Bologna Pride: la lettera di Graziella Bertozzo

L'incidente del Pride di Bologna del 28 giugno, che ha visto contrapporsi gli organizzatori del Cassero e militanti della rete Facciamo Breccia, è di dominio pubblico ed è culminato con il fermo a opera della polizia di Graziella Bertozzo, volto note del movimento lgbtq italiano di area antagonista (e successiva interrogazione parlamentare al Ministro degli Interni).

Torniamo sull'argomento pubblicando integralmente la lettera diffusa da Graziella Bertozzo con la sua analisi politica (e personale) dell'accaduto, meditata e piena di interrogativi sul senso del movimento, sull'uso della violenza e sul significato di democrazia.

Non so a chi indirizzare questa lettera: inizialmente avevo scritto “al movimento gay, lesbico e transessuale”, ma poi ho pensato che non è tanto, o non solo, a quello che voglio parlare.

Ho pensato, anche scorrendo gli attestati di solidarietà che mi sono giunti, che il mio – nostro – agire politico non si situa nell’ambito di un movimento parziale, ma appartiene a un contesto più ampio. Appartiene a quello che io definisco “il corpo sano” di un paese sempre più contagiato dal virus della barbarie, dove la mancanza del più elementare rispetto (e conoscenza) dei principi della democrazia portano ogni giorno ad atti di violenza. Si colpiscono donne, uomini e bambini/e sulla base della loro appartenenza, nell’incapacità generale di scindere le responsabilità e i comportamenti personali dallo stereotipo che si attribuisce al gruppo sociale, culturale o politico a cui quelle persone appartengono.

Il primo atto di imbarbarimento è la creazione di gruppi e categorie sociali, poi viene la delimitazione dei confini attraverso reticolati invalicabili, per finire con l’individuazione dei singoli individui da marchiare e rinchiudere nelle diverse categorie.

Quali sono queste categorie? Io credo che stiano prendendo corpo in questi mesi, per non dire in questi giorni. I criteri sono svariati, ma, traggono ispirazione dalle categorie individuate dal regime nazista del secolo scorso. Non necessariamente sono le stesse, perché la società si evolve e i soggetti si spostano nel tempo e nello spazio, ma anche nella scala sociale. Alla fine dell’operazione alcune coincideranno con quelle di hitleriana memoria, altre saranno nuove, altre ancora riappariranno sotto diversa forma.

Sembrano costanti i criteri dell’appartenenza etnica, dell’appartenenza culturale e politica e dell’appartenenza a gruppi “non produttivi” per il sistema di potere.

Non a caso non ho citato la classe socio-economica perché, come già ha dimostrato il nazismo, quel “reticolato” deve essere necessariamente trasversale alle classi: un sistema totalitario abbisogna infatti di tutte le classi, ma soprattutto delle classi più umili a cui far pagare i conti delle proprie azioni (servirà sempre chi lavora a basso costo e una guerra non si può fare senza l’esercito dei soldati semplici…).

Immagino già chi, dopo aver letto sopra, esclamerà “ciarpame ideologico!” Ecco, sappia quel qualcuno/a, che questa lettera non gli/le è diretta, quindi – visto che non l’ho titolata “aperta” – la chiuda e la getti nel cestino.

Vado invece avanti per chi crede che la storia, l’analisi, l’intelligenza e il cuore debbano essere alla base di ogni riflessione politica sugli avvenimenti.

Ho oggi la difficoltà di dover necessariamente riflettere su una vicenda che mi ha coinvolta direttamente, di dare una lettura sia del fatto in sé sia della mia collocazione politica e del mio agire politico (e personale) a tutto campo.

Sento la necessità di illustrare, a chi mi ha letto fin qui, la mia versione.

Il 28 giugno, al termine della sfilata del Pride di Bologna, dopo aver parcheggiato il “carro” di Facciamo Breccia in via Indipendenza (carro che avevo guidato nel secondo tratto di percorso che andava da Porta Lame per l’appunto fino a Via Indipendenza) mi recavo in piazza VIII Agosto dove erano previsti gli interventi finali.

Lì mi ritrovavo con altri/e del gruppo di cui faccio parte (Facciamo Breccia) e con cui avevamo organizzato, durante il corteo, una azione pacifica di “infiocchettamento” della prima sede ottenuta dal movimento gay e lesbico in Italia (il Cassero di Porta Saragozza). Poiché all’azione, diversamente da quanto prevedevamo, non aveva partecipato soltanto il coordinamento Facciamo Breccia, ma tutti/e coloro che sfilavano, in un riconoscimento generale del valore dell’azione, abbiamo pensato che, anche se a Facciamo Breccia non era stato concesso di intervenire dal palco in quanto aveva dato un’adesione critica rispetto alla piattaforma del Pride, sarebbe stato bello che lo striscione utilizzato davanti a porta Saragozza e in cui era scritto “28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia” e che aveva trovato consenso anche fuori da noi potesse essere un momento unitario che, fra l’altro, avrebbe stemperato una serie di tensioni fra le diverse anime del movimento. Per evitare che questo venisse letto come una critica ad interventi di rappresentanti del movimento con posizioni diverse dalle nostre, abbiamo scelto di aprire tale striscione durante l’intervento di Porpora Marcasciano che avrebbe parlato a nome del Coordinamento Trans, pur appartenendo anche al coordinamento Facciamo Breccia. Tale azione era condivisa dalla stessa Porpora.

Ritenendoci, al di là delle diverse posizioni, parte comunque di uno stesso movimento i/le cui attivisti/e si conoscono personalmente, non era pensabile essere vissuti come una “minaccia”.

Abbiamo quindi deciso che alcuni/e di noi si sarebbero portati all’interno delle transenne, e avrebbero aperto lo striscione nel momento in cui Porpora avrebbe fatto il suo intervento.

