Pierre Seel, storia di un deportato omosessuale

A lui, primo francese a parlare della sua deportazione in quanto omosessuale, nel 2008 la città di Tolosa ha dedicato una via. Un tardivo riconoscimento per un uomo scampato agli orrori del campo di concentramento di Schirmeck-Vorbrücko.

Fu il primo e solo francese a parlare pubblicamente della sua deportazione. L’unico che parlò apertamente di come la sua omosessualità fosse stata la causa prima del suo arresto, poi della sua prigionia nel campo di concentramento di Schirmeck-Vorbrück, dove vide morire, assalito da un branco di cani addestrati, il suo giovane amante. Ferite indelebilmente incise nella sua anima che per anni Pierre Seel (1923-2005) tenne celate dentro di sé. La Francia del dopoguerra non era certo benevola nei confronti degli omosessuali e per sfuggire al ludibrio pubblico ad un certo punto l’uomo decise addirittura di mettere su famiglia.

Soltanto nel 1981, Seel, stanco dell’omertà che pesava sulla deportazione e morte di tanti omosessuali, fece la scelta di uscire definitivamente allo scoperto. Una presa di posizione che gli causò nuove aggressioni ed insulti, ma non era più tempo di retromarce.

Da allora Seel infatti non smise mai di lottare per i diritti civili dei gay, scrivendo un libro di memorie che fece sensazione ed adoperandosi perché il ricordo di quell’infamia non finisse nel dimenticatoio. Emersero così i dettagli delle torture e della sodomizzazione effettuata con un bastone di legno. Un elenco lungo di violenze che l’uomo dovette subire, prima di riagguantare la libertà. Una libertà spesso solo parziale, visto l’ambiente omofobo in cui Seel dovette vivere per buona parte della sua vita.

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