Antonio Botto, il coraggio di essere poeta

Antonio Botto

Arguto, vanesio e vendicativo, questi sono alcuni degli aggettivi che vengono spesso usati per definire la personalità mercuriale del poeta portoghese Antonio Botto. Nato in una famiglia di umili condizioni, il giovane Botto non ebbe la possibilità di studiare, ma questa grave carenza non gli impedì di scrivere versi indimenticabili. Di diventare uno dei più grandi poeti di lingua portoghese del XX secolo.

Gli esordi furono tuttavia difficili. Anzi tempestosi. La raccolta Cantares - con quei versi così spavaldamente omosessuali - diede il là ad una polemica violentissima che minacciò di travolgere il giovane poeta (qualcuno arrivò ad invocare per lui addirittura la pena di morte). Lo difese a spada a tratta Pessoa, suo conterraneo, che credeva fermamente nel suo talento. Nel suo grande estro. Smorzata la contestazione, seguirono però altri guai. Primo fra tutti il licenziamento per aver tentato di sedurre un collega. A quel punto Antonio Botto decise di lasciare il Portogallo e partire con la moglie Carminda Silva Rodrigues alla volta del Brasile.

Qui, tra un delirio e l’altro (la sifilide di cui soffriva stava gradualmente erodendo la sua sanità mentale), visse per alcuni anni scrivendo articoli e nutrendosi di acqua e farina, ma la partita col destino stava per concludersi. Nel marzo 1959, il dandy dalla lingua tagliente e dal verso sublime fu travolto da un' auto in corsa, riportando gravissime ferite. La morte aspettò infatti solo qualche ora, poi se lo portò via.

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