Se un gay entrasse nella basilica di San Pietro sarebbe una profanazione

Se un gay entrasse in San Pietro sarebbe una profanazione

Lo sappiamo tutti: gli omofobi sono malati. È inutile nasconderlo. E a volte questa malattia ha aspetti ridicoli. Come quelli che sono sbocciati nel corso di un'intervista fatta a monsignor Janusz Kaleta (in foto), amministratore apostolico di Aryaru - Kazakistan (in soldoni l'amministratore apostolico è un reggente). Durante la recente assemblea generale dell'Organizzazione Mondiale del Turismo tenutasi recentemente in Kazakistan un intervistatore ha chiesto a monsignor Kaleta se il Vaticano sarebbe mai stato disposto a ricevere visite di gruppi lgbt. Il vescovo ha negato, dal momento che, secondo lui, si tratterebbe di manifestazioni non etiche. L'intervistatore, allora, ha incalzato il presule chiedendogli se si trattasse di una visita di gruppi gay che volessero fare una visita culturale ai tesori d'arte del Vaticano senza voler manifestare alcunché potrebbero benissimo venir accolti. Sua Eccellenza, ben saldo nelle proprie opinioni, ha ribattuto affermando che una visita di gay al Vaticano sarebbe una provocazione e una profanazione. E poi, con il cipiglio di chi la sa lunga, aggiunge: “Provi ad andare in una moschea se lei non è un musulmano”.

A parte il fatto che lo scrivente, pur non essendo musulmano, è andato nelle moschee – comportandosi in maniera rispettosa – e non è successo nulla (e, comunque, ci sono andati anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in moschea...) monsignor Janusz Kaleta vorrebbe dire che tra tutti i milioni di visitatori che vanno a San Pietro non ci sono gay? E come la mettiamo con i gay che in Vaticano ci vivono (e non sono illazioni, parlo per conoscenza diretta...)?

Foto | Serwis internetowy Świętowojciechowej Rodziny Misyjnej

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