Unioni civili alla Camera, il toccante discorso della relatrice Micaela Campana

La discussione alla Camera sulle unioni civili si è aperta oggi pomeriggio, lunedì 9 maggio 2016, con la relazione dell’onorevole Micaela Campana del Partito Democratico, relatrice del disegno di legge nel suo percorso finale alla Camera, percorso che salvo colpi di scena poco probabili lo porterà a diventare legge entro questo fine settimana, facendo fare all’Italia quel passo in avanti che milioni di cittadini attendono da trent’anni.

Il lungo intervento dell’onorevole Campana è stato perfetto sotto tutti i punti di vista e se non avete avuto modo di seguirlo in diretta non possiamo non proporvelo. Ecco quindi la trascrizione integrale e, in alto, il video completo.

Presidente, colleghi, è con profonda emozione ed altrettanto orgoglio che oggi prendo la parola in quest'Aula. Il disegno di legge che stiamo per discutere ed approvare restituisce finalmente ai nostri concittadini omosessuali un bene loro sottratto da tanto, troppo tempo: la dignità di cittadini di questo Paese. Il percorso viene da lontano e condivide speranza e attese con le grandi lotte per i diritti civili. Il dibattito sul riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali è iniziato in queste Aule più di trent'anni fa ed ha visto protagoniste alcune donne coraggiose, tra cui voglio ricordate la senatrice Ersilia Salvato e la deputata Agata Alma Cappiello. Ci sono voluti più di trent'anni, alcuni dei parlamentari che siedono qui oggi non erano neppure nati, altri come me erano molto piccoli. Nel silenzio della politica, nuove generazioni di omosessuali sono cresciute e si sono formate, sempre più consapevoli dei loro diritti, sempre più innamorate e orgogliose della propria vita e della propria differenza. E con voce incessante e sempre più forte hanno continuato a chiedere a noi di fare nient'altro che il nostro dovere per le loro vite e con gli strumenti del diritto, verso un orizzonte condiviso di libertà, dignità e uguaglianza. Molte di queste persone non hanno potuto vedere questo giorno ed a loro rivolgo il mio pensiero, grato e commosso, perché nel dibattito di oggi in quest'Aula il loro sogno vive e continua ad ispirarci. Pacs, Dico, Didore: dietro queste sigle si nascondono migliaia di ore di discussione, di polemiche, mentre c'era una parte importante di cittadini in ascolto, con la speranza che l'attesa fosse finalmente conclusa, cittadini che attendevano di vedersi riconosciuti non solo nei doveri verso lo Stato, ma anche nei diritti.

Con questa legge diciamo a tanti di non nascondersi più, perché la loro vita gode della stessa dignità sociale degli eterosessuali, che i progetti di vita delle persone sono un valore per il nostro ordinamento democratico. Il disegno di legge che oggi finalmente approda in quest'Aula, dopo decenni di attesa, colma una lacuna ormai insopportabile del nostro ordinamento giuridico, una lacuna individuata dalla Corte costituzionale a partire dal 2010 e che è stata oggetto di una condanna al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo nel 2015, soprattutto una lacuna avvertita come una vera e propria ferita da una parte importante del nostro Paese, da persone, coppie e famiglie rimaste per troppo tempo ai margini della comunità politica. A queste persone, a queste famiglie noi oggi diamo finalmente una risposta, una risposta certo iniziale, ma una buona risposta. Lasciatemelo dire con gioia e con commozione, perché la buona politica non dimentica le ragioni del cuore, quando riesce a cambiare in meglio la vita delle persone e a rendere più sereni i loro giorni. L'attesa è un esercizio di infinita pazienza, un non luogo, che permette sogni, illusioni ansie e paure; la percepiamo come infinita, come eterna, eppure, per definizione stessa, è un tempo finito e chiuso, eppure per molti dei nostri cittadini è stata veramente infinita.

