Queerblog incontra Ivan Cotroneo


Giovedi 22, come promesso, siamo andati (io ed Egizia) alla presentazione del nuovo romanzo di Ivan Cotroneo La kryptonite nella borsa.

La sala messa a disposizione da La Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi era gremita di persone, molti lettori anonimi, ma anche molti volti noti della gaya società romana e dello spettacolo.

Tra i volti noti abbiamo avvistato Claudio Masenza, autore televisivo, critico cinematografico, l’espertone di Ciak per capirci, Serena Dandini (non credo ci sia bisogno di spiegarvi chi è), ma non ero lì per fare il gossiparo, ero lì per l’evento culturale.

Dopo la presentazione e il reading, anche della Dandini, le domande di rito, le curiosità e un brindisi con un ottimo champagne di marca, non vi dico quale per non fare pubblicità, sono andato da Ivan – mi volevo far autografare il libro – e l’ho potuto intervistare.

Il libro è molto bello sembra scritto in cinque minuti per la semplicità con cui si legge, è un libro comunicativo senza per forza essere criptico e d’elite, ma non per questo privo di qualità.

Attraverso gli occhi di Peppino, un bambino napoletano degli ani ’70, conosciamo una Napoli d’altri tempi, tra collettivi femministi, donne che amano donne per autocoscienza, un super eroe sui generis, un giovane Riccardo Muti pre successo mondiale e personaggi di contorno anche loro non meno bizzarri.

Stefano: Leggi queerblog? Se si come lo hai conosciuto?

Ivan Cotroneo: Sì, lo leggo, anzi mi ci affaccio ogni tanto.

Non ricordo come ci sono arrivato. Più o meno un anno fa, forse parlandone con Egizia.

S: Quale obiettivo ti prefiggi quando scrivi?

I.C: Raccontare una storia, comunicare, parlare con gli altri.

Anche da lettore, non amo gli scrittori che parlano solo con se stessi, e che fanno sfoggio di bravura nella lingua e nella costruzione, come se volessero sempre dire a chi li legge: 'guardami'.

Io scrivo in un certo senso per stare più vicino a chi legge. Come aspirazione ho quella di fare compagnia.

S: Cosa ti fa paura quando inizi un nuovo romanzo?

I.C: Mi fa paura il non riuscire a spiegarmi.

Spesso all'inizio ho confusamente in testa l'idea di volere condividere qualcosa (nel caso di 'Cronaca di un disamore', per esempio il dolore dell'abbandono) e temevo di non riuscire a portare fuori tutto quello che avrebbe reso quella storia condivisibile.

Perché si tratta di un meccanismo misterioso: spesso quanto più sei preciso, nei dettagli, nelle caratteristiche peculiari della storia, nei modi che possono essere solo quelli, tanto più sei compreso.

Ecco, non riuscire a trovare questo equilibrio fra precisione e universalità, su cui si gioca la possibilità di comunicare, questo mi spaventa.

S: Quanto c’è di Ivan Cotroneo in Peppino?

I.C: Abbastanza. Anche io ero un bambino bruttarello, con gli occhiali, silenzioso, e soprattutto solitario.

Non solo, ma solitario. Mi mettevo in un angolo e osservavo tutto. In questi aspetti Peppino mi somiglia.

Poi però non ho mai preso come lui un acido a sette anni e non ho avuto Superman come amico immaginario. Purtroppo, penso.

S: Perché hai voluto che il protagonista fosse un bambino?

I.C: Da sempre sono affascinato dalla letteratura (ma anche dalla cinematografia) che esplora lo sguardo dei bambini sul mondo.
I bambini si spiegano le cose a modo loro, ri-fabbricano una realtà a loro misura, con leggi e regole personali.

Vedono cose che gli altri non vedono e non vedono ciò che invece vedono tutti.

Pensa all'Arturo di Elsa Morante. E' un mondo straordinario da raccontare.

S: Il libro parla di una Napoli, ma anche di un’Italia, che non c’è più quella degli anni ’70 che rapporto hai con la tua città.

I.C: Io sono andato via da Napoli nel '90, aventidue anni, per venire a studiare a Roma.

Al tempo, ero ben felice di andarmene. Adesso, con la distanza, ho riacquistato un rapporto felice con la mia città: ci torno ogni volta che posso, ne vedo le bellezze, e sento che in generale mi appartiene e io appartengo a lei. Insomma ho smesso di lottare con la mia parte napoletana.

Mi ci sono amorevolmente arreso.

S: Sei autore televisivo, scrivi per il cinema, i tuoi djset anni 80 sono famosi, i tuoi amici hanno tutti nomi importanti. Qual è il prossimo obiettivo di Ivan Cotroneo?

I.C:Prima di tutto, i miei amici hanno nomi importanti per me, nel senso che per me sono importanti in quanto amici e non perché sono nomi importanti e finiscono sui giornali. Poi certo capita che con il lavoro io abbia conosciuto persone che fanno gli attori, i registi, gli autori televisivi.

Ma fin dall'inizio ci siamo vicendevolmente trattati come persone che lavoravano nello stesso campo, senza altri schermi in mezzo. Quanto ai prossimi obiettivi, spero semplicemente di riuscire a fare bene quello che faccio, quindi la prossima traduzione di Hanif Kureishi, che spero venga bene, e il prossimo film di Maria Sole Tognazzi, che spero venga benissimo.

Ah, e spero di riuscire a scrivere bene una commedia teatrale sul sesso che mi gira in testa da un po' e si chiama 'Vieni a letto con me'. Tutto qui.

S:Il senso di tutto il libro è l’accettazione è sbagliato dire che velatamente parli anche del coming out?

I.C: No che non è sbagliato. Gennaro Superman, che fa a Peppino un discorso finale su libertà, accettazione e specialità delle persone, parla anche di quello, parla delle etichette e del coraggio di affrontare la propria vita seguendo esclusivamente i propri desideri.

Peppino ha sette anni, non ha ancora capito quello che vuole, ma la speranza è che qualunque cosa voglia, riesca a prendersela senza farsi ostacolare da nessuno. Secondo me ce la farà.

S:Riccardo Muti ha commentato il capitolo che lo riguarda?

I.C: Non ancora. Spero che lo faccia. Io, al Maestro il libro gliel'ho fatto avere. Vediamo...

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