Il volantino di don Piero Corsi, quando l'incompetenza di genere è dannosa

Il volantino di don Piero Corsi quando l'incompetenza di genere è dannosa

Secondo me è una questione di competenze. Di che parlo? I social network hanno dato ampio spazio alla vicenda di un prete di San Terenzo Lerici, don Piero Corsi, che ha affisso un volantino affisso nella bacheca della sua chiesa. Una lettera misogina, anche se riprende una lettera apostolica di Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, che risale all'88. Un volantino che sembra dare la stura, ovvero legittimare un'antica credenza (non ancora caduta in prescrizione) secondo cui le donne stuprate, abusate, uccise, in fondo, se la siano cercata, provocando. Pubblicate anche dal Corsera, alcune righe:

Una stampa fanatica e deviata attribuisce all'uomo che non accetterebbe la separazione la spinta alla violenza. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici. Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (forma di violenza da condannare e punire con fermezza) spesso le responsabilità sono condivise.

Il volantino di don Piero Corsi quando l'incompetenza di genere è dannosa

Ora, in ambito di provocazioni della carne, l'ultimo a dover emettere un giudizio, dovrebbe essere proprio chi ha fatto promessa di castità, come prevede il sacerdozio cattolico, per quanti intraprendano la via del Ministero di Dio. Diciamo che in questo ambito il prete, il parroco in genere, ha un curriculum scarso e non dimostra le adeguate competenze. Può invitare all'armonia, all'amore coniugale, semmai. A un politico è chiesto di amministrare, a un prete di salvare anime, di illuminare la retta via, di certo non sancire sull'incontrovertibile tendenza delle donne a provocare.

Salvale quelle donne, da vite e storie d'amore infelici, visto che è il tuo lavoro, non far incarnare loro il peccato, non gerarchizzare le colpe, deresponsabilizzando gli uomini, giustificati dalla loro violenza, sol perché si ritiene che abbiano risposto a un impulso. Tutti quegli uomini, che non sono, come ha ribadito a un giornalista di Radio Rai Froci.

Non so se è un frocio anche lei o meno: cosa prova quando vede una donna nuda?

Anche in quest'ambito, don Piero Corsi, non è competente. Non mi va di sparare a zero su un lavoratore che, semplificando all'osso, non ha avuto il buon gusto di informarsi sulle questioni, basic, di genere, finito in un gorgo mediatico troppo più grande di lui. Ma i vertici ecclesiastici non prevedono seminari in tal senso? Dovrebbero, a mio modesto avviso.

Visto che il suo compito è parlare, un prete, durante l'omelia dovrebbe rinverdire il suo vocabolario, cominciare da quello, imparare a utilizzare un linguaggio meno sessista, valutare i suoi parrocchiani come pari, scoprire che froci non è un insulto adeguato. No, non solo perché non va usato in diretta per apostrofare un giornalista, ma perché fare riferimento all'orientamento sessuale, come nel suo caso per intenti denigratori, è una mossa sleale, errata anche a rigor di logica. L'orientamento sessuale è un orientamento, punto, non una condizione superiore o inferiore a cui appigliarsi.

Ma perché la Chiesa parla di sessualità e omosessualità, famiglie, coppie, ambiti nel quale è atavicamente meno preparata? Diciamo così: è educato non parlare di argomenti di cui non puoi vantare un buon curriculum e conoscenze, le conseguenze possono essere disastrose.

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