Hanno atteso per anni di vedere riconosciuto il loro diritto di amare, di costruirsi una famiglia, di allevare e accudire i propri figli. L'attesa ora è finita e con essa le discriminazioni; quei gesti che hanno portato sofferenza e dolore hanno trovato la loro fine, una fine per legge, una legge per l'uguaglianza. Quei gesti si ripeteranno – lo sappiamo – ma la nostra democrazia ha nel proprio DNA quegli anticorpi necessari per emarginarli e questa legge è uno di quegli anticorpi. Stiamo mettendo via decenni di brutte figure; il disegno di legge in discussione è stato approvato solo poche settimane fa dal Senato della Repubblica, al termine di un percorso parlamentare iniziato nel 2013. La Commissione giustizia del Senato si è riunita settantadue volte sull'argomento, sono stati auditi moltissimi esperti e rappresentanti delle associazioni, sono state ascoltate le posizioni di tutti, anche quelle culturalmente distanti tra loro. Il provvedimento ha subito quattro riformulazioni e ha recepito i pareri favorevoli delle Commissioni Affari costituzionali, della Commissione Bilancio e del MEF. Sono stati mesi convulsi, caratterizzati dall'atteggiamento ostruzionistico di alcune forze politiche, che hanno tentato di ostacolare i lavori della Commissione e dell'Aula, presentando migliaia e migliaia di emendamenti.

Di fronte al rischio di veder compromesso l'impianto dei diritti e dei doveri garantiti dal disegno di legge, il Governo con coraggio ha scelto di porre la questione di fiducia presentando un maxiemendamento. Il disegno di legge è poi approdato in Commissione giustizia, qui alla Camera, ed è stato oggetto di un esame accurato, di un dibattito acceso ed approfondito. Si sono svolte audizioni di esponenti delle associazioni e di giuristi esperti: 889 emendamenti sono stati presentati, discussi e respinti con gli strumenti della democrazia parlamentare. Nonostante l'ingente numero di emendamenti presentati, la presidenza della Commissione non ha ritenuto di dover utilizzate gli strumenti regolamentari, come ad esempio le segnalazioni da parte dei gruppi, che avrebbero consentito di ridurre il numero delle votazioni, che in molti casi hanno riguardato le medesime questioni affrontate però da diversi emendamenti, che si differenziavano tra loro solo per dei profili meramente marginali. Una gestione efficiente dei lavori della Commissione ha permesso di concludere l'esame degli emendamenti nei tempi rapidi e certi, richiesti dall'urgenza del tema e dalla lunghezza dell'attesa.

Fuori da queste Aule, il cammino del disegno di legge è stato seguito con passione dalla società civile, dai giuristi e dalle associazioni. Sapere che fuori ci sono italiani – sia chiaro: non solo omosessuali – che stanno aspettando questa legge, una legge per tutti, ci ha dato la spinta per andare dritti all'obiettivo. Ai rappresentanti delle associazioni, a tutti quei cittadini che hanno seguito con passione e coinvolgimento la lotta per i diritti e che oggi assistono a questo dibattito, rivolgo a nome mio un sentito ringraziamento, perché è grazie alle loro vite e al loro esempio quotidiano che oggi arriviamo a questo traguardo. Oggi è il tempo dei diritti, di allargare l'orizzonte culturale di questo Paese, del nostro Paese, di dare piena cittadinanza a chi oggi ne è escluso; oggi è il tempo di essere legislatori, oggi è il tempo di osare.

Presidente, colleghi, il disegno di legge che stiamo per discutere assicura il riconoscimento della vita familiare delle coppie omosessuali attraverso l'introduzione di un nuovo istituto: l'unione civile tra persone dello stesso sesso, distinto dal matrimonio eterosessuale, ma su questo modellato, secondo criteri di ragionevolezza. Diverso è anzitutto il fondamento costituzionale dell'istituto: mentre infatti il matrimonio resta ancorato all'articolo 29 della Costituzione, l'unione civile trova il suo fondamento nell'articolo 2, che assicura la protezione dei diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui trova svolgimento la sua personalità. Fin dal 2010 la Corte costituzionale ha individuato in questa previsione la salda premessa per la tutela del diritto fondamentale delle coppie omosessuali a vivere liberamente una condizione di coppia. Alla radice costituzionale dell'istituto si affianca poi quella rappresentata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, il cui articolo 8 viene ormai costantemente interpretato come clausola di riconoscimento e protezione del diritto alla vita familiare di tutte le coppie, siano esse etero od omosessuali. Il diverso fondamento costituzionale rispetto al matrimonio non permette tuttavia di ignorate un altro importante riferimento costituzionale, che deve orientare la disciplina dell'unione civile. Mi riferisco all'articolo 3, che afferma il principio costituzionale di uguaglianza, declinandolo in termini di pari dignità sociale.

