Il sacerdote nei casi estremi: l'omosessualità

Vittorino AndreoliSu Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, Vittorino Andreoli cura una rubrica dal titolo I preti e noi che è una sorta di riflessione sulla figura del prete: “ma non in sé, quanto in rapporto a noi, in rapporto alla società in cui egli vive”. Andreoli stesso precisa di non essere credente, ma di voler bene ai preti: “Tutti devono voler loro bene. Sono figure importanti per tutti. E io voglio che siano felici”.

Nell'ultimo numero della rubrica il dottor Andreoli affronta l'argomento dell'omosessualità dei sacerdoti. Innanzitutto precisa:

So bene che la “pratica“ omosessuale investe anche altri ambiti di competenza, ad esempio quella della teologia morale, sulla quale tuttavia io non entro, per il rispetto che porto alla materia [...] Nel mio discorso svolgo un ragionamento che si pone sul versante di una competenza scientifica, per la quale le manifestazioni e i comportamenti che scaturiscono dall’omosessualità non sono patologie ma variabili all’interno di quella che si chiama normalità, pur se questa è difficile da definire.

Stabilito l'orizzonte, Andreoli fa un paragone con il mondo militare:

Fino al 1992 [quando l'omosessualità venne cancellata dal Registro delle Malattie della OMS, ndr] il regolamento che normava il Servizio militare di leva, allora obbligatorio, prevedeva l’esclusione dell’omosessuale come persona non idonea al servizio stesso. Questo comma decadde, e ricordo che ci fu una commissione – incaricata di rivedere la faccenda – a cui anch’io partecipai. L’esclusione non poteva più essere motivata su quella base, ma avrebbe potuto essere argomentata in forza delle caratteristiche che sono richieste per quel dato servizio.

Si occupa, quindi, della posizione della Chiesa (il corsivo è nostro):

Su un piano forse fin troppo pragmatico taluno arriva a dire che un ragionamento simile potrebbe valere anche nelle scelte che la Chiesa deve fare circa il proprio personale. Chi le impedisce infatti di riscontrare che determinate caratteristiche mettono l’aspirante al sacerdozio in particolare difficoltà, e per questo di decidere che l’omosessuale non verrà ammesso? Su una simile base, molto concreta e operativa, avviene in fondo per ogni ricerca di personale, e persino nella selezione dei grandi cervelli da indirizzare ai vari campi del sapere. C’è chi ha una propensione straordinaria per il mondo del digitale, e chi invece fatica moltissimo anche solo avvicinarvisi. Va da sé che il secondo non lo manderei mai in una Sillicon Valley. Voglio dire che non mi scandalizzo se un’organizzazione, come in fondo è la Chiesa, decide di escludere dal sacerdozio ministeriale l’omosessuale. Date le mie convinzioni, potrei scandalizzarmi se lo ritenesse un malato, ma non certo se essa si dà dei criteri per la selezione del proprio personale.

Passa poi a casi concreti:

In ragione della mia professione, qualche prete omosessuale l’ho conosciuto: o che desiderava superare da questa tendenza comportamentale, o che - casto - voleva saper contenere l’urgenza che gli si presentava. Posso solo dire che in genere si è trattato di persone provate dal confronto tra la loro personale inclinazione e una vocazione, quella del prete, che ti induce ad ascoltare gli altri, e a mettere sé in secondo piano così che sia Dio in quel rapporto a prevalere. Erano cioè persone non prive di un desiderio di autenticità, ma che certo sentivano e vivevano drammaticamente la loro fragilità. Che poi è una fragilità che il costume vigente bolla in modo marcato. La sensibilità popolare infatti ha in genere una reazione differenziata di fronte a uno scandalo eterosessuale oppure omosessuale, nel senso che considera un male minore per un prete la relazione con una donna piuttosto che con un uomo.

Giustamente evidenzia un aspetto “normale”:

Nel discorso vocazionale deve contare soprattutto la coerenza con il messaggio che si annuncia perché questa sola rende testimoni credibili.

Ecco, secondo me, Andreoli ha fatto centro: se uno sceglie un tipo di vita - in questo caso parliamo di quella sacerdotale - dev'essere coerente con essa. Etero o gay che sia.

Conclude, quindi, con una nota di “speranza”:

Arrivato al termine di questa puntata, non posso tuttavia esimermi dall’inviare un pensiero di riguardo ai sacerdoti che si sono scoperti omosessuali, e che in questa declinazione affettiva soffrono per restare fedeli alla loro vocazione: a costoro vorrei dire – io non credente – di rivolgersi a Dio per chiedergli l’aiuto a far sì che anche questa "caratteristica" diventi una ricchezza a servizio della missione cui stanno dedicando la loro vita.

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