Donne che amano donne. Il romanzo “Non come amiche”

Copertina del libro Non come amiche di Roberta CalandraPer una associazione di idee nel leggere il romanzo Non come amiche di Roberta Calandra (da poco edito da Aracne) mi veniva da pensare a L'amore ai tempi del colera di Gabriel García Marquez: come Florentino Ariza insegue Fermina Data per tutta la vita, così le protagoniste del romanzo si inseguono per essere più che solo amiche. Certo Roberta Calandra – non me ne voglia! – non è García Marquez, ma ti sa prendere per mano e condurre nella vita e negli amori dei suoi personaggi. Non come amiche è un testo che, come ci dice l'autrice, aiuta a guardare la realtà come fatta di evoluzioni imprevedibili, categorie mutevoli, identità ricche di sfumature come di fatto è.

Roberta Calandra – che troviamo anche nell'antologia Principesse azzurre da guardare con il racconto Senzafine – si è intrattenuta con noi di Queerblog per parlare del suo libro e della scrittura in genere.

Donne deboli, donne forti: su quest'altalena si muove il tuo romanzo. Tu che donna sei?
Il romanzo gioca volutamente su alcuni luoghi comuni e stereotipi della forza e della debolezza. In questo senso, se ci fai caso, tutti e tre i protagonisti hanno qualche ferita di base, un rapporto doloroso con l’abuso: classicamente sessuale per quanto riguarda Mia, psicologico Bianca – che è sempre stata amata solo per la sua intelligenza e si è trovata costretta a fare la ‘brava bambina’ tutta la vita–, di mancato rapporto con il padre Fabio… abuso che rivive in qualche modo in carcere, dove volutamente riecheggio l’atmosfera di eventi come Bolzaneto. Eppure tutti e tre ribaltano le loro ferite, diventando personaggi molto forti passando attraverso il taglio dell’anima delle loro debolezze più o meno costituzionali. Ovviamente hanno scelto professioni che glielo consentono e strade molto diverse tra loro, nei dettagli. Oggi, a fatica credo di essere diventata e lavorare ogni giorno per diventare una donna di questo tipo: sufficientemente forte da accettare anche le proprie zone spaventosamente fragili, non giudicare quelle degli altri e non farmi intimorire da un’idea di forza basata su arroganza e violenza di qualsiasi genere!

Ci sono due frasi all'inizio del tuo libro che mi hanno colpito. Le commenti per noi di Queerblog? La prima è la seguente: “Farò la scrittrice, avrò una compagna, viaggerò per il mondo e non penserò più a tutto il dolore e al vuoto che ho vissuto finora… Rilascerò interviste dichiarando che sono felice, non nasconderò nulla di me e farò sentire molto meno sole tantissime persone”. Quanto la letteratura di genere può aiutare ad accettarsi come omosessuali?
Credo di avere io per prima una relazione ambivalente con l’idea di letteratura di genere, mi sono chiesta a lungo se spacciare il romanzo come tale o meno. Da un lato c’è la paura di trovarsi chiusi in un’etichetta – come varrebbe per la letteratura femminile, la letteratura operaia, la letteratura per adolescenti, la letteratura metropolitana o quella agreste etc. – chi scrive in genere vorrebbe sempre pensare che un suo libro vada bene per tutti… dall’altra la paura di abdicare ad una specificità che indubbiamente c’è! Non a caso ho scelto di confondere un po’ le acque, soprattutto per le due donne che, come capita spesso ma poco si racconta, hanno percorsi meno strutturali di quelli degli uomini, spesso hanno mariti, figli, poi amanti donne, o cercano un figlio con la propria compagna, ci sono oggi persone che vivono una relazione omosessuale solo da adulte, altre che cambiano idea e si sposano, chi tiene in piedi più fronti… etc. Mi piacerebbe che si imparasse a guardare la realtà come fatta di evoluzioni imprevedibili, categorie mutevoli, identità ricche di sfumature come mi sembra che sia. Io oggi sono ancora la prima a non raccontare, sempre e dovunque, tutto di me, forse nemmeno a me stessa, e Bianca forse ne rimarrebbe perplessa! Penso che la vita adulta sia necessariamente più sfumata per tutti di quella che ci si racconta a vent’anni, come fa Bianca. D’altra parte penso che leggere di storie che ci assomigliano più di altre sia fondamentale, soprattutto per gli adolescenti… c’è una collana di storie americane molto carine della Playground che aiuta a sentirsi meglio in questo senso. Io personalmente ho sempre letto moltissimo, letteratura gay e non. Anche se spesso i confini sono incerti…un romanzo come Chiedi perdono di A. M. MacDonald (Adelphi) dove lo metti per esempio? Per me è un bellissimo romanzo, che alla fine svela la sua sorpresa a tema gay!