Pari dignità sociale, vale a dire uguale diritto di partecipare alla costruzione della comunità politica, anche attraverso le proprie scelte in materia personale e familiare. Proprio il riferimento all'articolo 3 ci ha imposto di limitare al minimo le differenze con il trattamento tra le unioni civili e il matrimonio perché, lasciatemelo dire, onorevoli colleghi, siamo perfettamente consapevoli che alla base della scelta di una coppia omosessuale di formalizzare giuridicamente il proprio rapporto di vita familiare pulsano gli stessi desideri e le stesse esigenze che animano la scelta di contrarre matrimonio. In altre parole, onorevoli colleghi, come è stato ribadito anche nel corso delle audizioni, una cosa è il fondamento costituzionale dell'unione, che resta distinto da quello del matrimonio, altra cosa è il suo trattamento giuridico, che non può prescindere dalla rigorosa osservanza dell'articolo 3 della Costituzione. Noi non togliamo, onorevoli colleghi, con questo provvedimento; noi estendiamo, a chi non ha, gli stessi diritti di chi ha già. Modellare l'unione civile sul matrimonio non vuol dire togliere valore al matrimonio; vuol dire riconoscere alla vita familiare omosessuale la dignità che le è propria, senza discriminare, perché qui non è solo di istituti giuridici che stiamo parlando ma della vita delle persone e delle loro concrete esigenze, di cui la politica deve farsi carico.

In questo quadro la proposta di legge prevede un'articolata serie di diritti ed un insieme corposo di doveri, disciplinando in modo completo i rapporti che sorgono tra le parti con la celebrazione dell'unione civile, dal diritto all'assistenza morale e materiale al dovere di coabitazione, dalla comunione dei beni alla pienezza dei diritti successori, dalle modalità di scioglimento dell'unione alla possibilità di assumere un cognome comune. La disciplina dell'unione civile accompagna la coppia in tutte le vicissitudini della vita in comune, tracciando un quadro di riferimento normativo stabile e certo. Cuore pulsante del provvedimento e segno evidente dell'obiettivo antidiscriminatorio che esso si prefigge è il comma 20. Tale disposizione pone un'importante clausola di equivalenza, prevedendo che, ad eccezione delle norme del codice civile non richiamate e della legge sulle adozioni, ogni norma che contenga le parole «coniuge», «coniugi», «matrimonio» o espressioni equivalenti sia automaticamente applicabile alle parti dell'unione civile. Non è un provvedimento solo sui diritti, ma è anche sui doveri, sull'assunzione pubblica di un dovere verso il proprio partner. Crediamo che non ci sia nulla di più importante e virtuoso che assumersi responsabilità verso la persona amata. Abbiamo preso l'amore non solo attraverso un elenco di diritti ma anche attraverso una serie di doveri che misurano l'impegno e pesano la responsabilità di due persone adulte, l'una nei confronti dell'altra.

