Macadamia Nut Brittle in scena al Garofano Verde: intervista a Ricci/Forte


Non è giugno nella capitale senza l’annuale e prezioso appuntamento con Garofano Verde, la rassegna di teatro omosessuale curata da Rodolfo di Giammarco, giunta alla sedicesima edizione, di cui vi abbiamo già parlato giorni fa. Tra gli spettacoli in cartellone, in questi giorni è in scena Macadamia Nut Brittle del rinomato, e a noi caro, duo Ricci/Forte.

Un omaggio all'autore Dennis Cooper, una fiaba crudele sull’adolescenza per scardinare le porte della cosiddetta normalità sessuale. Un altro appuntamento con un duo artistico tra i più interessanti nel panorama nostrano, fonte di ispirazione e riflessione continua. Li abbiamo intervistati ieri, sera della prima dello spettacolo di cui pubblichiamo una foto firmata da Mauro Santucci.

Cosa vedremo in Macadamia Nut Brittle?
Quello che siamo. Uno sguardo prospettico sui nostri giorni, sull’uso che ne facciamo. Macadamia è uno specchio che riflette le ansie, le incerte speranze e le disillusioni di chi - seduto in platea – ha voglia di sentire che non è solo a combattere la vita. E’ un viaggio onirico e crudo nel quale i quattro interpreti scavano a fondo in loro stessi per rintracciare la scintilla dell’immaginazione, ultimo baluardo all’insensatezza dell’ordine precostituito.

Lo spettacolo è un omaggio all'autore Dennis Cooper, icona dell'adolescenza confusa ed emarginata. Perché vi interessa questo tema?
Indaghiamo da tempo sugli slittamenti da una realtà in cui facciamo fatica a riconoscerci. L’adolescenza, intesa come età in cui tutto è possibile, ci sembrava un bacino particolarmente fervido di stimoli per navigare a vista nell’oceano delle identità in formazione. La confusione, la sovrapposizione di ruoli, l’impossibilità di solidificarsi in una forma precisa ci hanno portato verso Cooper che, con il suo sesso reiterato e gli affondi lisergici, rappresenta un identico buco esistenziale.

La vita è uno snuff movie?
La cultura dell’immagine è da tempo padrona del nostro quotidiano. A questa si è unita una degenerazione, una deriva che ha trasformato anche l’emotività e i livelli più intimi in merce espositiva per l’intrattenimento di un pubblico catodico sempre più lobotomizzato. I pianti, la forza di superare gli schianti, prerogativa degli essere umani, si trasformano così in fiale di pappa reale pixelata, da somministrare a orari definiti da un palinsesto ottuso. Diventiamo così protagonisti di una gigantesca mistificazione, in cui il nostro dolore viene esposto come una sindone del Santissimo e consumato alla stregua di uno yogurt in scadenza. Si muore ogni giorno, nel momento in cui i nostri sentimenti vengono condivisi dagli altri con la stessa dinamica di utilizzo del telecomando: ON/OFF cambio canale.

Il gelato come simbolo del gusto, dell'adolescenza, della freschezza e del piacere o...?
Il gelato come simbolo di trasformazione, di volontà di assumere volumi e gusti diversi a seconda del secchiello che ci ospita. Pronti a farci infilare uno stecco di legno nel torace e farci divorare per qualche istante, dal primo sconosciuto che ci illude con una scadente imitazione della tenerezza.

Chi sono i nemici degli adolescenti?
Il nemico numero uno dell’adolescenza (non solo quella anagrafica) è il domani. Ci troviamo impreparati, privi di certezze verso qualcosa che non somiglia affatto alle serie tv in cui ci rintaniamo per guadagnare certezze su ipotetici happy-ending. Tutti noi adolescenti che non vogliamo entrare nell’età matura, che non vogliamo smettere di cambiare guardandoci intorno indossiamo un mantello da Supereroe e proviamo a volare, ogni volta. anche quando gli atterraggi sono bruschi e logorano di volta in volta la nostra tuta smagliante.

Maturità conquistata e maturità indotta dalla società, come arrivare alla prima senza restare condizionati dalla seconda?
Se maturità è raggiungere un equilibrio alla luce delle esperienze fatte, ci auguriamo di conservare un’irriverente immaturità che possa lasciare desti i recettori della curiosità e del dubbio, unici compagni validi di viaggio in questa avventura terrena.

Uno dei messaggi costanti dei vostri lavori (e di questo spettacolo) è scardinare la normalità sessuale. In che modo tentate di farlo?
Non dimostriamo nulla. Proviamo solo a spostare la prospettiva per guardare il gioco di ruoli che da sempre ci costringono ad imitare. Se consideriamo il brodo primordiale da famiglia del Mulino Bianco in cui siamo imbevuti fin dalla nascita, troviamo difficile aderire a modelli così totalizzanti senza procurarci abrasioni sparse. Nel tentativo di essere felici collezionando quello che è giusto secondo canoni imposti, scivoliamo via da qualunque etichettatura trovando respiro solo nella ricerca di microfelicità, bioparchi a propria misura (e gusto) in cui sviluppare, dimentichi dell’opinione comune, la propria crescita emotiva.

Mutilazioni, punizioni, sesso estremo. Quale la spinta?
Trovare peso. Tornare a sentirsi. Tappare la falla che si allarga al centro del plesso. Recuperare un senso è un sentiero tortuoso. Ognuno sceglie il proprio: giudicare sarebbe solo un’inutile perdita di tempo.

Ambiguità prima di tutto, anche in questo spettacolo? E cosa è ambiguo?
Ambiguo è forza vitale. Ambiguo non è nero o bianco. Ambiguo è la possibilità di cambiare. Ambiguo è la messa in discussione. Ambiguo è la forbice che taglia la cravatta Regimental che ci soffoca alla base del collo. Ambiguo non è mancanza di chiarezza ma volontà ferrea di rimettere tutto in discussione senza incancrenirsi in una posizione granitica e mortale.

Chi non deve proprio mancare di vedere il vostro spettacolo?
Chiunque sia stanco di teatro digestivo, intrattenimento da pennichella postprandiale. Chiunque sia stanco di carta lucida da pacco regalo e voglia finalmente scartare la confezione per mettere le mani sul dono che contiene: il proprio cuore fibrillante.

Se vi abbiamo incuriosito, e trattandosi di Ricci/Forte è il minimo, andate fino all'11 giugno al Teatro Belli di Trastevere, piazza Santa Apollonia, 11/a, a Roma. Dite che vi mandiamo noi, loro saranno contenti.

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