L'insostenibile fatica di essere Hart Crane

Hart Crane

Idolatrato da Tennessee Williams (tanto da portare sempre con sé un’edizione tascabile delle sue poesie), Heart Crane fu uno di quei rari poeti visionari che attraversano la vita, spesso breve, come un vento che non conosce pace. Nato in un piccola cittadina dell’Ohio, Crane ebbe rapporti difficili con i genitori, specialmente con il padre, un ricco industriale di dolciumi. Trasferitosi a New York all’età di 17 anni quando non aveva ancora concluso le scuole superiori, il giovane poeta iniziò subito a scrivere i suoi primi componimenti, ma l’opera che ne rivelò a tutti l’immenso talento arrivò solo negli anni venti e fu Bianchi Edifici. Una raccolta straordinaria che contiene anche Voyage, un gruppo di poesie che rubano il fiato e che Crane scrisse mentre si stava innamorando –perdutamente – di Emil Opffer, un giovane marinaio danese. Nel 1930 dopo un lungo soggiorno in Francia e la rottura definitiva con Opffer, il poeta pubblicò quello che i critici oggi considerano il suo più grande capolavoro: Il ponte.

Un’ opera ricca di simboli e suggestioni che raccolse elogi ed apprezzamenti dai nomi che contavano, ma il poeta, nonostante questo grande successo, cadde in uno stato di profonda depressione, dandosi all’ alcool, a selvagge notti di sesso facile con i marinai in libera uscita ed ad improvvise esplosioni di ira. Legatosi a Peggy Cowley, Heart Crane pensò di aver trovato in lei la sua isola felice, ma durante il ritorno da un viaggio in Messico qualcosa in lui si ruppe definitivamente (si parla di un tentativo di seduzione con alcuni marinai, sfociata poi in una rissa) e decise di farla finita una volte per tutte lanciandosi in mare. Le sue ultime parole, secondo i testimoni che lo videro buttarsi dal parapetto della nave, furono: Addio a tutti quanti. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

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