Persecuzioni anti-gay e torture in Cecenia: la testimonianza di tre uomini

Ramzan Kadyrov takes an oath during the ceremony of his inauguration as the head of Russia's Caucasus region of Chechnya for a third term, in Grozny on October 5, 2016. / AFP / ELENA FITKULINA        (Photo credit should read ELENA FITKULINA/AFP/Getty Images)

Le agghiaccianti notizie che arrivano dalla Cecenia stanno fortunatamente facendo il giro del Mondo e le mobilitazioni stanno partendo da una parte all’altra dei Paesi occidentali, con associazioni a tutela dei diritti civili che si stanno muovendo con appelli, petizioni, proteste e inviti ai governi a intervenire per mettere fine a quell’orrore.

Ma cosa sta accadendo esattamente in Cecenia? Tutto quello che sappiamo arriva dalle denunce della Novaya Gazeta e dalle conferme della Human Rights Watch, ma ora che quella barbarie sta avendo una eco internazionale, ecco spuntare altri racconti di quello che i cittadini LGBT stanno vivendo ormai da tempo nella Repubblica Cecena, nel Caucaso settentrionale.

Il corrispondente per la Russia di RadioFreeEurope/RadioLiberty, Sergei Khasov-Cassia, è riuscito a intervistare tre uomini gay che hanno vissuto in Cecenia in questo ultimo periodo e hanno vissuto sulla propria pelle l'inizio di questa persecuzione contro le persone omosessuali. I racconti che emergono danno un’idea molto chiara della situazione. Ve ne proponiamo un breve riassunto, invitandovi a leggere il report originale a questo indirizzo.

Said (nome di fantasia) ha raccontato di esser stato ricattato da un suo caro amico dopo circa un anno e mezzo di conoscenza. Un giorno, dopo aver raccolto le sue confidenze, quell’uomo ha chiesto a Said 2,5 milioni di rubli - pari a circa 41 mila euro - minacciandolo di rendere pubblici i file audio e video in cui Said ammetteva di essere omosessuale, registrati di nascosto dall’uomo. A quel punto Said ha deciso di vendere la propria automobile per racimolare qualche soldo e di lasciare la Cecenia, raggiungendo prima la città di Krasnodar e successivamente Mosca per rifarsi una vita.

Lo scorso gennaio, però, motivi di famiglia hanno costretto Said a fare ritorno a Grozny e lì la situazione è precipitata. Gli agenti di polizia si sono recati a casa del giovane, che nel frattempo era già ripartito, e hanno preso in ostaggio suo fratello, promettendo di non rilasciarlo fino a quando Said non avrebbe fatto ritorno in Cecenia:

Mia madre non sapeva niente di me e di quello che era accaduto. All’inizio non potevo dirglielo, ma poi ho ammesso di essere gay. Lei ha detto che non c’erano problemi e che potevo tornare a casa.

Said ha raccontato di aver capito a quel punto che tutta la sua famiglia voleva farlo tornare per poterlo uccidere, una fine confermata anche da un suo parente agente di polizia: “Non c’è più niente da fare se non ucciderti”. Said non ha mai fatto ritorno a casa e, lo racconta a RFE, adesso vive in un Paese europeo. Da quel momento non ha più avuto alcun contatto coi suoi familiari, ma ha confermato che molti suoi amici e conoscenti omosessuali sono spariti da Facebook e da VK tra febbraio e marzo scorsi, lo stesso periodo in cui sono riprese le persecuzioni contro le persone LGBT.

Malik è uno di quelli che, al contrario di Said, ha vissuto sulla propria pelle le torture denunciate dal quotidiano russo. Lo scorso marzo è stato arrestato e detenuto per dieci di giorni in una prigione segreta dopo aver scambiato alcuni SMS con un suo conoscente.

Il giovane ha descritto una grande caserma isolata in cui erano rinchiusi circa 15 uomini omosessuali e 20 tossicodipendenti che erano autorizzati a tormentare i gay. Ogni giorno Malik e gli altri omosessuali venivano picchiati e umiliati, costretti a ballare gli uni davanti altri altri, a farsi chiamare con nomi da donna, torturati con scariche elettriche attraverso morsetti legati alle dita dei piedi e delle mani, presi a calci e pugni ovunque.

I torturatori obbligavano i prigionieri a dare loro i contatti di altri omosessuali, ma Malik ha raccontato di esser riuscito a cancellare tutte le informazioni sul proprio telefono cellulare, evitando così di rovinare la vita ad altre persone. Al giovane, e probabilmente a tutti gli altri detenuti omosessuali, a una certo punto è stata data la possibilità di comprarsi la libertà per 1 milione di rubli - circa 16.500 euro - ma dopo dieci di giorni di torture sono tutti e 15 stati riconsegnati alle rispettive famiglie, ma solo dopo esser stati umiliati e derisi davanti ai parenti, giunti in blocco a riprenderli.

La storia di Malik si è conclusa positivamente. I suoi genitori non l’hanno ucciso, come altri invece hanno fatto, e pochi giorni dopo il suo rilascio è riuscito a lasciare la città di Grozny, lasciandosi alle spalle amici, conoscenti e familiari.

Il 23enne Khasan, anche questo nome di fantasia, si è reso conto presto di quanto stava iniziando ad accadere in Cecenia e un giorno, invece di recarsi come sempre al lavoro, si è diretto all’aeroporto e ha lasciato per sempre la Cecenia, senza guardarsi più alle spalle.

Le prime avvisaglie, almeno per Khasan, c’erano state lo scorso autunno, quando il giovane aveva conosciuto un uomo sul social network VK e si era scambiato messaggi con lui per circa un mese, quando questi gli ha chiesto di incontrarlo. All’appuntamento, però, si è presentato un ragazzo diverso da quello visto in foto, ma nonostante questo particolare il 23enne si è lasciato convincere ed è salito in auto con l’uomo.

Lo sconosciuto, a quel punto, ha portato Khasan in una foresta fuori città. Lì, ad attendere i due, c’erano tre uomini in tenuta militare, degli agenti delle forze speciali del Ministero dell’Interno:

Mi hanno spogliato. Uno mi filmava col suo telefono. Tre di loro mi hanno picchiato. Mi hanno preso a calci, mi hanno rotto la mascella.

Poi, sempre secondo il racconto del giovane, i quattro uomini gli hanno sottratto il telefono cellulare con all’interno i contatti di amici e familiari e l’hanno minacciato di diffondere il video del pestaggio se non avesse pagato 300 mila rubli - circa 5 mila euro. Khasan a quel punto è tornato a casa e ha iniziato a mettere da parte i soldi necessari per fuggire dalla Cecenia, riuscendoci verso la metà di marzo quando le notizie dei rastrellamenti hanno iniziato a farsi più frequenti e dopo la sparizione di alcuni suoi amici e conoscenti omosessuali.

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