L'Inquisizione Portoghese e le lettere di Francisco Correa Netto

Lettere di Francisco Correa Netto

Nel Portogallo del Seicento esisteva una ben radicata sottocultura gay che aveva agio di esprimersi in diversi spettacoli teatrali. Del resto lo stesso re Alfonso VI, salito al trono nel 1643, viveva senza grossi patemi d’animo la propria omosessualità. Al centro del nostro piccolo racconto non vi è però una commedia teatrale, bensì un epistolario di fuoco tra il sacrestano della Cattedrale di Silves ed un giovane chitarrista di nome Manoel Viegas.

Le dinamiche che portarono Viegas a tradire l’amante e consegnare le sue lettere vibranti di passione al vicario della medesima cattedrale non sono mai state chiarite del tutto, si parla di gelosie, ripicche tra innamorati ma anche di uno strano rancore che il vicario avrebbe nutrito nei confronti del focoso sacrestano. Tirata in ballo, la Santa Inquisizione dovette per forza di cose muoversi. Indagare. Leggere i capi d’accusa.

Ma come era sua abitudine in Portogallo, soprattutto in ambito omosessuale, l’Inquisizione optò per la linea morbida. Non vide gli estremi per intervenite. Mancava dissero i giudici il corpo del reato. La prova dell’avvenuta penetrazione. L’arresto fu così negato.

Una decisione in linea con i principi di tolleranza che l’aveva sempre ispirata. In duecento anni di storia, l’Inquisizione portoghese, pur partendo da un elenco di 4.419 sodomiti denunciati alle autorità, aveva allestito infatti solo quattrocento processi e condannato in tutto trenta persone.

Via | Rictornorton.co.uk

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