danzano dentro), allungo il braccio meccanicamente, e rispondo al mio cellulare. Mi schiarisco la voce, faticosamente, mentre sento la voce di Stefano che, con tono da complice, mi domanda: “Come vaaaaa…?“. “Bene, ma che ora è?” domando, stropicciandomi gli occhi. “Le dieci di mattina.. Dove sei? Come è andata ieri sera?” Quella domanda, mi lascia un po’ impacciato. Come era andata effettivamente la sera prima? Ma, mentre rifletto, mi torna alla mente la parte iniziale della frase: Dove sei. “A casa mia, dove vuoi che sia…”. Apro gli occhi e vedo davanti a me, su una poltrona, un gatto grigio che mi fissa, con la stessa espressione che avrei io se vedessi uscire un cammello dall’ascensore del mio palazzo. E sopratutto, io non ho mai avuto un gatto… “Ti richiamo” concludo, chiudendo il telefono e guardandomi intorno, lentamente.

La stanza è una camera da letto ben arredata, con al muro qualche quadro appeso e un armadio con le ante socchiuse. Volto la testa di lato e vedo che l’altra metà del materasso è libera. Ma le coperte sono disfatte. Il cuore inizia ad accelerare vertiginosamente. Mi volto verso il gatto di prima, come potesse improvvisamente parlare e spiegarmi la situazione, ma ovviamente non lo fa e mi fissa con gli occhi socchiusi. E sono certo che sta pensando di me che io sia una sgualdrina. Mi mordo le labbra e sento dei passi avvicinarsi alla porta: lentamente si apre ed appare un ragazzo (nemmeno male, lo ammetto) che mi sorride, e nota che ho gli occhi aperti. “Buongiorno, ti sei svegliato…“. Annuisco, avvolgendomi col lenzuolo come una vergine illibata. “Vuoi un caffè?” mi chiede, passandosi una mano tra i capelli spettinati. Indossa una tuta scura. “Sì, grazie…ma prima, posso… chiederti il nome?”. Lui sorride: “Andrea“. Mi sento un cretino. Mi alzo, lentamente, mi tolgo un pigiama (non mio) e infilo jeans e maglia.

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Mentre raggiungo la cucina continuo a sperare di essere ancora addormentato. Non può essere, non posso davvero non ricordare di aver fatto sesso con un perfetto sconosciuto (Sì, d’accordo, carino, ma sempre estraneo…). Mi siedo su una sedia, mentre lui mi versa il caffè e lo ringrazio, cercando di non mostrarmi troppo imbarazzato. Già mi immagino seduto accanto a Barbara d’Urso, di spalle, con una parrucca in testa, mentre le racconto quello che mi è successo e lei, sorniona, ripete (per quei tre che non avessero ancora capito): “E mi dicevi che tu, completamente ubriaco, ti sei risvegliato nel letto di questo sconosciuto, che poteva essere chiunque, anche un maniaco omicida, ignaro di dove fossi, dopo aver fatto sesso insieme a lui… esatto?“. Segue brusio dal pubblico e magari la telefonata in diretta con mia nonna Gina, perché cara Barbara ti seguo sempre e… Ok, sto degenerando. “Qualcosa non va?” mi chiede ‘lo sconosciuto’, sorridendo. “Ti devo chiedere una cosa… cosa è successo fra noi? Nel senso… stanotte… io e te… ehm…cosa abbiamo fatto?

Mi accorgo di aver appena fatto una domanda orrida. Ma è così. Non ricordo più niente. Ho solo qualche flash che mi torna alla mente, mentre vado al centro della pista, inizio a ballare, poi qualche spintone, un braccio intorno alle spalle di Stefano, lui che sorride, un po’ sorpreso, e poi musica, musica e qualche (numerosa) sorsata di long island. “Davvero non ricordi? Bhe, penso che avremmo voluto anche farlo, ma tu eri troppo brillo. In ascensore hai promesso faville, ma appena arrivato a letto, hai iniziato a russare…“. Specifico: la domanda era orrida, ma la risposta non è che fosse quella meraviglia… E mi immagino in ascensore mentre miagolo e sbatto per terra una frusta di lattice, dicendo le cose più irripetibili. E poi a casa inizio a russare come una giumenca, culo all’aria e bolla dal naso. Imbarazzante, tremendamente imbarazzante. “Grazie, mi hai risolto un dubbio… Perché non ricordo molto…”. Lui annuisce e beviamo il caffè, restando qualche minuto in silenzio.

