Il furore amoroso di Sophia Parnok

Sophia Parnok e Lyudmila Erarskaya in Crimea

Non so se furore è il termine giusto, certo è che Sophia Parnok, nata in Russia nel 1885, cominciò a scrivere d’amore quando era solo una ragazzina. Poesie aperte, dove il suo sentimento per le altre donne era il fulcro di ogni verso. Di ogni più piccola strofa. Già al ginnasio la giovane poetessa (quella che sarà poi riconosciuta dagli storici della letteratura come l’unica poetessa russa dichiaratamente e spavaldamente lesbica) non faceva mistero delle sue inclinazioni. A vent’anni, focosa ed irruente come l’eroina di un romanzo romantico, fugge dalla casa paterna, da quella matrigna ostile e conservatrice che è ora la padrona di casa e inizia a viaggiare per l’Europa con l’amante (un’attrice). Insieme si stabiliscono a Ginevra dove la poetessa si iscrive anche al conservatorio, ma l’avventura europea dura solo un anno, i fondi cominciano infatti presto a scarseggiare e la Parnok deve, a malincuore, rientrare a casa.

Tornata in Russia si sposa nella speranza di sfuggire al giogo paterno, ma il matrimonio non le piace, la soffoca. Arrivano in un balzo, gli anni moscoviti durante i quali, dopo il divorzio dal marito, la Parnok vive del proprio lavoro di giornalista, traduttrice e poeta. Allo scoppio della Grande Guerra incontra Marina Tsvetaeva che diventa per una breve, turbolenta stagione la sua amante. Una passione che divampa alta e brucia fino ad incenerirsi nelle poesie di entrambe. L’amore del resto nutre in profondità la poetessa che ora deve lottare, non solo contro l’ostracismo dell’establishment, ma anche contro il terribile morbo di Grave.

Allo scoppio della rivoluzione, la Parnok si rifugia in Crimea insieme a Lyudmila Erarskaya. Qui compone Almast, una delle sue opere più celebri che diventa anche un libretto per un’opera, ma il nuovo clima politico le è ancora più ostile e la poetessa viene tagliata definitivamente fuori da tutti i circoli letterari. Non le perdonano di essere se stessa. L’unico conforto di quegli anni così bui, la presenza di due grandi amori: Olga Tsuberbiller che le resterà accanto dal 1925 al 1933 (anno della morte) e Nina Vedeneyeva che le ispirerà due capolavori assoluti come Orsa maggiore e Bene inutile.

Nella foto Sophia Parnok e Lyudmila Erarskaya in Crimea.

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