Lunga vita a Mr Ripley

Patricia Highsmith

Le ultime biografie dedicate a Patricia Highsmith (1921-1995), hanno rivelato il carattere di un donna difficile, spesso buia, che non solo eccelleva nel descrivere il lato oscuro di uomini e donne, le turbe dei suoi celebri assassini e il dualismo senza soluzione dei suoi tanti personaggi (Mr Ripley ne è forse l’esempio più lampante) , ma che amava anche portare il dissenso tra coloro che la circondavano, causare rotture e separazioni in quelli che l’amavano o la inseguivano col fiato corto ( una delle sue compagne si ucciderà bevendo acido nitrico).

Un’ambivalenza che i biografi riconducono, ad una natura dai forti contrasti, all’odio-amore per il patrigno, ad una contaminazione che la portava ad avere spesso atteggiamenti e sentimenti razzisti. Chiusa nel suo eremo svizzero per più di trent’anni, la Highsmith rimase sempre fedele a se stessa, mostrando spavaldamente al mondo il suo disamore per l’intera umanità, morendo sola (come del resto desiderava) e lasciando la sua cospicua fortuna ad una fondazione dove anni addietro, incitata e sostenuta dall’enfant terrible delle lettere americane, Truman Capote, aveva scritto quel suo primo grande capolavoro che è "Strangers on a train".

Via | Bandofthebes

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