Io avevo inizialmente seguito due compagni (Renato e Daniel) che, pur non avendo alcun pass, si sono introdotti sotto gli occhi della ragazza che stava al varco nello spazio delimitato dalle transenne (cosa accaduta, prima e dopo, anche ad altri e altre). Non li ho seguiti immediatamente perché sono tornata nella zona centrale per valutare se fossero sufficienti nel numero i compagni e le compagne che già erano all’interno della zona palco. Qui incrociavo Massimo Mele che, con lo striscione con cui avevamo sfilato nel corteo, arrivava a corsa, affannato, perché credeva che quello fosse lo striscione che andava steso e che il suo ritardo avrebbe potuto compromettere la nostra azione. Gli dissi che alcuni di noi erano già dentro con l’altro striscione (io sapevo solo di Renato e Daniel che avevo visto passare) e valutai che la presenza di Massimo e mia potesse essere utile. Con lui sono ritornata verso il varco alla destra da cui erano passati Renato e Daniel. Massimo, visto che c’era una ragazza al varco, le parlò, presumo chiedendole di entrare. Rendendomi conto delle difficoltà del momento io valutai che sarebbe stato più semplice entrare di soppiatto. Su richiesta di Massimo (per me sempre presunta, visto che nel rumore non sentivo quello che lui stava dicendo alla ragazza al varco) arriva Porpora che di lì a breve avrebbe dovuto parlare. Pur avendo concordato con lei l’azione, e pensando a quanto lei già si esponesse politicamente con il comitato Pride per aver accettato che durante il suo intervento si aprisse lo striscione, ho ritenuto opportuno non coinvolgerla ulteriormente e le ho detto di non fare niente, che saremmo entrati da soli come avevano fatto Renato e Daniel a cui non era stato chiesto nulla. Ovviamente non immaginavo di essere considerata “personaggio controverso” (come la volontaria ha poi scritto in un blog) da parte di chi chiedeva i pass, ma addirittura credevo di essere per lei una lesbica qualsiasi di Facciamo Breccia in quanto non avevo udito quanto Massimo le aveva precedentemente detto.

Dico a Massimo: passiamo sotto alla sbarra che ferma il varco. Questo in quanto la ritenevo una misura di delimitazione rispetto alla folla e non una forma di delimitazione di “proprietà privata”.

Quando ho sentito dare la parola a Porpora mi sono introdotta sotto la sbarra e sono uscita dall’altra parte.

Sono stata trattenuta dalla ragazza al varco ma ho cercato, tenendo le braccia basse e stando semicarponi, di oltrepassarla per andare verso l’area dove avevamo fissato di aprire lo striscione. Quando sono stata strattonata non ho opposto reazione ma ho cercato di scivolare dalle mani di chi mi tratteneva. Mi hanno detto di uscire e io ho risposto che non stavo facendo nulla di male ma avrei solo retto uno striscione. Ho cercato di telefonare alle persone sul palco per chiedere aiuto ma nel rumore nessuno ha sentito le chiamate. Mi hanno detto che se non fossi uscita avrebbero chiamato la polizia. Ho visto di fronte a me dei poliziotti che però stavano a guardare, come se quello non fosse loro compito. Io ho risposto se sarebbero arrivate al punto di farmi arrestare per così poco usando le parole “E allora arrestatemi per uno striscione”. Ho cercato di ritornare verso il centro del prato e, a quel punto, si è parato davanti a me un uomo (che io supponevo essere dell’organizzazione o, meglio ancora, dell’Arcigay) che con modi bruschi mi ha detto di andarmene, che quella era proprietà privata. Io ho cercato di oltrepassarlo da un lato, ma mi ha fermata con uno spintone. Allora ho cercato di parlare con lui della piattaforma del Pride e delle diverse modalità di gestione anche del palco, riferendomi in particolare ad Italo, il dibattuto personaggio della campagna promozionale del Pride (il fascista frocio), e assimilando le sue maniere e il suo concetto di proprietà a quelle, per l’appunto, di Italo; ma avevo l’impressione di essere di fronte a qualcuno che non aveva nessuna intenzione di discutere. Quest’uomo ad un certo punto ha cercato di prendermi di peso e di buttarmi fuori dallo spazio delimitato dalle transenne. Io ho reagito facendo resistenza passiva e aggrappandomi allo specchietto retrovisore di un camper che delimitava l’area adibita a proscenio del palco. Lui ed altri (che non potevo vedere perché sono stata presa per le gambe e la mia testa penzolava all’indietro, ma sentivo molte mani su di me) mi tiravano, soprattutto per le gambe. Io ho avuto paura di lasciare lo specchietto perché, venendo tirata così violentemente e non avendo più i piedi a terra, sarei caduta rischiando di battere la schiena (schiena in condizioni precarie in seguito a due fratture vertebrali) oppure la testa.

Dopo un po’ mi sono sentita sollevare verso l’alto e immediatamente rivoltare a faccia in giù. Mi sono sentita piegare le braccia all’indietro, ho sentito che mi stavano mettendo le manette. Poi mi sono sentita sollevare per i gomiti, la mano sinistra mi è uscita dalle manette. Mi hanno spinta di nuovo verso terra e messo le manette in modo molto più stretto. Mi hanno rialzata e ripresa per i gomiti trascinandomi. A quel punto ho visto (anche se con le manette le avevo immaginate) le divise degli agenti che mi reggevano. Dal braccio sinistro ero però sollevata dall’uomo con cui avevo parlato nel prato che mi ha gridato: “Stronza, mi hai rotto il menisco!”. Io, nonostante la situazione per me allucinante in cui mi trovavo, gli ho risposto “Ma se stai correndo trascinandomi di peso! Con il menisco rotto?” A quel punto uno dei poliziotti che mi stavano trascinando ha urlato “ha rotto la gamba al collega!”. Solo a quel punto ho realizzato che quell’uomo facesse parte delle forze dell’ordine e non di Arcigay o di un servizio d’ordine di movimento.

