Rahul Gandhi nuova icona dei gay indiani

«Ogni persona al mondo è nata in India in almeno una delle sue vite precedenti.» Le ragioni di una nazione come l'India, i suoi misteri e misticismi, le sue molteplici contraddizioni, calzano magnificamente con la frase di Gregory David Roberts, perché ad ognuno di noi l'India appare come un mistero ancora da svelare e una reincarnazione ancora da venire. Misticismo ed eros, caste, famiglie e omosessualità in un coacervo di difficile interpretazione. L'omosessualità presente in testi filosofici vedici e in tante rappresentazioni artistiche, è ufficialmente vietata dall'articolo 377 del codice penale indiano risalente al 1860 che così recita: «Chiunque, volontariamente, abbia un rapporto carnale contro l'ordine della natura con un uomo, una donna o un animale, sarà punito con - la prigione a vita - o per un periodo che può arrivare a dieci anni, e dovrà anche pagare una multa.» Eppure, al di là di una legge obsoleta e flaccida, qualcosa da tempo smuove le organizzazioni omosessuali indiane, tanto che Rahul Gandhi, primogenito della bellissima Sonia, segretario generale del Partito del Congresso è stato eletto nuova icona degli omosessuali indiani.

Di depenalizzazione dell'omosessualità se ne era occupato lo scorso governo per iniziativa del ministro della Salute, ma la questione fu respinta dai parlamentari e rinviata sine die. La battaglia per cancellare l'articolo 377 era anche rivolta a tutelare la popolazione omosessuale che colpita dall'aids non ricorreva alle cure ospedaliere per non essere denunciati e finire in galera. A eleggere Gandhi, icona gay, l'organizzazione GayBombay che spera anche che Rahul possa dare nuove speranze ed aperture alla comunità GLBT e magari in patrocinio governativo al Gay Pride che si tiene ogni anno a Mumbai. Il giovane rampollo di casa Gandhi incarna da tempo le aspirazioni dei giovani e di coloro che sognano un'India più moderna e aperta, omosessuali compresi. Gandhi, 38 anni, ha qualcosa di diverso dal resto degli uomini della sua età: normalmente a quell'età è quasi d'obbligo essere già sposati e Rahul ha rotto questo schema rimanendo ancora celibe.

Tra le tante questioni, in India la fecondazione assistita è aperta anche alle coppie omosessuali, tanto che molte coppie gay di diverse nazioni si recano a Branda o in altre cliniche sparse per il paese dove, grazie alla madre surrogata, possono esercitare il diritto alla paternità o maternità, come è successo lo scorso anno ad un israeliano, Yonathan Gher direttore dell’associazione lgbt Jerusalem Open House. Ma non è rimasto il solo!

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