Usa: in California si vota anche per i matrimoni gay

Oggi è il grande giorno delle elezioni americane, che si possono seguire in tv o dai siti internet, come quello del New York Times. Oltre alla battaglia epocale per la presidenza, quella fra John McCain e Barack Obama, nello stesso giorno si vota anche per il rinnovo parziale di una parte di Camera e Senato e per alcuni referendum. In particolare in California è in discussione la Proposition 8, che propone di definire il matrimonio come "unione fra un uomo e una donna": se vincessero i Sì, verrebbe cambiata la Costituzione e sarebbe cancellata la legge che attualmente consente i matrimoni gay nello stato.

All'inizio della campagna, i No erano in vantaggio, ma nel corso dei mesi l'andamento dei sondaggi ha mostrato un estremo equilibrio fra le due opinioni, anche a causa di alcune caratteristiche degli elettori. I sostenitori della Prop 8 ringraziano Obama, perché secondo loro una parte dei "nuovi elettori" del candidato democratico sono religiosi e conservatori sui temi dei diritti civili: in particolare lo sarebbero i neri e gli ispanici, che andranno a votare più del solito - si prevede - proprio a causa dell'effetto-Obama.
Dopo il salto i sondaggi.

Secondo l'ultimo sondaggio, c'è un lieve vantaggio (50% contro 47%) per il No, che lascerebbe le cose come stanno e boccerebbe la proposta. Ci salvano - se le cose andranno così - i giovani che a valanga sostengono il No con un eloquente 63% a 33%, mentre nelle altre fasce d'età prevale a volte di poco il Sì. A livello etnico in effetti tra i bianchi prevale di poco il No, fra i neri la percentuale è alla pari, mentre gli ispanici sono per il Sì e gli asiatici a valanga per il No (59% a 39): la spiegazione è che gli asiatici vedono la questione come un aspetto dei diritti delle minoranze e riescono a immedesimarsi nella minoranza gay.

Di fatto Barack Obama non si è speso granché per questa questione - al contrario del suo vice Biden - e non ha rivolto un richiamo specifico agli elettori di colore, come invece gli chiedeva espressamente Andrew Sullivan, uno dei più acuti e iconoclasti commentatori del mondo lgbt, repubblicano di fede, ma adesso convertitosi al verbo obamiano. Chi vincerà?

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