Il resto è il trattamento riservato a chiunque venga ritenuto/a pericoloso/a.

Questi i fatti dal mio punto di “osservazione”, così come li ho raccontati ai compagni e alle compagne di Facciamo Breccia e non solo che ho trovato ad attendermi davanti alla questura al momento del mio rilascio.

Così come ho loro raccontato il trattamento ricevuto in carcere che, come ho detto sopra, ritengo sia quello generalmente riservato a chi è ritenuto/a pericoloso/a. Manette fino all’arrivo di un’agente donna che ha provveduto ad effettuare su di me una perquisizione da lei definita “totale”, ritiro dei lacci delle scarpe e di tutti gli oggetti che avevo in tasca, consegna e conteggio del denaro (poco…) che avevo con me, foto segnaletiche, impronte digitali… Ho immaginato successivamente che questa fosse la pratica utilizzata su chi sta per essere trasferito/a in carcere.

Capisco solo oggi quanto io sia stata una privilegiata: se i compagni e le compagne non fossero arrivati/e lì davanti in brevissimo tempo oggi sarei probabilmente alla Dozza, il carcere di Bologna. E capisco anche che il mio privilegio non è derivato dall’essere persona “nota” (nel passato più che nel presente…) ma dall’appartenere ad un gruppo politico, Facciamo Breccia, composto di compagni e compagne coraggiosi/e e leali che non hanno esitato a cercare di coinvolgere tutti/e sul palco del Pride per sapere dove io fossi stata portata, per permettere a chi lo desiderasse di venire con loro in questura a chiedere il mio rilascio. Solo dopo la loro accorata insistenza Aurelio Mancuso ha annunciato dal palco il mio arresto e ha chiesto la mia liberazione.

Nulla di tutto questo dimenticherò facilmente, ma soprattutto voglio conservare per sempre la consapevolezza di far parte di un gruppo politico di cui vado fiera, che ha cercato di proteggermi fino in fondo, che ha creduto in quello che – fin da subito – ho raccontato, ma che prima ancora, conoscendomi, ha pensato che io non potevo aver compiuto nessun atto violento. Compagni e compagne che ammiro per il coraggio che hanno avuto e di cui spero di poter essere degna qualora mi dovessi trovare al loro posto.

Con me nei giorni successivi hanno affrontato le infamie che su di noi si sono riversate, e il mio dolore maggiore è stato – ed è – per il linciaggio morale che hanno dovuto e devono subire, non per “colpa”, ma per “causa” mia. Per avermi voluta salvare. Loro conoscono tutta la mia debolezza e paura, loro conoscono la mia fragilità, loro temevano (a ragione) che io stessi per essere trascinata in un gorgo infernale da cui forse non sarei più uscita.

Grazie compagne, grazie compagni, grazie Facciamo Breccia!

Preferisco parlare prima di “noi” e non di “loro” perché già viviamo in un mondo brutto, e quando in questi giorni mi sveglio la notte, vado sul sito di Facciamo Breccia e rileggo le solidarietà che ho ricevuto, importanti tutte, a una a una, e so che conserverò quei nomi e quelle parole dentro di me. E ringrazio anche tutti e tutte loro, e in particolare chi, facendo riferimento a realtà che si ritengono politicamente lontane da me, ha avuto il coraggio civile di dissociarsi dal linciaggio collettivo che si è scatenato contro di me nei giorni successivi al fatto. Grazie.

Scrivevo nel maggio scorso, a proposito del linciaggio scatenatosi a Roma contro le trans brasiliane, e rispetto al quale nessuna grande associazione ha detto una parola per giorni:

“E la linea di demarcazione oggi sta lì: l’orrore nazista del secolo scorso ci insegue da vicino, e mie/i/* compagni/e di percorso politico possono essere solo coloro che non temo si trasformino domani in una folla che mi vuol linciare o in una folla che si gira dall’altra parte. Non importa di quale delle due folle si fa parte: il fascismo ha bisogno di entrambe per vincere, e oggi, in Italia, le sta trovando. Purtroppo anche in quello che si definisce movimento lgt che, mi spiace dirlo, ma di fronte a quelle trans con la pelle strappata dai rovi, con le mani dei poliziotti addosso, con la folla che godeva del loro dolore, rischia di girarsi dall’altra parte.”

Ecco perché oggi parlo di “noi” e “loro”, laddove noi non è “Facciamo Breccia” e loro l’Arcigay, Arcilesbica o Comitato Pride. Se così pensassi farei lo stesso errore di chi crea reticolati e divide. No, non sarò io a creare reticolati. E qui subentra la responsabilità individuale e personale delle proprie scelte. Non si tratta di aderire alle mie idee o a quelle di Facciamo Breccia, ma di indignarsi di fronte alla caduta del senso della democrazia, anche formale, che si sta diffondendo ovunque. Si tratta di comprendere l’assurdo giuridico di un comitato che si dichiara “politico” (come il Comitato Pride) e poi scrive, titolando “ricostruzione dei fatti e valutazioni del Comitato Pride”:

“Gabriella Bertozzo ha assunto atteggiamenti pesantemente offensivi e fisicamente violenti, supportata da altri componenti di Facciamo Breccia. L’improvvisa e incomprensibile violenza, tanto più incomprensibile perché espressa da una lesbica all’interno di un contesto pacifico come il pride, ha fatto precipitare la situazione, rendendola ingestibile e costringendo una delle volontarie a richiedere il supporto delle forze dell’ordine. Secondo quanto raccontato da testimoni oculari, l’arrivo della polizia ha reso la Bertozzo ancora più aggressiva e violenta determinando il suo fermo da parte della polizia e il trasferimento in questura.”

