Venezia, prof transgender fa coming out in classe: la Regione chiama gli ispettori

Cloe Bianco, docente di fisica, ha rivelato ai propri studenti di essere transgender. Alcuni genitori, però, non hanno accolto bene il coming out.

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Sta montando in maniera esponenziale la polemiche che ha seguito il coming out di Cloe Bianco, professoressa di fisica dell’istituto Scarpa-Mattei di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, che dopo una vita passata come Luca Bianco, ha trovato il coraggio di fare coming out e presentarsi ai suoi studenti con l’identità che ha sempre sentito propria.

Venerdì scorso Cloe Bianco, da poco passata di ruolo dopo anni di precariato, è tornata in classe lasciandosi alle spalle quel Luca che per anni aveva condizionato la sua vita e ha chiesto ai suoi studenti della prima superiore ad indirizzo agrario di chiamarla Cloe da quel momento in poi. Quel coraggio, però, non è stato accolto con l’apertura mentale che una situazione come questa richiederebbe. E la transfobia l’ha fatta da padrone.

Il genitore di uno dei giovani studenti ha prontamente scritto a Elena Donazzan, Assessore all'Istruzione, alla Formazione, al Lavoro e alle Pari Opportunità della Regione del Veneto, che è corsa a pubblicarla su Facebook:

Le scrivo perchè proprio a mio figlio è successo quanto segue. Frequenta la prima agraria presso l'I.I.S. SCARPA-MATTEI di San Donà di Piave (Ve) e venerdì scorso (27 novembre) nell'ultima ora di lezione la sorpresa.
Il prof. di Fisica [...] entra in classe e con tanto di stivali con tacchi, minigonna, seno prorompente, chioma bionda esordisce con "non chiamatemi più [...] ma Cloe". Lascio a Lei immaginare i volti dei ragazzi, qualche risata certo ma lo choc c'è stato e molto (una ragazza di un'altra classe si è sentita male). Il prof o la prof ha cominciato con il motivare questa "trasformazione" dice "lo desideravo da quando avevo 5 anni" e poi "l'ho fatto adesso perchè sono diventato/a finalmente di ruolo".
Nessuno era al corrente del fatto, i genitori non erano stati avvertiti, i docenti non ne sapevano nulla (forse il preside da quanto mi hanno riferito era al corrente ed ha autorizzato questa carnevalata).
Ma davvero la scuola si è ridotta così? E a distanza di un giorno nessuno della dirigenza scolastica è intervenuto con i genitori, nulla. Forse questo è un fatto "normale" per tanti ma non per noi che viviamo quei valori che ci sono stati donati e che all'educazione dei nostri figli ci teniamo lottando quotidianamente bersagliati ogni giorno da chi quei VALORI vuole distruggere, teorie gender e quant'altro.
Ecco, ho voluto metterLa al corrente di quanto accaduto sperando che con il suo ruolo di assessore alle Politiche dell'Istruzione possa fare qualcosa perchè in futuro queste cose non accadano più.

La replica di Elena Donazzan, arrivata nel corso di un breve intervento a Rete Veneta, è stata altrettanto dura:

É una follia, chiederò che siano presi provvedimenti. Partiamo dal presupposto che non ci devono essere giudizi di tipo personale, però la sessualità è un fatto personale e privato. La scuola è un luogo pubblico, questo insegnante ha disorientato una classe, è andato vestito in maniera ridicola - perchè parrucca bionda, seno finto, minigonna, ecco non si va a scuola, si va da un’altra parte - quindi questa persona non può insegnare così.

Sulla vicenda si è espresso anche il direttore dell’ufficio scolastico di Venezia, Domenico Martino, che ha centrato il punto e sottolineato quello che in molti non riescono a capire:

Il giorno dell’accaduto mi aveva chiamato il preside, ci ha detto che non era stato avvisato e chiesto come doveva comportarsi. Ora devo sentire il direttore Daniela Beltrame. Personalmente penso che forse la docente avrebbe potuto scegliere altri modi e tempi ma la mia opinione è anche che la scuola richieda competenze didattiche e non altro. E che le scelte personali non rientrino nell’analisi dei compiti del docente.

Porpora Marcasciano, presidente del Movimento italiano transessuali, ha così commentato la vicenda al Corriere Del Veneto:

Quello di questi giorni non è il primo caso in Veneto tra i docenti, ne ricordo una a Vicenza ad esempio. In quel caso la scelta della persona fu quella di un confronto morbido che arrivò preparando la scuola i colleghi, gli alunni. In questo periodo però mi rendo conto che la cosa sia molto più difficile, con tutte queste acque agitate per un problema che non esiste: l’insegnamento del Gender a scuola. Qui si sta parlando della vita delle persone. E non lo stiamo facendo nella maniera giusta.

Sulla stessa linea, che condividiamo in toto, è il commento di Mattia Galdiolo di Arcigay Tralaltro Padova:

Cloe come molte altre donne e uomini transessuali di questo Paese non chiede e non impone nulla se non il rispetto per la propria identità, rispetto che a tutti è dovuto. Parlare di trauma per la sola presenza di una persona transessuale in una classe è prova d’ignoranza.

La scuola pubblica ha il dovere di educare le giovani menti, prepararle a trovare un posto nella società e a rispettare gli altri. E tra questi doveri c’è anche quello di contribuire a debellare una piaga come quella dell’omofobia e della transfobia. Se un genitore si sconvolge perchè l’insegnante del proprio figlio è transessuale o perchè teme che questo possa influire sull’educazione del figlio, è proprio qui che la scuola italiana ha il dovere di intervenire: vogliamo punire un insegnante che fa il proprio lavoro o vogliamo educare queste menti chiuse che hanno paura di chi non è come loro? La risposta dovrebbe essere ovvia.

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