Michela Murgia racconta la sua esperienza da drag king

Michela Murgia racconta la sua esperienza di drag king

Cinque anni fa a Roma ho partecipato a un laboratorio di drag king organizzato da una chiesa evangelica nell'ambito di un campo scuola per gay e transgender cristiani.

Così scrive Michela Murgia in un suo post dal titolo Quella volta che ho fatto il drag king. La scrittrice racconta di come si è rapportata alle altre donne che partecipavano al corso (“Il mio essere etero inizialmente non facilitò l'integrazione con le altre, tutte lesbiche, che mi vivevano come un'infiltrata in un mondo non suo. Le mie ragioni per essere lì però le riguardavano, perchè la minaccia latente dello sguardo maschile non fa distinzioni di orientamento sessuale”) e poi fa delle riflessioni interessanti, che possono riguardare tutto il mondo lgbt.

Scrive Michela Murgia:

Quella sera compresi con chiarezza che gli uomini, in quanto uomini, la paura latente dell'essere donna non la possono comprendere veramente nemmeno mettendoci tutto l'impegno civile del mondo.

E prosegue:

L'assenza dello sguardo vorace di un altro su di te ti impedisce di capire la condizione costante di allerta che costringe una donna a temere a priori qualunque maschio sconosciuto (e a volte anche conosciuto). Non si tratta di un'allerta cosciente: è un istinto che matura molto presto e che ti porti appresso sempre, anche quando la minaccia non diventa concreta. Puoi descriverlo a chi ti ama, puoi cercare di spiegarlo al tuo compagno, ma se l'altro non lo ha provato si avvicinerà solo alla comprensione intellettuale di quell'ansia da preda, senza veramente coglierne la portata. La sensazione di sicurezza totale che io provai in quelle ore per me era straordinaria, ma per tutti i maschi del mio occidente è la norma.

Proviamo a fare alcuni cambiamenti e a rileggere il passaggio in chiave queer e ci troviamo nella stessa situazione: molte volte noi gay, lesbiche, bisex, transessuali ci sentiamo addosso gli occhi degli altri – uomini o donne che siano – che ci scrutano, ci studiano, ci esaminano. “Non si tratta di un'allerta cosciente”, ma c'è. E proviamola a descrivere a chi ci sta vicino: alcuni potranno capire, altri diranno che siamo esagerati e che vediamo omofobia dappertutto. Ci vediamo costretti, pertanto, a vivere in un atteggiamento di circospezione che alla lunga ci fa male.

Foto | © TM News

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