Il Comitato Pride ha ritenuto di avere tutti i poteri e così con quello legislativo aveva fatto la “legge del parterre”, con quello esecutivo, coadiuvata dalla polizia di stato, l’aveva fatta rispettare portandomi in prigione perché avevo oltrepassato un confine senza passaporto (il famoso pass…). Nei successivi tre giorni ha utilizzato il potere giurisdizionale, allestendo un processo, sentendo i testimoni ed emettendo il verdetto (quello sovrariportato).

Aurelio Mancuso e Francesca Polo, a nome di Arcigay e di Arcilesbica, invece hanno svolto unicamente la funzione dell’applicazione della pena: appena il “Comitato” ha emesso la sentenza mi hanno marchiata con:

“Graziella Bertozzo non è nuova ad azioni ed atteggiamenti alterati e aggressivi, l'uso della violenza verso le volontarie del Pride e gli agenti di Polizia hanno portato al fermo e alle conseguenti denunce [...] Oggi però in nessun modo vogliamo esprimere solidarietà nei confronti di una militante sempre in cerca dello scontro.”

Se non erro la definizione data di me è molto vicina a “delinquente abituale…”, tanto per fare riferimento alle categorie che si stanno cercando di delimitare con reticolati.

Il marchio ha riguardato anche Facciamo Breccia:

“La nostra rivoluzione è gioiosa, mentre le pratiche di Facciamo Breccia sono tristi e maschiliste, intrise in qualche caso di astio e problemi personali di personaggi inaffidabili; nei casi in cui si tratta di pratiche politiche, suscitano il nostro disaccordo profondo per la loro autoreferenzialità e mancanza di prospettive.

Per quanto ci riguarda la non violenza è la discriminante per poter appartenere a pieno titolo al movimento lgbt e non intendiamo in alcun modo retrocedere né farci intimidire. Denunciamo, quindi, davanti a tutto il movimento ciò che è realmente accaduto, che per quanto ci riguarda avrà immediate e ferme conseguenze in tutte le sedi politiche e giuridiche.”

Coraggio Mancuso, coraggio Polo: fin qui le sedi “politiche e giuridiche” sono stati i siti vostri amici, ma del resto quale sarebbe l’ulteriore reato che lasciate sotteso?

E Mancuso poi spieghi il successivo comunicato:

“L’azione di Graziella ha oggettivamente innescato un conflitto di cui bisognerebbe rendersi conto, ma è inaccettabile pensare che Arcigay possa tacere sul fatto che Graziella ha subito un trattamento ingiustificato, sproporzionato ed offensivo della sua dignità di donna e di militante.”

Le spiegazioni non le dovete a me, ma politicamente ai vostri e alle vostre iscritti/e innanzitutto, e poi a quanti/e hanno creduto al vostro primo comunicato, dandovi credito in qualità di rappresentanti delle più grandi associazioni gay e lesbica italiane, e seguendovi nel linciaggio nei miei confronti.

E sono ben felice, io, considerata dai/dalle compagni/e di Facciamo Breccia molto legalista, di poter essere giudicata da un giudice che mi ascolterà in qualità di imputata, di vivere in un paese in cui sopravvive il diritto alla difesa, e non dal “Comitato Bologna Pride”, che non mi ha interpellata prima di emettere la sentenza e di cui, guarda caso, fa parte anche qualcuno che ha scritto su un forum aperto ai “camerati” (www.vivamafarka.com/forum): “verosimilmente il fatto che è stata proprio l'interazione col comitato pride che mi ha reso "fascista”". Questo fascista (lo dice lui, non io) fa parte del Comitato Pride che mi ha giudicata e condannata e si chiama Lorenzo "Q" Griffi. E così rincara, quando descrive la scena dei miei compagni e delle mie compagne che cercavano di sapere dove io fossi stata portata: “mi sono trovato davanti militanti incazzati abbestia che mi abbaiavano in faccia dandomi del fascista (cosa che, per la prima volta in vita mia, ammetto di aver trovato assai ilare =).”

L’errore di pensare che quel prato dovesse sottostare alla legge del più forte, pone chi l’ha pensato fuori dalle norme di civile convivenza. Non me che continuo a ritenere di non aver compiuto nessun reato, ma caso mai dovrei essere giudicata in base alla legge.

Essere “antagonista” significa criticare e denunciare le leggi ingiuste e la violenza, di qualsiasi tipo essa sia, con tutti i mezzi. Per ora la barbarie ha invaso la politica ed è sul piano politico che io ho scelto di contrappormi. Certo le mie idee non le ho mai difese da una scrivania, da una carica o a partire dal riconoscimento degli altri, ma sempre in prima linea. E per me essere in prima linea quel giorno significava non mandare avanti altri compagni e compagne, magari più giovani ed inesperti, ma essere con loro, così come con loro ero stata in piazza San Pietro venti giorni prima.

Non ho mai preteso che altri/e facciano le mie scelte. Visto che altri/e l’hanno citato, credo che tutte le lesbiche che con me hanno costruito la presenza femminile dentro Arci Gay nei primi anni ’90, sappiano che ho sempre protetto il loro anonimato, e non mi sono mai permessa una sola volta di sostenere che se io prestavo il mio volto lo avrebbero dovuto fare anche loro. Quando l’hanno poi fatto io ne sono stata felice, ma in quei primi anni io mi sentivo privilegiata per poterlo fare, resa forte dall’avere un lavoro statale, che non ho mai abbandonato per dedicarmi alla carriera politica, per potermi permettere sempre indipendenza e libertà di giudizio e di scelta.