Nel giugno scorso, dopo la sentenza della Corte suprema americana, che ha riconosciuto il matrimonio egualitario in tutti gli Stati, il Presidente Obama ha festeggiato con un tweet: «Love is love», l'amore è amore, aggiungendo: «È stata una conquista straordinaria. Persone comuni possono compiere azioni straordinarie. L'America dovrebbe essere fiera di loro». Presidente, colleghi, la proposta di legge che discutiamo non si occupa solo delle unioni civili tra persone dello stesso sesso; esso dà una risposta anche a quelle migliaia di coppie etero ed omosessuali che, pur condividendo un progetto di vita sulla base di un legame affettivo, non desiderano dare adesso la formalizzazione massima derivante dal matrimonio e dall'unione civile. L'Istat ci dice che sono 641 mila le coppie in cui uno dei due partner non è mai stato sposato. È evidente che il modello culturale è cambiato e che era necessario dare una cornice minima di diritti a queste coppie, tutelandole nei diritti più delicati della vita come può essere un ricovero ospedaliero, una malattia o, peggio, un decesso. Non entriamo a gamba tesa nella vita di chi ha scelto di non unirsi in un vincolo, ma semplicemente costruiamo una cornice minima per non vedere i propri diritti negati. Per questo il provvedimento ha voluto allargare l'orizzonte rivolgendosi anche alle coppie di fatto. Anche in tali situazioni, infatti, l'esperienza ha mostrato un'esigenza di tutela dei diritti e di disciplina dei doveri nascenti dalla convivenza, specie per ciò che riguarda la protezione dei soggetti deboli. La proposta di legge, infatti, recepisce le conclusioni cui da tempo è giunta la giurisprudenza, ad esempio in tema di subingresso nel contratto di locazione, e introduce specifici diritti in materia di assistenza ospedaliera e carceraria, di accesso alle graduatorie per l'assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica e prevede anche la possibilità di delegare al convivente scelte fondamentali sulla salute.

Il provvedimento che ci apprestiamo ad approvare rappresenta la più grande riforma del diritto di famiglia dal 1975 ad oggi e segna il passaggio dal diritto della famiglia al diritto delle famiglie, dando riconoscimento giuridico alle diverse forme che può assumere l'umano desiderio di realizzare se stessi e la propria personalità in una comunità familiare. Ognuno, onorevoli colleghi, fa famiglia dando voce alle corde più intime del proprio essere e ognuno nella dimensione familiare trova un'importante dimensione di realizzazione della propria umanità. Questa proposta di legge, senza intaccare il ruolo che il matrimonio ha assunto nella tradizione e nella vita della nostra società, è un inno alla bellezza della costruzione familiare, una costruzione che avviene anzitutto nella libertà e nella pari dignità sociale di ognuno. La famiglia si pone al crocevia tra libertà e responsabilità, ma ciò avviene, nel nostro Paese e nel nostro tempo, in molti modi e noi abbiamo il dovere di prenderne atto.

Lo storico Paul Ginsborg ha scritto che le famiglie sono uno dei fondamentali motori storici della società. Ecco, colleghi, questo provvedimento riconosce la ricchezza e la dinamicità dell'universo familiare, la pluralità delle scelte e delle esperienze che riassumiamo nel concetto di famiglia. Oggi, con anni di ritardo rispetto agli altri partner europei, ristabiliamo uno dei parametri democratici del nostro Paese, che vuole che tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale. Alziamo quell'asticella che misura la democrazia e il grado di maturità di un Paese. Solitamente si ha paura dei cambiamenti, paura di perdere ciò che pare acquisito ed immutabile. Ma non è con questa proposta di legge: con essa noi vogliamo innovare, avanzare, camminare con dignità nel novero dei Paesi civili.

Noi siamo legislatori e non possiamo lasciarci ingannare dai pregiudizi, non possiamo essere ciechi e stolti innanzi alla storia. Noi operiamo nell'interesse supremo della Repubblica e dei suoi cittadini. Proprio per questo, mentre ci accingiamo a far compiere all'Italia questo importante passo nel segno della libertà e della pari dignità sociale, non posso e non voglio dimenticare chi è rimasto indietro: le famiglie omogenitoriali, quelle famiglie arcobaleno che finalmente il Paese sta iniziando a conoscere in tutta la loro bellezza, che è la bellezza luminosa dell'amore. Sono famiglie come tutte le altre, che vivono una quotidianità fatta di cura, affetti, preoccupazioni; famiglie che la nostra Costituzione abbraccia e tiene strette al cuore. Questo provvedimento mette in sicurezza – l'ultimo periodo del comma 20 – quella giurisprudenza che già riconosce quelle famiglie per quello che sono. A queste famiglie voglio dire con onestà: per me siete e rimarrete famiglie. Fate parte del presente e del futuro di questo Paese, che ha bisogno del vostro sorriso e della vostra energia. I vostri figli sono figli di questo Paese e non ci dimenticheremo di loro.