Dopo avermi chiamato, Stefano, ancora divertito dalla mia reazione di prima mattina, esce da bagno e afferra la giacca. “Dove vai? Non saluti nemmeno?“. Si volta e vede un ragazzo, quello con cui ha passato la notte, con asciugamano legato alla vita, che lo fissa, appena fuori dalla sua camera da letto. “Pensavo dormissi, non volevo svegliarti“. “Abbiamo fatto sesso due volte, credo che dirmi almeno ‘ciao’ poteva essere una buona scelta per uscire da questa casa” insiste lui, con aria risentita. Stefano abbozza un sorriso di ammissione e alza le braccia, in segno di arresa: “Come vuoi tu… Buona giornata allora, ci si sente“. E si volta, aprendo la porta di casa, e chiudendola alla sue spalle, mentre sente, lontano, un “Vai a cagare” come risposta.

Quando lascio la casa di Andra, mi sento sollevato. E non perché la sua compagnia non sia gradevole, ma perché non mi sentivo affatto a mio agio. Si era creato un certo imbarazzo dopo la mia domanda fuori luogo e mi ha riassunto a brevi linee quello che era successo. L’avevo puntato, mi aveva sorriso, gli ero andato incontro e lo avevo baciato. Punto. Fine del romanticismo. Del resto non che lui mi avesse sollevato per aria e portato fuori dal locale sotto le note di “Up where we belong“, mentre gli altri clienti del local posavano i cocktail battendo le mani… Anzi, mi ha detto di essere rimasto colpito, perchè non avevo l’aria del… “ragazzaccio” (per un secondo pensavo avesse, in comune, il pensiero del gatto) C’era solo un piccolo particolare in tutto questo: non ricordavo un cazzo. E mentre attraverso la strada, raggiungendo la metro più vicina, mi accorgo che sto sorridendo per quanto questa buffa scena accompagnerà i miei prossimi racconti. E per la prima volta, sebbene in circostanza non delle migliori, mi rendo conto che il grottesco di questa vicenda mi ha aiutato a dimenticare, per qualche ora, ciò che solitamente non lasciava mai i miei pensieri, da qualche mese a quella parte.

Non appena esco dalla porta, Andrea sorride, divertito, e si reca in cucina, togliendo le due tazze di caffè e posandole nel lavandino. Ricorda la mia espressione mentre gli chiedo cosa sia successo in quella notte ed effettivamente quella domanda non l’ha sorpreso più di tanto. Anzi, sperava che non ricordassi niente. Si augurava non dover rivivere quella notte: il mio eccesso di long island ha facilitato il tutto. Si avvicina alla finestra mentre mi osserva sgambettare verso la metro e scomparire al suo interno. E, mentre esce dalla cucina, gli torna alla mente la mia immagine di ieri sera, fuori dal “Cocoon”, mentre piango a dirotto, seduto, e affondondando la testa tra le ginocchia piegate… (to be continued)

Foto | Homo-Novus

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Commenti dei lettori

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  • Willian

    08 feb 2010 - 15:40 - #1
    0 punti
    Up Down

    Ti giuro, questi salti di punti di vista mi fanno impazzire!
    Nel senso buono della cosa, intendo. E’ bello, riesci a farmi visualizzare le immagini proprio come se fosse un film… non vedo l’ora di vedere come continua e sapere cosa realmente accadde quella notte! =)

  • maniacosadomaso

    08 feb 2010 - 22:03 - #2
    0 punti
    Up Down

    aaaaaaaaaaa
    nn mi va di fare commenti troppo articolati:)
    accontentati di un buon “bello bello”
    e anche di un “sono sempre + curioso di leggere il seguito”
    ;)

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