Spiace alle altre, ma credo possiate capire che spiaccia anche a me, vedere la firma di una di quelle lesbiche, Francesca Polo, sotto quel comunicato diffamatorio. Mi consola mio fratello che mi scrive:

“Me lo aspettavo perché chi sceglie veramente il cammino della coerenza nella ricerca di una società includente e tollerante prima o poi sarà oggetto di violenza, prima o poi sarà tradito, prima o poi…”

Sono consapevole che questa vicenda ha gettato nello scoramento tanti e tante attivisti/e del movimento glbt, ma voglio leggere questo scoramento come una forma di coscienza civile che si ribella al tentativo di fare di questo movimento uno squallido agone della politichetta per cui l’Italia si sta qualificando in tutto il mondo. So che per chi attua forme di politica meno antagonista della mia il mio appello conterà poco, ma io lo voglio rivolgere ugualmente a tutti/e: io non mi ritiro dalla politica, non fatelo neppure voi. Oggi più che mai c’è bisogno di gente onesta. Lo scrivevo un anno fa, nel rispondere ad un attacco dell’Osservatore Romano contro tutto il movimento:

“Ho parlato però di etica, di etica laica della politica, senza la quale davvero non c’è nulla da trasmettere ai/alle giovani, di qualsiasi tipo di famiglia siano parte.

Etica della politica, educazione alla democrazia e alla legalità, di cui troppo spesso si parla a vanvera, onestà intellettuale, politica non più usata per il proprio tornaconto personale, uomini e donne politici/che abili non tanto ad occupare poltrone, quanto piuttosto a creare spazi di civiltà e di dibattito…”

Aggiungo oggi: di qualsiasi movimento facciano parte.

Mi è stato chiesto in questi giorni di contribuire ad evitare una frattura insanabile all’interno del movimento gay, lesbico e transessuale. Ho lungamente sostenuto che, in questo momento, io non sono la persona a cui è possibile chiederlo. Non posso, né voglio, essere prima linciata e poi martirizzata. Non posso, né voglio, tornare ad essere una “leader” di movimento. La scelta di essere “militante semplice” l’ho compiuta nel 1994 e, anche se a volte posso aver preso e prendo parola per conto di realtà come Facciamo Breccia, sono da allora sempre stata, e continuerò ad essere, una militante semplice (a maggior ragione ora) nell’ambito di un rapporto orizzontale con i miei compagni e le mie compagne, che ho visto costretti a prendere per il cravattino alcuni “leader” di movimento per non lasciarmi finire in carcere.

Quello che posso fare, questo sì, è essere coerente, e dire quello che penso. E spendere parola per quanti/e, nelle stesse associazioni che mi hanno diffamata, lavorano sul territorio quotidianamente, come me da militanti (o attivisti/e, o volontari/e, come preferiscono…) semplici. Posso spendere parola per quelle ragazze che sotto il palco hanno tentato di fermare la mia corsa verso lo striscione, posso comprendere il loro smarrimento di fronte a “capi” che neppure le avevano avvisate che fra loro ci fossero dei poliziotti in borghese (almeno così sostengono nei forum…). Posso ribadire che nessuna violenza mi hanno usato, che cercare di frenare la mia corsa senza farmi del male era quanto pensavano fosse il loro “dovere”. Ma non posso tacere dal mettere tutti/e loro sull’avviso che la politica prevede sempre una riflessione e un giudizio personale sulla politica stessa, che non si chiama fare politica l’agire al servizio del leader di turno senza avere un proprio pensiero politico, sulla base della semplice “buona volontà”. Posso dire a quelle ragazze che per quel Pride anch’io mi sono sporcata le mani, allestendo e guidando un carro, spingendo un carrello della spesa nel primo tratto di corteo, ma che non ho mai pensato che questo mi esimesse dall’avere un mio pensiero autonomo. Fra l’altro sono stati la fatica, il sudore e le mani sporche derivanti da quella giornata a farmi individuare da qualcuna di voi come meritevole di Trattamento Sanitario Obbligatorio, senza probabilmente rendervi conto che storicamente la definizione di pazzia è stata quella che ha permesso la repressione delle lesbiche. Io ero stanca e felice di essere con i miei compagni e le mie compagne al Pride.

E c’è qualcuno/a in particolare che devo ringraziare e a cui mi sento vicina: qualcuno/a che chi ha letto fin qui ha forse pensato che io non abbia considerato o abbia dimenticato; invece semplicemente di loro volevo scrivere a parte, perché – pur essendo parte di questo movimento – spesso sono stati/e da questo movimento lasciati/e ai margini. E parlo dei/lle trans.

Ringrazio Marcella Di Folco, che ha posizioni politiche molto diverse dalle mie, ma che con coraggio si è rifiutata di firmare un comunicato che criminalizzava me e Facciamo Breccia, e anche quello che cercava di riparare al danno senza citare il danno stesso. Non a caso i/le trans (e le trans in particolare) sono state quelli/e che più ho sentito emotivamente vicini/e. E credo che non sia un caso. Sono loro oggi, fra tutti/e noi, a pagare in Italia il prezzo più alto. Sono loro che hanno conosciuto il carcere di un’Italia bigotta, e troppo spesso continuano a conoscerlo. Sono loro che sapevano dove sarei stata portata. Ed io sono orgogliosa che il nostro striscione, al posto mio, siano state proprio loro a reggerlo.

