Le vetrate queer di Diego Tolomelli

Diego Tolomelli, Sacro Cuore. Ritratto di giovane, grisalia e smalti su vetro soffiato e stampato.Vi ricordate la canzone di apertura del musical Notre Dame de Paris di Cocciante? Tra le altre cose diceva: “E tutto sale su verso le stelle / su mura e vetrate / la scrittura è architettura”. Il titolo della canzone è Il tempo delle cattedrali e il rimando alla vetrata è naturale. Ma non esistono solo vetrate religiose. Ce ne sono anche di queer, come quelle che realizza Diego Tolomelli che abbiamo intervistato per Queerblog.

Raccontaci qualcosa di te
Sono nato il 15 agosto di trentaquattro anni fa nella stretta città di Pavia. Appena ho l’opportunità fuggo a Londra dove lavoricchio col vetro e intanto imparo l’inglese visto che a scuola mi hanno obbligato a studiare il francese. Dopo due anni di permanenza a Londra il colpo di fortuna: mi assumono in un fantastico studio di vetrate a Birmingham. Faccio la classica gavetta ma il capo meritocratico mi fa crescere professionalmente fino a conservare vetro medievale e a realizzare otto vetrate per il Parlamento inglese. Dopo sette anni in Inghilterra, stufo del cielo grigio, decido di tornare in Italia e vengo assunto a Roma in uno studio. Subito vengo spedito in Africa per montare le vetrate della più grande cattedrale del continente, nella capitale della Nigeria, Abuja. Questa è stata senza dubbio la più forte esperienza della mia vita: quella gente, quella terra con tanti problemi e quella chiesa padrona. Chissà, un giorno forse riuscirò a scrivere un libro su quello che ho visto. Tornato da quest’esperienza me ne aspettava un’altra assai pesante: rientrare in un sistema lavorativo italiano. La principale differenza fra l’Inghilterra e l’Italia è che qui il datore del lavoro è il capo e là un collaboratore. La situazione italiana infondeva un’aria di terrore nel laboratorio e portava i colleghi ad azzuffarsi fra di loro e a vedere le abilità altrui come una minaccia. Resisto aggrappato ad un contratto a tempo indeterminato per due anni. Mi licenzio e finalmente divento un artista indipendente.

Certo non c’è la certezza dello stipendio a fine mese, ma sono in uno spazio carinissimo a Tor Pignattara con altri artisti e specialmente realizzo quello che voglio. Se volete passate a trovarmi.

Tradizionalmente la vetrata è a soggetto sacro e/o ufficiale. Tu, invece, realizzi anche vetrate queer. Come ti è venuta quest’idea?
Dopo anni in questo campo ho imparato a concepire la vetrata artistica come un normale medium dell’arte. Certo le chiese ne sono piene ma solo perché fino a pochi anni fa la vetrata veniva usata per comunicare il messaggio della Bibbia con l’uso di immagini alla popolazione analfabeta. Appena ho avuto la mia indipendenza ho deciso di comunicare quello che volevo con il medium che conoscevo, e se poi è lo stesso della chiesa la cosa diventa ancor più divertente.

Diego Tolomelli, Feet fetish. Grisalia e smalti su vetro soffiato e stampato, montata su lightbox.Quali sono le tue fonti di ispirazione per queste vetrate erotiche?
Per rispondere a questa domanda scomporrei le mie opere in due: la figura e lo sfondo che di solito sono due cose ben distinte. Le figure delle mie opere di solito provengono da bozzetti che realizzo con un mix di disegno e fotografia digitale o veri e propri ritratti su vetro realizzati unicamente da una fotografia. La fonte d’ispirazione è un viso, un corpo o una posizione che io reputo erotica e che in me stimola qualcosa. Nello studio dello sfondo la fonte d’ispirazione proviene prettamente dalla pura fantasia o in altri casi da una qualsiasi immagine vista in giro.

Qualche mese fa il circolo Mario Mieli di Roma ha ospitato una mostra delle tue vetrate dal titolo “Hot glass. Trasparenze da leccare”. Quindi vetrate hot ma anche un po’ fetish?
Sì, mi piace usare il fetish nelle mie vetrate. Penso che il fetish comunque sia abbastanza legato alla body art e anche all’arte in generale. L’esempio più ovvio è il bondage, dove le corde sono girate e annodate con precisione in modo da creare un vero e proprio vestito che segue anatomicamente le curve del corpo nudo. Se questa non è arte...

Che ne pensi dell’arte gay italiana?
Penso che in Italia ci troviamo in una profonda crisi culturale e che questo ha delle conseguenze sia sull’arte gay che sull’arte in generale. Tutta la società italiana è ormai fondata su clientelismo, raccomandazioni o semplici conoscenze che infieriscono tantissimo in un ambiente che a mio avviso non dovrebbe avere compromessi, senza contare il fenomeno della censura che tutt’ora viene applicata. Penso che l’arte non potrebbe avere terreno peggiore.

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