La corte gay di Anna Kavan

Anna Kavan

Paragonata a Kafka e sfuggente come un'ombra cinese, Anna Kavan (1901-1968) rimane per biografi e lettori un enigma di non facile comprensione. Un rompicapo che si può tentare di risolvere solo percorrendo il sentiero misterioso delle affinità. Delle segrete corrispondenze. Del dialogo muto tra le anime. I suoi romanzi sono tutti percorsi da un senso di imminente catastrofe, di solitudine siderale, di un fatalismo che chiude porte e finestre. L'aria crepita sempre malevola attorno ai suoi protagonisti a cui non viene offerta mai via di scampo. I suoi quadri sono altrettanto angoscianti. Straziati e strazianti.

Nata a Cannes quasi per casa, ma cresciuta in Inghilterra ed in America, Anna Kavan ebbe un'infanzia solitaria, agiata ma profondamente infelice, contrassegnata da un rapporto difficilissimo con la ricchissima madre e dal suicidio dell'amatissimo padre. I suoi matrimoni, ben due, furono fallimentari, la sua dipendenza della morfina una costante di tutta la sua vita. Umanamente la sua predilezione, quando si trattava di stringere nuove amicizie, era per gli omosessuali.

Attorno a lei ruotava del resto una piccola corte di ferventissimi ammiratori, tutti più o meno apertamente gay e pronti a sostenerla nel momento del bisogno. Scrittrice tra le più grandi del Novecento, pittrice di talento ed arredatrice di successo, Anna Kavan venne trovata morta nella sua casa di Londra il 5 dicembre 1968; accanto a lei una siringa. Il famoso e famigerato bazooka di uno dei suoi racconti più belli.

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