Condannati a 10 anni gli aggressori che pestarono una ragazza per aver difeso un gay

Arriva la sentenza per gli aggressori di Maria Luisa Mazzarella che nel 2009 venne picchiata perché difese un suo amico gay dagli insulti di tre balordi

Era il 22 giugno del 2009 quando Maria Luisa Mazzarella, ventiseienne della provincia di Caserta – Villa Literno, per la precisione –, venne aggredita in piazza Bellini a Napoli perché aveva difeso un suo amico gay con il quale stava passeggiando dagli insulti omofobi di tre balordi. Maria Luisa venne ricoverata in ospedale e anche lì, come ebbe poi a raccontare, ricevette minacce di morte. All’epoca il caso fece scalpore e vennero raccolte moltissime firme – circa 13mila – per chiedere al presidente Giorgio Napolitano di conferirle un’onorificenza per il suo gesto: le firme poi vennero effettivamente consegnate a Napolitano quando il 17 maggio 2010 ricevette una delegazione del mondo LGBT italiano. Maria Luisa venne poi insignita della medaglia d’oro al valore civile dal sindaco di Napoli, al tempo Rosa Russo Iervolino.

Ora, a distanza di poco più di cinque anni dai fatti, il processo a carico dei tre aggressori di Maria Luisa Mazzarella è giunto a sentenza: è di dieci anni di reclusione la pena stabilita dai giudici, che hanno condannato due dei tre imputati per tutti i capi di imputazione, cioè per l’aggressione e il tentativo di rapina. Una pena esemplare che però mette ancora più sotto i riflettori il fatto che in Italia manchi una norma contro la violenza omofobica. Flavio Romani, presidente nazionale di Arcigay, così commenta la notizia:

L’omofobia, pur non essendo ancora contemplata dal nostro codice penale, era inequivocabilmente il nocciolo della vicenda. E infatti nei capi di imputazione si riportavano letteralmente gli insulti con cui gli aggressori avevano infierito sulle vittime durante il pestaggio.

omofobia

E poi continua:

La severità della pena pone l’accento proprio su quell’odio, talmente ostinato da manifestarsi con inaudita violenza, molto oltre quella che sarebbe stata necessaria per sottrarre alle vittime gli oggetti di valore. Gli stessi giudici insomma hanno riscontrato nella condotta degli aggressori una peculiarità che ne aggravava la colpa e in quella peculiarità trova ragione la durezza delle pena.

È inutile invocare la libertà di pensiero: l’omofobia esiste e deve essere al più presto contemplata dal nostro codice penale, per mettere nelle mani dei magistrati lo strumento più adatto a tutelare chi di questo crimine è quotidianamente vittima, come sottolinea Romani.

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