Rupert Everett: "Essere omosessuale in una società cattolica ti condanna a sfidare l'estremo"

L'attore parla dei suoi prossimi progetti e dell'essere omosessuale ai giorni d'oggi

Rupert-Everett


Rupert Everett
, in questi giorni, è in Italia, ospite al Piccolo Teatro Grassi di Milano, in un dialogo con Natalia Aspesi, per la rassegna Bookcity. Per l'occasione ha risposto ad alcune domande, toccando anche il tema dell'educazione rigidamente cattolica ricevuta da bambino:

"Senza la rigida disciplina che ho imparato da bambino, non sarei sopravvissuto ai primi dieci anni della mia vita da adulto. Sì, posso dirlo, ho fatto il possibile e l'impossibile per autodistruggermi. In ogni caso, non ho cambiato idea: io sono stato violentato dal cattolicesimo"

Attenzione, nessuna esperienza negativa con qualche prete, ma un discorso diverso che si lega inevitabilmente con la sua omosessualità:

"No, quello no. Anzi, da ragazzo sognavo di fare l'amore con i preti. Il punto è un altro: essere omosessuale in una società cattolica ti condanna ad andare sempre oltre. A sfidare l'estremo"

L'attore, infine, parla di come la situazione Lgbt, nel mondo, non sia ancora così integrata all'interno della società:

"Nel 2013 siamo ancora immersi in un mare di pregiudizi. In America, il film su Liberace è stato prodotto solo dalla tivù, perché i proprietari delle catene cinematografiche fanno parte di gruppi di fondamentalisti cristiani. Non lo vogliono"

Proprio in questo periodo sta uscendo il suo secondo libri, "Anni svaniti", il seguito di “Bucce di banana”, uscito sei anni fa. E ci sarà un atto terzo...

"Lo sto già scrivendo, sarà la conclusione della trilogia. E da una sintesi dei tre viaggi che racconterò vorrei trarre il soggetto per il mio nuovo film"

Via | Il Piccolo

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