Parla con Queerblog: Emmanuele: "Desidererei una vita mia in cui sentirmi libero di essere me stesso"

Parla con Queerblog: le parole di un ragazzo, quasi trentenne, con un doloroso passato e una speranza per il futuro. Leggi le sue parole.

Oggi vi pubblichiamo le parole di Emmanuele. Ci ha scritto proprio per raccontarsi, per parlare con qualcuno di quello che ha vissuto e passato negli anni passati e di come abbiamo ancora un giusto e realizzabile sogno: "una vita mia in cui sentirmi libero di essere me stesso". Quando leggo le parole di chi scrive alla nostra rubrica mi lascio coinvolgere ed emozionare perché traspare quello che volete raccontare. Ed è bellissimo il modo in cui lo fate. Vi invitiamo a scriverci ancora a info@queerblog.it.

Emmanuele ci scrive specificando di voler rimanere anonimo e noi, come facciamo con tutti, lo accontentiamo e scegliamo il nome con cui ha voluto firmarsi:

Salve, sono Emmanuele e ho quasi trent'anni. E' stato difficile conquistare la libertà di essere sé stessi, anche se non mi considero “libero” di vivere come vorrei. Sarebbe troppo bello. Questo traguardo sembra ancora lontano... Mi sembra tutto così assurdo. Vivo in un piccolo paese del Nord Italia e, nonostante tanti anni, sono ancora qui e non per mia volontà. Vorrei tanto vivere altrove e cominciare una vita guardando ai ricordi e a questo momento come fossero solo un passato da superare. Ma per ora non è così. A diciassette anni ebbi finalmente la forza di ammettere a me stesso e agli altri di essere omosessuale (ancora non accettavo la parola “gay”). Tuttavia ne ero consapevole fin dall'infanzia, età in cui vivevo questo lato della mia personalità senza complessi. Inoltre, non ero il solo in famiglia: avevo un fratello della mia stessa età ed era come me. Con il passare degli anni e la scuola da me tanto amata, i miei timori divennero più tormentosi così come i pregiudizi e il bullismo dei compagni di classe e degli altri studenti. Il momento più pesante fu alla scuola media: da allora iniziarono anni di offese mentre io ero alla ricerca di una mia identità.

Nel corso degli anni e del suo percorso scolastico, Emmanuele si trova ad affrontare sempre più la consapevolezza di provare sentimenti ed emozioni verso persone del suo stesso sess0:

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Ormai ero al liceo e, a causa di un lutto familiare e al grigiore della vita quotidiana, cominciai a soffrire d'ansia e di una cupa forma di depressione. Fu in quegli anni in cui il mio unico genitore decise di portarmi al servizio di neuropsichiatria infantile della zona. Intrapresi un percorso psicoterapeutico accompagnato da un aiuto farmacologico. Nonostante questo, la solitudine e il dolore divennero sempre più forti. Era per me difficile ammettere a me stesso che ero omosessuale: temevo somigliare agli stereotipi da me interiorizzati e non volevo venisse comunicato ai familiari. Da tre anni, però, provavo in silenzio una forte simpatia per un compagno di classe, secondo me il ragazzo più carino. Durante una corsa nell'ora di educazione fisica rimasi stupito della sua perfetta bellezza mentre correva con gli altri con uno splendido completo bianco da tennis. Ricordo ancora quel momento: era stata una rivelazione rispetto la quale non potevo più tornare indietro o nascondermi. Le conseguenze furono travolgenti: andai in crisi, fui portato al pronto soccorso e ricoverato in ospedale mentre stavo affrontando l'ennesimo episodio depressivo. Con il passare dei mesi mi confidai con mio fratello e capimmo, dopo anni di silenzio reciproco, di essere entrambi gay.

La situazione, purtroppo, peggiora ancora più negli anni successivi:

Il parere degli psicoterapeuti non fu gradito dagli altri familiari i quali pensavano al mio orientamento affettivo/sessuale come la conseguenza di un forte disagio psichico. Ero considerato “difettoso”, omosessuale perché malato psichico. Tale loro visione doveva essere a tutti i costi confermata. Volevano riconvertirmi. Nella loro disperazione e ostilità e nella mancanza di consigli da parte del medico di famiglia, mi portarono, ancora minorenne, in reparti psichiatrici; poi, un giorno, fu trovato un unico psichiatra privato per entrambi. Era spregiudicato e confermò le ansie della mia famiglia. Quello strano psichiatra disse che la nostra omosessualità era la conseguenza di una grave psicosi e che tutto il nostro sistema era saltato. Ancora penso che a lui non importasse proprio nulla del nostro orientamento. Fui costretto a provare tutti gli psicofarmaci in uso. La voce su di noi si spargeva nella zona. L'isolamento e l'abbandono divennero soffocanti come pure l'indifferenza altrui, di parenti e conoscenti che sapevano cosa stavamo vivendo. Riuscii ad andare all'università contando solo sulle mie uniche forze e accantonando la speranza di poter un giorno vivere un'esistenza tranquilla e serena. La mia vita poteva al massimo “assomigliare un domani a quella degli altri”. Erano queste le parole con cui venivo rassicurato. Non feci più parola a casa circa i miei sentimenti. Inoltre, nonostante le mie confidenze ai miei ex compagni di classe del liceo, i contatti erano difficili: si riducevano ad uno scambio di mail e sembrava che anche sui miei sentimenti e sul mio desiderio di innamorarmi dovesse calare il silenzio. Sembrava davvero che non ci fosse alcuna via d'uscita.

Ma Emmanuele non si arrendere, giustamente, e sa che il meglio deve arrivare.

Dopo dieci anni, come se non bastasse, con la speranza di risolvere i danni causati da tanto dolore, mi rivolsi al servizio pubblico: caddi di nuovo in un circolo vizioso segnato da indisponibilità, tentativi di rendermi dipendente dalle strutture e da appuntamenti che mi causavano continui traumi. La situazione a casa, data la crescente consapevolezza della situazione e l'emergere di un forte punto di vista personale, era crollata e l'abbandono era totale. Desidererei una vita mia in cui sentirmi libero di essere me stesso, di poter fare le mie scelte e conoscere davvero quei sentimenti e quelle emozioni che non ho mai conosciuto. Penso che la vita sia davvero molto più semplice. Spesso a renderla complicata è chi non ne capisce il senso e non sa cogliere la bellezza delle piccole cose. Spero di poter andare presto altrove, diventare un bravo insegnante e soprattutto conoscere colui con cui condividerò la mia vita. Non c'è nessun sentimento rivoluzionario nella vita come l'amore. Lo penso davvero. Emmanuele

Una storia difficile che sicuramente segna. Ferisce e provoca cicatrici. Ma che non ha spezzato te, Emmanuele, e questo indica la tua grande forza, paragonata a quanto meriti finalmente di conoscere il vero amore con A maiuscola. Molti, purtroppo, vittime di questi sedicenti professionisti incapaci di comprendere che l'omosessualità non è una malattia, si sarebbero lasciati andare. Lui (tu, permettimi di darti del tu) no. Ed è per questo che merita che il tempo che passa, d'ora in avanti, possa lasciarsi solo segni positivi. E lascio con questa frase di Mark Twain, adatta più che mai:

Le rughe dovrebbero indicare soltanto dove sono stati i sorrisi.

Ti auguro "tante rughe" d'ora in poi, Emmanuele.

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