Presidente, colleghi, l'Italia si appresta a compiere un passo importante e sono felice che la nostra discussione si apre il 9 maggio, nel giorno dell'Europa, di un'Europa che mentre vede tristemente innalzarsi nuovi muri resta per noi soprattutto l'Europa dei diritti, una speranza di futuro, un orizzonte di senso per il presente. In questa Europa dei diritti l'Italia rientra oggi a testa alta, dopo un silenzio durato troppi anni. Il percorso della proposta di legge sulle unioni civili giunge al termine, ma la battaglia non si conclude qui. Il primo passo è il più difficile ma anche quello più importante, perché segna la direzione, il percorso e individua con certezza la meta. Permettetemi di rivolgere un pensiero a chi in questi decenni è rimasto troppe volte deluso dalle mete mancate, a chi ha subito offese pesanti per il proprio orientamento sessuale, a chi ha visto il proprio compagno o la propria compagna ammalarsi e morire senza poter essere parte di quelle decisioni che riguardavano la sua salute, a chi è stato ignorato dalle leggi dello Stato come parte di un progetto d'amore. A loro dico che, pur arrivando tardi, oggi questo traguardo lo dobbiamo anche a loro, alla sofferenza incalcolabile di chi ci ha preceduto nell'affermazione quotidiana della propria esistenza, quando molti hanno preferito puntare il dito o girarsi dall'altra parte erigendo muri tra le persone anziché prestarsi all'ascolto.
Mi rivolgo a tutti coloro che vengono discriminati dalle proprie famiglie, che non riescono ad accettare che la felicità dei propri cari possa conoscere declinazioni diverse da quelle considerate tradizionali. Ci sono strade inesplorate in ciascuno di noi e per qualcuno la via è più complicata e apre delle ferite profonde, che mettono in seria discussione l'amore viscerale di un padre e di una madre verso un figlio. Ancora oggi ci sono molti genitori che si sentono macchiati nell'onore quando scoprono l'omosessualità del proprio figlio, creando ferite laceranti che tradiscono quell'amore primordiale, il primo di cui siamo oggetto.

Con questa legge vogliamo dare un tetto più ampio a chi per il proprio orientamento sessuale ha sentito vacillare le proprie certezze, ma soprattutto vogliamo dare ai ragazzi e alle ragazze omosessuali di oggi e di domani una possibilità e una speranza di futuro, un futuro che finalmente vede i loro progetti di vita pienamente riconosciuti e tutelati dalla legge. Questa, onorevoli colleghi, è una legge di civiltà, una legge per tutti perché migliora la qualità della democrazia del nostro Paese. Andiamo avanti rivolgendo un ideale saluto a tutte le persone che sono morte sperando in una politica più celere per non passare un'esistenza nell'ombra. A loro vanno le nostre scuse ma anche il ringraziamento per aver contribuito a crescere generazioni sempre più consapevoli dell'eguaglianza dei diritti e del valore delle persone. A loro dobbiamo molto ma sappiamo che abbiamo posto fondamenta robuste e tracciato una via da cui non è più possibile tornare indietro. Oggi, onorevoli colleghi, la memoria della Repubblica è ferita ed ancora sanguina: il 9 maggio 1978, a poche centinaia di metri da qui, venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro. La sua colpa fu quella di aver scelto il futuro guardando oltre i muri delle divisioni, oltre gli steccati imposti dalle ideologie aprendo al dialogo. Così come allora sapemmo reagire con la fermezza del diritto, oggi siamo chiamati a fare altrettanto per riaffermare con forza che le divisioni ideologiche e di parte non possono mai essere superiori al bene primo: la pienezza dei diritti dei nostri cittadini. Scriveva Aldo Moro che il destino di ogni uomo – concludo – non è forse quello di realizzare in terra la giustizia ma di avere perennemente fame e sete della giustizia ma, aggiungeva, è pur sempre un grande destino. In questo cammino, in questo desiderio di giustizia restiamo immersi con l'impegno di tutte e tutti certi che da questo traguardo non ci sia più concesso tornare indietro.

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