Per Vittorio Messori l’omosessualità è un enigma, non una malattia

Lo scrittore Vittorio Messori è stato intervistato da Mauro Pianta su Vatican Insider a proposito dell’omosessualità e della chiesa cattolica. Ecco quello che ha detto.

Per Vittorio Messori l’omosessualità è un enigma, non una malattia

Vittorio Messori, lo scrittore cattolico più letto al mondo, l’intervistatore di due papi (Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) dice la sua sull’omosessualità e sulla posizione della chiesa cattolica. Riferendosi al recente caso della scuola torinese Faà di Bruno che voleva organizzare un incontro sulla “bellezza della famiglia naturale minacciata dall’ideologia di gender”, Messori afferma che la decisione di sospendere l’incontro è stata assennata e “dettata dal realismo cattolico”. Poi sul rapporto omosessualità-malattia sostiene:

Credo che l’omosessualità non sia una malattia, ma una realtà con cui fare i conti. In tutte le culture, in tutte le civiltà, c’è sempre stata una certa percentuale di persone che ha mostrato questo tipo di orientamento sessuale. Dobbiamo forse ritenere che si tratti di “scarti di lavorazione” del buon Dio? Mi sembra una risposta inaccettabile.

Fa riferimento, quindi, l’osservazione Henri-Louis Bergson (1859-1941), filosofo ebreo convertito al cattolicesimo, per il quale

nella storia dell’umanità ci sono stati e sempre ci saranno tre popoli che lui definiva “ospiti”, popoli che non vogliono e non possono essere assimilati agli altri: gli ebrei, i rom e gli omosessuali, appunto. Gli omosessuali rappresentano insomma uno degli enigmi della storia, di quello che in una prospettiva di fede è il piano di Dio.

E qui afferma che le questioni come quelle dell’Istituto Faa’ di Bruno nascono dal fatto che la teologia della chiesa cattolica dovrebbe riflettere in maniera molto più profonda su questo enigma. In proposito, Vittorio Messori ritiene che l’ormai celebre frase di papa Francesco sulle persone omosessuali (“Chi sono io per giudicare un gay?”) sia stata un po’ affrettata. Secondo Messori, infatti

quella frase gli è scappata: Bergoglio non conosce la malizia e la necessaria tendenza a semplificare dei media. Lui, come pontefice, deve giudicare eccome alla luce del catechismo e della tradizione. Poi, certo, resta la distinzione tra condanna del peccato e accoglienza del peccatore.

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