Avevo scritto a Maggio, a proposito del pride di Roma: “ci voglio essere con un cartello al collo con scritto ‘sono una trans brasiliana’ perché oggi in Italia c’è davvero bisogno di una nuova Stonewall, ma anche di una nuova resistenza. E non mi basterà sfilare per le vie del centro, ma vorrei tanto andare in quel luogo dove atti di barbarie si stanno compiendo sugli stessi soggetti che diedero vita al primo Stonewall.”

Non ho poi sfilato con quel cartello, anche se altri/e l’hanno fatto, perché mi dovevo occupare di San Pietro. Senza bisogno di alcun cartello, però, a Bologna sono diventata una trans brasiliana anch’io, tanto che un poliziotto, mentre mi tirava giù di peso dal cellulare, mi ha gridato “Te lo sei voluto! Siamo in Italia, qui. Non si può fare quello che si vuole!”

In quel momento mi sono sentita davvero una trans brasiliana, e ho sentito tutti/e i/le trans, e tutti/e gli/le immigrati/e con me. In quel momento ho ritrovato coraggio, perché ho capito che ero esattamente dalla parte dove avevo, ed ho, scelto di stare. Possibilmente, né me né loro, non in un cellulare della polizia.

E’ così strano, ero partita dal dover scrivere una lettera dove davo un significato politico a quanto mi è accaduto, dove difendevo l’operato mio e di Facciamo Breccia, e mi ritrovo sempre più a fare i conti con l’aspetto umano di tutto ciò, in una commistione che mi fa sentire quanto il personale continui a essere politico. Quanto, in un contesto dove la politica si sta usurando, dove al suo posto subentrano gli affari e il controllo repressivo, l’unica salvezza sia la riscoperta di concetti e sentimenti che sono gli stessi che hanno fondato la società umana: la solidarietà, l’umanità e, scusate il termine, l’amore.

Mentre in questi giorni giravo per i vari blog alla ricerca di qualcuno/a che avesse assistito alla vicenda, imbattendomi in pesanti insulti e diffamazioni nei miei confronti, mi sono anche imbattuta in queste righe della Rossanda:

“Non sentii dire: ‘Bisogna fermare il Terzo Reich’, né a casa né a scuola. Oggi saremmo stigmatizzati per indulgenza al nazismo, pacifismo bieco, viltà. È vero, si sarebbe dovuto scendere in piazza, gridare, rischiare: allora, anzi prima, quanto prima? Non era pensabile o non fu pensato. Non attorno a me. Erano convulsioni del mondo, noi ci scavavamo una tana e tiravamo avanti. Sono i grigi che fanno un paese, chi non conta tace, subisce, o anche applaude ma aspetta che passi. Si avvezza a credere che passerà, che stia passando. Bisogna che abbia l’acqua alla gola per ammettere l’irreparabile. Così accadono le enormità.”

E mi sono stupita, davvero, che chi le aveva scelte per dare significato politico al proprio spazio su internet, non abbia colto che Facciamo Breccia da tre anni cerca di dire quella cosa. “Quanto prima?” si chiede Rossanda. Rispondo: “Prima che sia troppo tardi”.

Se io oggi scrivo questa lettera dalla mia casa è perché non è ancora troppo tardi, perché qualcuno/a in quella piazza ha fatto in modo che venisse detto che ero stata portata via dalla polizia, e lo ha fatto prima che fosse troppo tardi.

Ognuno/a ha le proprie modalità politiche, ed è giusto che le mantenga, ed è proprio il dire queste cose con tante voci che ci può salvare. Ma, per me, soltanto chi è disposta/o a “scendere in piazza, gridare, rischiare” è degna/o di chiamarsi movimento. Non chiedetemi mai più di stare accanto a chi, al di là delle sue modalità politiche, ha dimostrato di essere altro.

Qualcuna/o ha parlato della banalità del male, nei messaggi che mi sono arrivati: di questo si è trattato.

Userò una citazione biblica per spiegarmi meglio (strano, vero, da una “no vat”?): è tempo di separare il grano dal loglio, e credo che il grano sia dovunque, anche nel prato dell’Arcigay e dell’Arcilesbica.

Dopo, solo dopo, distinguiamo il grano appena nato da quello che è tempo di mietere, il grano di collina da quello di pianura, quello che nell’orchestra svolge il ruolo del violino e quello che svolge il ruolo della grancassa. Solo un’orchestra così fatta ci permetterà di “scendere in piazza, gridare, rischiare”, fermare la barbarie che avanza. Non certo con chi si scava una tana e tira avanti, per parafrasare le parole della Rossanda.

Di una cosa sono felice e orgogliosa: sono in un luogo politico, Facciamo Breccia, dove il grano è evidentemente cresciuto alto e rigoglioso in questi anni di fatiche. E, se posso forse passare sopra a ciò che qualcuno/a ha fatto a me, non potrò mai farlo rispetto a quello che hanno dovuto, e devono, subire i miei compagni e le mie compagne, così come loro probabilmente non riescono a passare sopra a quello che è stato fatto a me.

Non si tratta di desiderio di vendetta, ma di consapevolezza del mio desiderio di non volere relazioni politiche e personali con persone (e non parlo di associazioni) che non potrò, mai più, chiamare compagni e compagne.

Forse nella prossima vita, ma sono atea, e concepisco solo questa.

E’ questa una scelta profondamente politica, in attesa che le diverse realtà diano una propria lettura, prima ancora che della situazione del movimento glbt, della situazione del paese dove si trova ad operare, e agisca delle scelte conseguenti, scelta che io personalmente, e Facciamo Breccia collettivamente, abbiamo già fatto.

