Omosessualità, omofobia e la “saga” del politicamente corretto

Robert Hughes

Non aveva certo peli sulla lingua Robert Hughes, scrittore e critico d'arte deceduto pochi giorni fa. Polemista formidabile, Robert Hughes ce l'aveva a morte (tra l'altro) con il politically correct. Nel suo La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto se la prende con quella “lacrimosa avversione all'eccellenza” che è, secondo lui, il politicamente corretto.

Hughes, in questo testo che risale al 1993 e che è stato pubblicato in Italia da Adelphi nel 1994 e poi in una nuova edizione nel 2003, dice la sua anche sul politically correct nei confronti delle minoranze:

Come i nostri progenitori del Quattrocento erano ossessionati dalla creazione di santi e i nostri antenati dell'Ottocento dalla produzione di eroi [...], così in noi c'è l'assillo di individuare, celebrare e, se occorre, fabbricare vittime che abbiano un unico tratto comune: la negazione della parità con la Bestia Bionda dell'immaginazione sentimentale, il maschio bianco eterosessuale benestante.

Robert Hughes

E prosegue:

L'assortimento di vittime disponibile una decina di anni fa – negri, chicanos, indiani, donne, omosessuali - è venuto allargandosi fino a comprendere ogni combinazione di ciechi, zoppi, paralitici e bassi di statua o, per usare i termini corretti, di non vedenti, non deambulanti e verticalmente svantaggiati. Mai, nel corso della storia umana, tante perifrasi hanno inseguito un'identità.

Polemico, lo abbiamo detto. E, al contempo, molto lucido:

È come se i rapporti umani fosse un unico punto dolente, infiammato dalle mille occasioni di recare inconsapevolmente, o di ricevere bellicosamente, un'offesa. Trent'anni fa prese avvio negli Stati Uniti una fase epica del processo di affermazione della dignità umana: il movimento per i diritti civili. Ma oggi [...] l'abituale risposta americana alle disparità è di chiamarle con un altro nome, nella speranza che così spariscano.

Robert Hughes, La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente correttoC'è qualche vantaggio a definire gli omosessuali “gay” ed evitare altre parole? Secondo Hughes, no:

Vogliamo creare una sorta di Lourdes linguistica, dove il male e la sventura svaniscano con un tuffo nelle acque dell'eufemismo [...] L'omosessuale pensa forse che gli altri lo amino di più, o lo odino di meno, perché viene chiamato “gay” (un termine riesumato dal gergo criminale inglese settecentesco, dove stava a indicare chi si prostituisce e vive di espedienti)? L'unico vantaggio è che i teppisti che una volta pestavano i froci adesso pestano i gay.

E per quel che riguarda l'omofobia?

Oppure prendiamo “omofobico”, uno degli insulti preferiti dagli allarmisti politicamente corretti. Oggi, su venti persone che usano questa parola, sì e no una sa cosa significa. “Omofobia” è un termine clinico che indica un disturbo patologico, un'ossessione causata dal timore fortemente represso di essere omosessuali. Adesso il termine può essere ed è applicato indiscriminatamente a chiunque mostri la minima riserva nei riguardi di un qualsivoglia omofilo, o contesti (per quanto blandamente) le pretese (per quanto estreme) di costui a particolari diritti per il suo gruppo di appartenenza.

Chi scrive concorda pienamente con Nanni Moretti che ebbe a dire: “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”. Eppure non posso non riconoscere che Robert Hughes aveva ragione in merito ad alcuni atteggiamenti, soprattutto a quel modo di fare tutto politico (intendendo con questo l'essere che vive nella polis, nella città, quindi ognuno di noi) che spinge a chiamare le disparità “con un altro nome, nella speranza che così spariscano”.

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