La Lega Nord contro l’UNAR: insorge il movimento LGBT italiano

La Lega Nord chiede la chiusura dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni

I portavoce delle sette associazioni LGBT nazionali (Flavio Romani – Arcigay, Paola Brandolini – ArciLesbica, Porpora Marcasciano – Mit, Fiorenzo Gimelli – Agedo, Giuseppina La Delfa - Famiglie Arcobaleno, Yuri Guaiana - Associazione radicale Certi Diritti e Aurelio Mancuso - Equality Italia) reagiscono duramente all'interrogazione che la Lega Nord ha rivolto al Governo sull'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar). Secondo il leghista Marco Rondolini, infatti, “l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali fa propaganda con soldi pubblici e ha scavalcato governi, va chiuso”.

Sostengono dal canto loro i rappresentanti del movimento LGBT italiano che quello della Lega Nord è

Un attacco ignobile, degno di un partito che ha fatto del razzismo e dell'omotransfobia la propria bandiera, facendoci vergognare al cospetto degli altri Paesi.

L’omosessualità è più antica dell’omofobia

Quindi continuano nella nota:

Le discriminazioni, in Italia, sono un'emergenza, un fatto reale e grave, com'è reale e grave l'assenza di leggi che affrontino una volta per tutte il tema della diseguaglianza, delle persone omosessuali e transessuali, ma non solo.

E poi precisano:

L'Unar non scavalca il Governo, semmai da questo Governo balbettante viene tenuto al palo.

Che fare, dunque? Secondo i portavoce delle sette associazioni lgbt nazionali:

La soluzione quindi non è un'Italia senza Unar, come piacerebbe ai razzisti della Lega: al contrario servirebbe un sostegno più significativo alle azioni messe in campo dall'ufficio contro le discriminazioni e magari anche un sistema che emancipi il suo lavoro dai furori ideologici del ministro di turno.

Avviandosi alla conclusione, affermano:

Perché la lotta alle discriminazioni, in tutto il mondo, non è né di sinistra né di destra, solo in Italia queste battaglie di civiltà procedono a singhiozzo, inciampano e si arrestano a causa delle lotte di bandiera di una politica che ragiona solo sul proprio ombelico e non riesce a farsi carico seriamente dei problemi delle persone.

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