Per la tv americana il gay è lento, il trans è rock

Fate largo, arrivano i trans!! L’industria televisiva e del cinema americana, si sa, macina divi e tendenze a ritmi infernali. Chi è oggi è sulla cresta dell’onda domani si potrebbe trovare in fila per assicurarsi un posto nell’Isola dei Famosi italiana (e lì sanno di aver toccato davvero il fondo).

Per cui può anche succedere di leggere un articolo del Seattle Times, che ci comunica la fine dell’era gay nelle serie televisive statunitensi. Metti il frocio nel telefilm è un motto che non funziona più da un pò di tempo a questa parte. Lo sanno bene coloro che, anni fa, ebbero la geniale idea di inserire nelle saghe televisive dei nuovi personaggi di omosessuali, non rispondenti ai classici canoni da culattone represso, sfigato, molto molto sensibile e un po’ effeminato. Il gay iniziò a smettere di essere un caratterista per divenire un personaggio normalissimo.

Un’intera generazione cresciuta a pane e telefilm quali “Will & Grace” ormai non fa più fatica ad accettare il matrimonio gay, il coming out è divenuto una pratica di uso comune, e il frocio di turno è un personaggio come un altro. Tempi duri per Rupert Everett!

Ora è il turno del trans. Chi può ce lo ficca ovunque, è la nuova mania degli sceneggiatori a stelle e strisce. Uomini che erano donne, donne che sotto il vestito nascondono la sorpresa, confessioni, relazioni morbose, e chi più ne ha più ne metta. L’ingrediente magico per far funzionare un palinsesto televisivo è cambiato; niente più complicate storie di ricchioni che, anzi, sono proprio diventate noiose, prevedibili e scontate e soprattutto non schoccano più nessuno.

E in Italia? Nella patria degli spaghetti e di Don Matteo? Cosa vende di più da noi? Abbastanza impietoso fare i paragoni da questo punto di vista, lo so: in Usa hanno "E.R.", noi abbiamo "Un medico in famiglia", loro hanno "Nip/Tuck", noi abbiamo la "Dottoressa Giò"; loro hanno "CSI" e noi "RIS"…

Ma soprattutto l’immagine dell’omosessuale promulgato dalla tv italiana è ancora quella della checca isterica o del gay-migliore amico della donna, fedele fino alla morte, meglio di un cane. Unica chicca della attuale programmazione televisiva di casa nostra è la serie "The L World", non a caso certamente non italiana, che delinea una panoramica della vita delle lesbiche, come nessun telefilm aveva mai fatto prima.

Nella fiction "Commesse" c’era il bravissimo Franco Castellano che interpretava lo stereotipo classico di ricchione, attento al look, delicato, effeminato, un po’ nevrastenico, ma dolcissimo, molto sensibile e facilmente feribile dai comportamenti altrui. Roba da repertorio.

Negli Usa sono decisamente avanti, e ci hanno proposto e riproposto omosessuali in tutte le salse, dal finto macho alla frociona, all’ometto dalla doppia vita. Adesso è in arrivo l’ondata trans, e ci sarà da vederne delle belle. La curiosità si concentra sull'anticipazione di una serie "There's Something About Miriam", che narra appunto di Miriam, un transessuale, che tiene nascosta a lungo la sua situazione.

In attesa che gli autori di casa nostra si sveglino, e inizino a scrivere sceneggiature un po’ più rispondenti a verità, e smettendola di credersi progressisti solamente perché inseriscono il personaggio di un indiano nella trama di un telefilm, chi può si gusterà questa serie già in onda negli Stati Uniti.

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