La seconda frase eccola: “Spesso come omosessuali siamo troppo impegnati a capire noi stessi e a soffrirne una volta capitolo, per viverci degnamente un'adolescenza”. È un atteggiamento solo degli adolescenti o, secondo te, i gay e le lesbiche passano buona parte della vita a capire se stessi e solo se stessi?
Penso che sicuramente si faccia più fatica a trovare se stessi, è un processo più lungo e meno scontato, a partire dal confronto con i messaggi della scuola, della tv. Sono convinta che le persone omosessuali ci mettano più tempo a strutturare una personalità perché devono farsi largo tra tanti input contrastanti, e sempre con la sensazione di compiere un percorso un po’ straordinario. Non viviamo in un mondo dove è chiaro che ognuno è eccezionale e normalissimo semplicemente per come è, con le proprie strane e comuni aspirazioni e contraddizioni. Sicuramente più siamo aperti al mondo come esseri umani e meno ci sentiamo separati, ma questo vale per tutti. Usare i propri desideri per isolarsi e chiudersi rischia di diventare un alibi che alla lunga fa male, ma trovare un equilibrio sano è comunque faticoso, non si può negare e credo ne valga sempre la pena. Mi sto arrampicando sugli specchi? … È uno dei miei sport preferiti!!

I libri “a tema” scritti da autori/autrici italian* non sono tanti. Secondo te, perché? Colpa degli editori? Colpa degli autori? Colpa dei lettori?
Non so se ci siano delle vere e proprie colpe. Sicuramente è un tema al quale sta diventando inevitabile abituarsi. Credo che chiunque oggi, al di là della propria vita personale o del proprio orientamento politico o estrazione sociale abbia qualcuno vicino gay! Un figlio, un amico, un vicino, un collega… io penso che le persone siano molto più aperte e tranquille di quanto la nostra attuale legislazione preveda! Dunque più disposte a leggere di tutto. Pensa alla tv, a serie come Ellen o Will & Grace, viste da milioni di persone che si divertono tantissimo, al di là se il tema li riguardi o meno! Per non parlare del cinema, uno per tutti Brokebak Mountain… L’Italia è bravissima a compare dall’estero prodotti che non sa produrre, forse per vigliaccheria, forse per incapacità a considerarli vendibili, il che è totalmente smentito dai fatti. Ma credo questo valga per tutto ciò che cerca di scavare nel ‘non rassicurante’. Sugli autori immagino esista una sorta di velata autocensura che ha a che fare con la paura di essere identificati appunto solo con un genere. Siamo in un paese in cui essere gay rischia di ridurti ad una figurina unidimensonale per cui diventi e resti solo quello (come ho fatto dire a Fabio nel finale). Un rischio veramente pesante per uno scrittore, che magari vuole parlare di vita gay, come di vecchiette pazze, bravi ragazzi o cani selvaggi, con la stessa libertà. È un paese un po’ stupido in questo senso: se scrivi di malattia sei malato, di follia e sei un po’ matto, di crudeltà allora sadico… spesso è anche un po’ vero, ma alla fine cosa conta davvero? Chi scrive veramente per necessità, per vocazione, e non per finire nel salotto tv o con 10.000 amici su Facebook (che va benissimo ma mi sconcerta un po’ come motivazione primaria) davvero preferisce parlare attraverso i suoi libri. Come mai c’è tutta questa ansia di identificare la gente in griglie precise e immutabili?

Per non parlare della solita preoccupazione spicciola, ma tremendamente reale, del lavoro… sono pochissimi a fare solo lo scrittore per vivere…gay o no. Per un Aldo Busi quanti altri semisconosciuti di talento ci sono? E allora molti giovani, temendo di essere totalmente identificati per i propri contenuti, li lasciano tra parentesi. Lavori in ufficio e pensi che tuoi colleghi ti guardino strano, fai l’architetto e hai paura di perdere di credibilità con gli operai, di psicologi e insegnanti non ne parliamo proprio! Uno sceneggiatore magari teme di essere considerato inabile a parlare bene di amore eterosessuale dunque perdere il suo dialogo per la soap di turno, etc. Paure, ancora molto diffuse e parzialmente realistiche. Anche se penso che, nonostante tutto, cambierà. Ripeto, le persone mi sembrano più evolute sul piano umano di chi vanta di preoccuparsi per la loro sicurezza. Degli editori invece penso che, salvo fantastiche eccezioni, come è accaduto a me, si preoccupino solo di quello che pensino possa vendere, non sempre capendolo prima! Lì esiste pigrizia e basta e i giovani autori (che spesso hanno 40-50 anni!) sanno che al di là dell’argomento il vero problema è tirare fuori 3-4000 euro per vedersi pubblicati e, se va bene, malamente distribuiti. Un costo alto e un po’ triste, a mio parere.

Siamo ormai a Natale: consiglia ai lettori di Queerblog un libro da mettere sotto l'albero... e uno da mettere nel sacco della spazzatura!
Nell’ ordine consiglio

Purtroppo non riesco mai a buttare i libri, se proprio devo, tutti i titoli sulle cosiddette terapie riparative trovo agghiacciante chi cerca di riconvertire le persone omosessuali… in linea di massima un libro qualunque può essere ri-regalato, magari all’amico che ha gusti opposti ai tuoi, al collega, alla nonna.

Roberta Calandra,
Non come amiche
Aracne Editrice, 2008
220 pagine, euro 13,00
(anche in via di pubblicazione come ebook con NetInfoMedia Edizioni)

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