Parlavo prima della presenza di un fascista nel Comitato Pride. “Fascista” non è un epiteto per offendere qualcuno, essere fascista significa una cosa ben precisa. E si può essere fascisti anche se si è gay. E’ pensare, ad esempio come accade su http://emiliaromagna.indymedia.org/node/3070, nella discussione a proposito del grafico di Italo, nonché componente di quel Comitato Pride che mi ha giudicata e condannata, che “esista una comunità di fascisti dichiarati che però esplicitamente difende il diritto degli omosessuali a vivere pacificamente la loro sessualità, e su questo sono molto più avanti di una qualsiasi Binetti o Carfagna. Con chi bisogna dialogare, a questo punto?”.

Ritornando al discorso con cui avevo iniziato questa mia lunga lettera, è in atto in Italia un processo di definizione dei gruppi da richiudere nei reticolati. Certamente l’ispirazione nazista di questo fascismo del terzo millennio, sta spingendo a individuare i gay, le lesbiche e i/le trans come categoria non produttiva e disturbante dell’ordine che si vuole imporre. Le due diverse posizioni presenti nel movimento glbt, quella lobbistica e integrazionista e quella che invece crede ad una lotta complessiva per la libertà e i diritti di tutti e di tutte (rom compresi/e…), che a prezzo di faticose mediazioni e di periodiche scaramucce hanno fino ad oggi potuto convivere, non sono più compatibili fra loro.

C’è chi cerca di salvarsi nascondendosi tra le “falangi” dei nuovi Itali (leggete gli insulti e la derisione che il nostro prode “Q” riceve in quella lista di camerati linkata anche da indymedia), chi non vede o finge di non vedere, “tace, subisce, o anche applaude ma aspetta che passi. Si avvezza a credere che passerà, che stia passando”. E più forte si fa il bisogno di indicare altri/e al fascismo che avanza (in questo caso Facciamo Breccia) sperando così di allontanare da se stesso/a il pericolo.

Vorrei ricordare che motivo fondamentale della nostra adesione critica a quella piattaforma è stata la mancata assunzione dei valori dell’antifascismo da parte del Comitato Pride. E se una responsabilità politica Facciamo Breccia si deve assumere è quella di non essere stata in grado, prima, di leggere – e denunciare – l’infiltrazione fascista nei nostri movimenti. Perché, badate bene, l’infiltrazione è rappresentata non solo – o non tanto – dalla presenza di Lorenzo Griffi nel Comitato, quanto dalla incapacità del movimento di tenere lontano quel tipo di pensiero totalitario, di credere di poter eliminare il triangolo rosa dai triangoli odierni, lasciandolo se proprio alle trans brasiliane e a qualche lesbica “isterica”.

Sostenevo in apertura che le categorie da marchiare possono cambiare nel tempo e nello spazio, e quindi può darsi che l’operazione messa in atto dalla parte “commerciale” di movimento di far rientrare i gay (meno le lesbiche, ancor meno i/le trans…) fra i gruppi utili al potere totalitario in quanto lavoratori e consumatori, sia destinata a riuscire. Paradossalmente è quindi proprio questa parte di movimento che più ha presente quanto avanti sia il processo di individuazione nei nuovi capri espiatori, e il peccato politico di Facciamo Breccia è di non averlo capito e denunciato prima.

Il mio errore – tutto politico – e me ne dispiace perché lo sto pagando a caro prezzo, è stato quello di entrare in quel prato credendolo un luogo amico, un luogo abitato da compagni/e di strada che, sempre, da che esiste il movimento glbt in Italia, avevano individuato la sinistra quale luogo politico naturale. I pochi che, come Gaylib, hanno rivendicato una loro appartenenza alla destra di questo paese, erano visti con imbarazzo un po’ da tutti/e, o almeno così mi si voleva far credere…

E visto che ci invitano ad ammettere i nostri errori, confesso che oggi penso che abbiamo sbagliato a non entrare nel Comitato Pride, perché invece c’era bisogno di noi, della nostra fantasia, del nostro coraggio, del nostro pensiero politico, del nostro entusiasmo. Ma devo anche darci atto che se non lo abbiamo fatto è stato per non essere risucchiati/e dalla apoliticità del dibattito, per non consumare le nostre energie, per non farci incartare da polemiche con chi, mentre noi parlavamo di politica, ha dimostrato di comprendere solo il linguaggio della bottega, ha dimostrato di considerarci – e non da ora – il nemico. Se avessimo passato giorni a discutere sull’ordine dei carri e degli interventi avremmo finito, probabilmente pure noi, per perdere la misura della situazione politica. E credo che l’unica cosa che avremmo ottenuto sarebbe stato un pass per il prato dell’Arcigay. E allora forse è meglio così, che abbiamo salvato quella che Porpora ha definito la nostra “favolosità”. E se il prezzo da pagare era questo, lo accetto.

Mi fanno tenerezza in questi giorni gli accorati inviti a ricomporre una frattura in atto nel movimento. Come se questa ricomposizione fosse nei poteri umani. Come se si potesse essere antifasciste/i e qualunquisti/e insieme, come se non esistesse differenza fra la vittima e il carnefice, in un concetto di “equidistanza” che, oggi, significa semplicemente stare a vedere chi sarà il vincitore per schierarsi poi dalla parte “giusta”.

