Unioni civili e stepchild adoption, la lettera di Monica Cirinnà a Repubblica

Monica Cirinnà e Ivan Scalfarotto scrivono al direttore di Repubblica per fare qualche doverosa precisazione sulla stepchild adoption inclusa nel DDL Cirinnà incardinato al Senato.

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A riaccendere i riflettori sul travagliato percorso delle Unioni Civili in Italia ci ha pensato oggi il quotidiano Repubblica, uscito stamattina con un pezzo firmato da Giuseppe Alberto Falci dal titolo “Unioni civili, dietrofront sulle adozioni”. Nell’articolo, uscito nell’edizione cartacea e a pagamento nella versione online, si legge che il PD sarebbe pronto ad eliminare ogni riferimento al matrimonio e alla stepchild adoption dal testo del DDL Cirinnà, rinviando quest’ultima parte a un disegno di legge specifico.

A poche ore dall’uscita del pezzo sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, la senatrice Monica Cirinnà, firmataria del DDL, e Ivan Scalfarotto, Sottosegretario alle riforme costituzionali e ai rapporti con il Parlamento, hanno scritto una lunga lettera al direttore chiedendogli di avere spazio per spiegare nel dettaglio e nel modo più laico possibile la questione della stepchild adoption, “istituto che è parte qualificante del ddl sulle unioni civili”:

Riteniamo basti l’elementare constatazione che la realtà è molto più ampia e complicata rispetto allo "stereotipo del Mulino Bianco"; e quand’anche esistesse un modello familiare astrattamente desiderabile, non esiste di certo la possibilità concreta, e tanto meno quella giuridica, di riconoscerlo come l'unico valido ed applicabile per tutti.
Occupandoci di bambini che sono già nati e che già vivono in una famiglia nella quale il genitore biologico convive con una persona dello stesso sesso, noi pensiamo che l'unica cosa che un paese civile possa riconoscere loro è il diritto di essere sostenuti, assistiti, curati e amati da entrambi i componenti adulti della loro famiglia e non da uno soltanto.
Rifiutiamo l’idea che questi bambini siano dichiarati parzialmente orfani per legge, rifiutiamo l’idea che si debba far loro pagare una colpa legata alle modalità del loro concepimento, creando magari forme di filiazione ad hoc pasticciate e discriminatorie, con il solo scopo di punire i loro genitori con ulteriori giudizi morali più o meno gravi, a seconda del tipo di coppia: lievi per gli eterosessuali, gravi per le coppie di lesbiche, gravissimi e passibili addirittura di condanna penale per le coppie gay. Non sentiamo nessuna nostalgia del tempo in cui i figli avevano qualifiche e status diversi a seconda dei tempi e dei modi del loro concepimento e non vogliamo che si torni a quella barbarie.

Cirinnà e Scalfarotto fanno poi una doverosa precisazione per correggere quanto affermato dal quotidiano:

Si obietta però che, potendo il genitore sociale adottare il figlio biologico del partner a fronte della rinuncia dell’altro genitore (è questo il meccanismo della stepchild adoption), verrebbe così incoraggiato il ricorso alla GPA e di conseguenza lo sfruttamento della donna, come sostengono le firmatarie dell’appello di Senonoraquando.
Si tratta, naturalmente, di una deduzione senza premesse e senza un contesto normativo di riferimento. L'appello pubblicato da Repubblica nasce in Francia ed è un errore decontestualizzarlo: lì esiste il matrimonio egualitario e l'adozione è aperta anche alle coppie gay e lesbiche. Da noi, nel deserto normativo, un appello del genere non ha alcun senso, è solo fuorviante e dannoso. Va chiarito ancora una volta che la GPA in Italia è vietata dalla Legge 40 e che tale resterà anche dopo l'approvazione del ddl sulle unioni civili. E va ricordato che l'utilizzo all'estero della GPA è appannaggio nove volte su dieci di coppie eterosessuali sterili, per le quali il riconoscimento del figlio è pacificamente previsto senza avere destato fino a oggi (chissà come mai) remora alcuna attraverso il discutibile meccanismo della presunzione di concepimento.
La quotidianità ci dimostra che è arbitrario ritenere che le coppie omosessuali rinuncino al loro desiderio di genitorialità per una mera questione di stato civile. L'umanissimo desiderio di amare, crescere ed educare un figlio avrà sempre, sulla bilancia della vita, un peso superiore a quello di un certificato anagrafico. Tanto più che la stepchild adoption, lungi dal conferire diritti, assegna invece al genitore sociale che compie questo passo precisi doveri.
Rimane la questione dello sfruttamento della donna. È un’evenienza che va sicuramente scongiurata, ma che non può giustificare il tentativo di limitare la libertà di scelta delle donne. Non vogliamo di certo assumere il ruolo di teorici del femminismo, ma ci pare che il fil rouge nella storia del movimento di emancipazione delle donne sia consistito proprio nell’appropriarsi in toto del proprio corpo e delle sue funzioni, compresa quella riproduttiva, scelta che spetta in esclusiva alla donna in piena libertà e autodeterminazione.
Se si rivendica (giustamente) il diritto delle donne alla maternità consapevole, se si difende (giustamente) il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, se nessuno mette in discussione il diritto della donna che abbia partorito a disconoscere il proprio bambino (cosa che peraltro viene caldeggiata da parte di alcuni movimenti integralisti come “male minore” rispetto all’aborto), su quali fondamenti impediremo a qualsiasi donna di compiere quello che può essere (come attesta la bella intervista di Annalisa Cuzzocrea che avete pubblicato oggi, peraltro con un titolo che ne distorceva completamente i contenuti) un atto di generosità e di dono?

La lunga lettera si conclude con un appello a tutte le persone contrarie a questa legge e, in ultimo, agli organi di informazione in Italia:

Ci spiace per la necessaria lunghezza di questo intervento: le suggestioni e le distorsioni del dibattito sull’argomento rendono a volte necessario spiegare anche l'ovvio. Noi pensiamo sia un bene che su temi del genere ci sia discussione, approfondimento, persino conflitto. Ma proprio per questo riteniamo che una scelta di campo sia dirimente. Il confronto deve essere leale. Chiediamo a chi si oppone a questa legge, da destra e da sinistra, di avere la consapevolezza che l'Italia ha bisogno ora di una legge di civiltà, chiediamo loro proposte e non manovre che hanno come unico scopo lo svuotamento del testo. Chiediamo a tutti di non ingannare i cittadini con spauracchi inesistenti, strumentali e pretestuosi.
Chiediamo inoltre la collaborazione dei mezzi di informazione, a cominciare da Repubblica, perché la stampa progressista può fare la parte più importante, quella che meglio sa svolgere: informando e formando alla cultura e al rispetto delle differenze la nostra opinione pubblica. Un’opinione pubblica che, evidentemente, non ha ancora avuto gli strumenti e l’informazione necessaria a comprendere ciò che è ormai chiaro ai cittadini di tutte le democrazie occidentali: che persone, coppie e famiglie omosessuali sono esattamente uguali a persone, coppie e famiglie eterosessuali. L’uguaglianza in Italia non basta più vederla scritta nella Costituzione: essa deve tradursi concretamente nella pari dignità di tutti davanti alla legge e nella vita di tutti i giorni. Non solo nell'interesse delle persone omosessuali, ma nell'interesse di tutti gli italiani.

Via | Monica Cirinnà
Foto | Facebook

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