Vite da gay: una serata gay inaspettata (Parte I)

Vite da gay: una serata gay inaspettata (Parte I)

Inizia oggi un esperimento che, speriamo, possa essere di vostro gradimento. Spesso ci siamo lamentati di film, telefilm, romanzi che tralasciano esperienze gay e storie comuni di vita quotidiana. Omosessuali che vengono convertiti, improvvise redenzioni di coppie gay, eccetera eccetera. Con questo racconto a puntate, parliamo noi, raccontiamo noi una storia inventata, in cui molti di noi comunque si possono rispecchiare e trovare un po' di se stessi e della propria esistenza. Un modo leggero, gradevole, e chissà, magari di discussioni, sulle "vita da gay"... Buona lettura!

Non riesco a capire se è il freddo o questa mia sensazione di disagio ma improvvisamente mi accorgo di aver alzato il bavero della giacca e di essermi coperto il viso fino al labbro inferiore. Accanto a me, la situazione è esattamente opposta: sembra che io sia in collegamento da Capo Nord mentre Stefano, il mio amico, in pieno novembre, è in t shirt e jeans strappati. Io quasi tremo. Lui, sigaretta alle mani, picchietta la cenere a terra e poi ogni tanto strizza l'occhio e allunga il braccio per salutare gente che conosce. È talmente a suo agio in mezzo ai saluti concessi che non mi stupirei se qualcuno gli allungasse anche un neonato per farselo benedire. Davanti a me, altri ragazzi vestiti come un raduno di Ferragosto alla Martesana. La fila dinanzi a noi inizia ad accorciarsi e finalmente, dopo un'attesa di circa 15 minuti, io e Stefano riusciamo ad entrare.

"Allora, il tipo della chat dove si trova?" mi sento chiedere alle mie spalle. Quasi sobbalzo per lo spavento. "Perché non vai al San Raffaele a fare così anche in cardiologia?!". Inconsciamente so di aver fatto male a seguire Stefano al "Cocoon" ma sapevo anche che continuare a passare le mie serate in casa, dietro ad uno schermo, non avrebbe giovato di molto alla mia vita sociale. Mi sono anche rifiutato di comprare un gatto da tenere nel monolocale per non rischiare di condannarmi da solo ad un destino già scritto. Così, al suo ennesimo invito ad abbandonare il virtuale e catapultarmi nel reale, ho deciso di accettare. E siccome entrambi domani non lavoriamo, ho deciso che questo sabato sarà la mia prima serata, da mesi, in un locale gay. In un posto in cui ho fissato un appuntamento al buio con tale Gianni. E ancora non so se sto facendo la cosa giusta.

"Devo sentirlo via cellulare... Siamo appena entrati, non voglio sembrare disperato". Stefano beve un sorso di cuba libre e sorride, sarcastico. "Ma tesoro, tu SEI disperato... Guardati! Hai 23 anni è da una vita che non scopi, questa è una delle tue rare serate in un locale gay e sei qua a gettare sentenze su cosa sia più o meno consono. Ascolta me: prendi il telefono e chiamalo. Così se è un cesso, lo puoi scaricare e ti presento qualcuno io ok?". Fortunatamente un ragazzo arriva in picchiata come un avvoltoio, pronto a guadagnarsi l'attenzione del mio amico. Ne approfitto per svignarmela, senza dovermi giustificare ulteriormente. Dopo aver preso anche io da bere, rifletto sulle parole di Stefano. Forse lui ha ragione: ho passato le ultime due settimane a parlare con questo Gianni e adesso che ho l'occasione di conoscerlo, cosa mi sta bloccando così? In questo modo, seguo l'istinto, afferro il cellulare e mando un breve sms: Io sono davanti al bancone... tu dove sei?. Invio.

Prima di potermi creare possibili situazioni disastrose in mente (Magari è diverso dalle foto che ti ha inviato / È fidanzato / È un omofobo con la missione di uccidere giovani gay inesperti), vedo Gianni che si avvicina, mentre due sue amici, dai quali si è allontanato, lo osservano. Dopo pochi passi è davanti a me. "Tu devi essere Riccardo" esclama, allungando la mano. Mi sento avvampare, come stessi trasportando due termosifoni sotto le ascelle. "Già e tu sei Gianni, piacere". Allungo la mano e me la stringe. Sorrido timidamente, mentre ricordo tutte le serate passate al pc o al telefono. Ricordo quando mi convinceva a combattere la mia insicurezza e ad affrontare il mondo gay, ammettendo anche lui di essere molto disilluso dal trovare una persona diversa dalle altre. "Sei carino, come nelle foto... Dai allora ci vediamo qua in giro, io raggiungo i miei amici, ok?" Non mi lascia il tempo di replicare e si volta, dandomi la schiena e raggiungendo quei due, Cip e Ciop, prima che io possa esternare qualsiasi risposta, da un "Ok" a un sentito "Vaffanculo".

Mi guardo intorno e vedo Stefano in lontananza mentre ride e scherza con 3 o 4 ragazzi. Poi cerco ancora con lo sguardo Gianni. Ride anche lui con altri. Improvvisamente mi accorgo che tutti si stanno divertendo, tutti tranne il sottoscritto. "Un long island" dico, in direzione del barista. E mi sento ridicolo. Mi sento fuori luogo più che mai, improvvisamente fragile e vulnerabile. Ironicamente rimpiango la mia stanza, al sicuro, mentre uno schermo e una tastiera sapevano difendermi da tutto. Forse adesso mi manca anche il gatto che non ho. Afferro il cocktail e inizio a berlo, avidamente. So di sbagliare, so che non è da me, ma il bravo ragazzo sente la fredda sensazione di sentirsi più solo che mai. Bevo un altro sorso e comprendo che se tutti si stanno divertendo, posso anche io cercare una felicità artificiale. Bicchiere alla mano, mi avvio verso la mischia, al centro della sala. Confuso e (in)felice.

Foto | Pbase

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