La mia collocazione politica rimane la stessa, le cose in cui credevo nel 1985, la prima volta in cui arrivai all’Arcigay, sono le stesse di oggi. I tempi cambiano, cambiano le modalità di lotta (ed io le ho cambiate), ma non cambiano i valori. E so che non volevo e non voglio più triangoli di nessun tipo per nessuno, che non voglio salvarmi perché riesco a passare il mio triangolo a qualcun altro/a. Quando il fiato del fascismo ci era meno sul collo era più facile dirsi antifascisti/e, sembrava quasi un distintivo di valore. Chi ha detto che i metodi di Facciamo Breccia sono fascisti e violenti, sappia che sono semplicemente i metodi, né fascisti né violenti, che hanno permesso di allontanare la violenza dai nostri – e loro - corpi per cinquant’anni. Sappia che sono gli stessi metodi usati a Stonewall nel 1969, a Sanremo nel 1972, a Bologna nel 1982 e in tante altre occasioni. Sappiate che li ho usati, nel passato, anche a nome di Arcigay (ad esempio a Firenze nel 1991, alla conferenza mondiale sull’AIDS, o a Verona, davanti al Duomo, nel 1992, o a Venezia nel 1993). E sono convinta che a far danno all’Arcigay sia quel comunicato diffamatorio contro di me, e non la cartellonata che, non invitata, feci con altre sul palco dove parlava Liz Taylor nel 1991. Sappiate che di fronte ad un Pride che avrebbe finto di non vedere e di non sapere dello sfratto da parte della Curia bolognese del primo spazio di movimento glbt in Italia, il Cassero di Porta Saragozza, Facciamo Breccia ha fatto quello che avreste dovuto fare voi. Sappiate che il degrado civile di questa città, Bologna, che era considerata la “culla” di tanti movimenti, non solo di quello glbt, è stato palese a tutte/i. E anche se, per non “rovinarvi” il pride lo scorso 28 giugno, non l’abbiamo denunciato, pensiamo che da quello snodo della perdita di Porta Saragozza, dalla sua lettura politica fuorviante, sia partita la storia di normalizzazione di parte del movimento, quantomeno a Bologna: la deriva istituzionale e subalterna, lo svuotamento che oggi lo ha ridotto ad agenzia di marke(t)tizzazione, controllo, sicurezza applicata sulle soggettività gay, lesbica e trans. Non è un caso che oggi ci ritroviamo quel filo fucsia tra le mani e quella bandiera.

E mi spiace vedere “vecchi leader” di movimento che quella sede hanno conquistato, accusare me – e di conseguenza Facciamo Breccia, con una consequenzialità che non prevede, evidentemente, responsabilità individuali – di maschilismo, perché avrei voluto andare alla conquista di un palco e di un microfono, da sempre degli uomini, anziché essere orgogliosa del ruolo che mi spettava, quello della piazza che “accoglie”. A parte il trasferimento su di me di desideri evidentemente suoi, sappia quel signore, Beppe Ramina, che le lesbiche, da quando hanno avuto il coraggio, la caparbietà e la “violenza” di dichiarasi lesbiche, hanno anche dichiarato, consapevolmente o meno, che non sarebbero più state “piazza accogliente” di un “palco-microfono-pene” concessi dall’alto della collina. Non ha capito, evidentemente, che stavamo festeggiando anche la sua storia e la sua persona. Evidentemente festeggiavamo quello che è stata quella persona, ma non quello che è.

E sappiano, coloro che hanno accusato me e tutte/i noi di violenza, che altro è la violenza, e che ritengo violento, piuttosto, quello che il disegnatore “Q” subisce, sorridendo, su quel bel forum fascista, nel disperato tentativo di riuscire simpatico ai suoi futuri aguzzini, che dicono “in metro, mi è capitato di vedere stampini che inneggiavano al "sovvertimento della natura" (non scherzo, non ricordo le parole esatte ma il succo è quello, si parlava di sovvertire la natura e di abolire i sessi), riconducibili all'area "antagonista" della sinistra OGGI extraparlamentare, bene, io se beccassi l'autore di quel flyer lo menerei (magari le piglio da sopra, però "forse sbaglio - ma ci provo"), perchè non c'è crimine più grande dell'andare contro natura” oppure “Il problema di fondo è che praticare sesso anale non può assolutamente rendere soggetto di diritto.”

Dirsi antifasciste/i, oggi, significa anche denunciare questo, e non credere, scioccamente, di poterci convivere. Era questo il pensiero violento che avevate il dovere, nel momento in cui vi siete proposti per un Pride nazionale, di allontanare, non Facciamo Breccia che ha cercato di denunciarlo al vostro posto, che ha cercato di rendere dignità a una piazza che aveva bisogno di ritrovare cuore, testa, entusiasmo, consapevolezza della propria storia.

Io ho calpestato la “vostra” aiuola e voi gridate allo scandalo. La mia violenza è consistita nel cercare di sfuggire (senza riuscirvi, peraltro, nonostante mi abbiate dipinta come Hulk) da chi mi voleva gettare fuori dall’aiuola. La mia violenza è stata quella di avere tentato di riportare in quel prato il mio e il vostro orgoglio per una storia e per dei valori che credevo unificanti. L’avete chiamata violenza. Sappiate che quella si chiama caparbietà e testardaggine, ed io – è vero – sono una persona caparbia, testarda e, forse proprio per questo, scomoda. E testardamente vi dico che non farò un passo indietro rispetto alla condanna del fascismo e di tutti i suoi corollari, e che non posso stimare chi oggi non ha la dignità di dichiarasi antifascista.

Il virus del fascismo sta macchiando l’Italia e voi pensate che la violenza la compia Facciamo Breccia perché io ho calpestato la “vostra” aiuola. Da più parti ho letto che con questa storia il movimento ha toccato il fondo. Lo credo anch’io, ma non dimentichiamo che lo ha toccato in un paese dove queste bassezze avvengono quotidianamente, dove sembra non esserci limite alla violenza (e non irruenza o testardaggine) con cui i soggetti appartenenti ai gruppi sociali già individuati dalla nuova barbarie vengono marchiati e colpiti. E la dignità e l’orgoglio, io, noi e voi, li possiamo recuperare soltanto attraverso il coraggio di schierarci dalla parte della vittima e non da quella del carnefice.

Testarda sempre, antifascista sempre, fascista mai.

Graziella Bertozzo

Via | facciamobreccia

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